Il caso irakeno, i retroscena della crisi del Golfo e la manipolazione dell’opinione pubblica mondiale

Alleanza Cattolica 30 anni fa
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Pierre Faillant de Villemarest, Cristianità n. 184-185 (1990)

Notizie inedite o pochissimo evidenziate dai mass media e le inquietanti ipotesi politiche da esse suggerite.

 

Il caso irakeno, i retroscena della crisi del Golfo e la manipolazione dell’opinione pubblica mondiale

Il giorno seguente la costituzione del “fronte” che si è levato contro l’annessione dello Sceiccato del Kuwait da parte della Repubblica Irakena, The Economist, di Londra, ha scritto sentenziosamente: “La storia dimostra che non si insegna niente ai dittatori: li si può soltanto distruggere”. Probabilmente è vero, ma questo tipo di “saggezza” non è stata fatta valere contro l’Unione Sovietica quando, nel 1940, annetteva gli Stati baltici. Franklin Delano Roosevelt faceva di tutto per restare neutrale rispetto all’asse Berlino-Mosca. I suoi successori, nel 1949, hanno creato l’Alleanza Atlantica, per suggerimento del diplomatico George Kennan, non per distruggere la dittatura sovietico-comunista, che aveva appena assorbito l’Europa Orientale, ma per proteggere l’Europa Occidentale sperando che — a lungo termine — l’Unione Sovietica avrebbe accettato un compromesso con le democrazie, per la pace, pur conservando le proprie annessioni.

Si piangeva, senza far nulla, nel 1956 sulla sorte dell’Ungheria e nel 1968 su quella della Cecoslovacchia.

Avreste voluto la guerra? — si dirà. E oggi? Nonostante i dispiegamenti militari, mentre non vi sono segni del fatto che il governo degli Stati Uniti d’America e i suoi alleati vogliano liberare il Kuwait, è certo che intendono proteggere le altre zone petrolifere: nient’altro. Allo stesso modo, a Cuba, si è protetta una piccola base senza mai voler distruggere Fidel Castro e la sua dittatura, perché il famoso tentativo di trent’anni fa fu artatamente tanto mal preparato — senza copertura aerea — che doveva per forza fallire miseramente nella Baia dei Porci. E, sempre allo stesso modo, nella guerra del Vietnam non si è avuto l’intenzione di distruggere lo Stato nordvietnamita, tanto che all’aviazione americana fu vietato di attaccare i porti attraverso i quali l’Unione Sovietica lo riforniva di armamenti, e i depositi di armamenti del Vietnam Settentrionale, di cui era nota la dislocazione, e così via.

La stessa “sceneggiata” si è prodotta di fronte all’Irak, che avrebbe “colto di sorpresa” il mondo occidentale, mentre — a partire da metà luglio — Saddam Hussein veniva ripetendo le sue minacce contro il Kuwait e cominciava ad ammassare truppe alle sue frontiere. A cosa sono serviti i satelliti spia? A cosa i servizi informativi americani ed europei-occidentali? E anche quelli di Israele?

 

Perfetta inefficacia dei servizi segreti

 

Nel momento in cui l’Irak rovesciava le sue truppe sul Kuwait il maggior generale Amnon Shabak, capo del servizio d’informazione militare israeliano, dava un ricevimento a casa sua: né lui né il Mossad volevano credere che Bagdad avrebbe “osato”.

La CIA aveva notato concentramenti di truppe a partire dal 24 luglio, grazie alle informazioni fornite dai satelliti e dagli aerei da ricognizione: tre giorni prima dell’”operazione” irakena, il suo rapporto parlava di “semplici manovre d’intimidazione”. Soltanto la DIA, il servizio d’informazione del Pentagono, prendeva in seria considerazione questi concentramenti di circa un milione di uomini: evidentemente, si trattava di “idee fisse da militari”! Non parliamo poi dei servizi britannici oppure di quelli francesi. La Francia fa parte del gruppo di paesi che, dopo l’Unione Sovietica, ha fornito la maggior quantità di materiale sofisticato all’Irak, al quale — ancora nel gennaio del 1990 — Jean-Pierre Chevènement, il ministro della Difesa della Repubblica Francese, faceva la corte al punto da dichiarare a una rivista irakena che Saddam Hussein, il cui pensiero “è chiaro e interessante, dirige il suo popolo verso la pace”. Le Canard Enchainé ha ricordato queste affermazioni l’11 agosto: se ne è giustamente riso ma, quando si mantengono rapporti privilegiati con uno Stato sulla base di decine di miliardi di franchi pesanti derivanti dalla vendita di armamenti, questi rapporti dovrebbero permettere — in mancanza di servizi d’informazione degni di questo nome — almeno di sapere in che direzione va questo Stato.

Forse la Francia non ha fornito mezzi chimici al governo di Bagdad, ma lo hanno fatto ditte di numerosi paesi che attualmente gridano al pericolo chimico. L’elenco di queste ditte e di questi paesi può servire nel caso in cui Saddam Hussein distruggesse chimicamente qualche esercito o qualche Stato: i parenti delle vittime sapranno a chi rivolgersi per il risarcimento dei danni!

La “grande stampa” non parla neppure del risultato delle manovre che già nel 1982, negli Stati Uniti, simulavano una guerra chimica in una zona del Medio Oriente, in e attorno a un deserto imprecisato… Quaranta esperti civili e militari constatarono la paralisi delle truppe americane, anche con i loro sistemi di protezione, e giunsero a questa conclusione: “Sarebbe impossibile vincere l’avversario senza distruggere la sua produzione petrolifera, in questo modo e nello stesso tempo gettando l’economia mondiale in una crisi da incubo”, secondo un’affermazione fatta da uno degli esperti al corrispondente permanente del CEI, il Centre Européen d’Information, negli Stati Uniti. Allora si trattava dell’Iran, nel 1990 dell’Irak: qual’è la differenza?

 

Informazione e disinformazione

 

Vi sono quelli che seguono il CEI da diciotto anni perché hanno potuto constatare che le nostre fonti sono sicure e che non conosciamo né censure né tabù, dal momento che non abbiamo nessun contratto pubblicitario, finanziario o politico. Vi sono anche quelli che ci seguono per sapere cosa sappiamo, cioè in che misura abbiamo scoperto il loro gioco o doppio gioco. Vi sono quelli che cercano, invano, di identificare le nostre fonti; e, finalmente, fra i nostri cari colleghi del mondo dell’informazione, vi sono quelli che fingono di ignorarci, ma saccheggiano senza citarci nostre notizie, analisi o libri… Spesso costituiamo la loro cattiva coscienza perché riveliamo quanto tacciono per compiacenza, per debolezza, per ubbidire a un ordine oppure per fare deliberatamente della disinformazione.

Ecco l’ultimo esempio relativo all’Irak.

Il 4 agosto 1990, quarantotto ore dopo l’operazione scatenata da Saddam Hussein, il CEI ha diffuso via fax un testo che ricordava:

 

  1. che il governo dell’Unione Sovietica non è stato “colto di sorpresa” dall’attacco del 2 agosto, come dicono tutti, semplicemente perché è impossibile che non sia stato a conoscenza dei preparativi di Saddam Hussein: infatti, a far data dal trattato di alleanza militare firmato con l’Irak nel 1972, ha in loco circa seimila esperti militari — suoi e degli Stati satelliti — nello stato maggiore, nei servizi di sicurezza, nella polizia, nei punti vitali e nella logistica militare irakeni. Il generale italiano P. Pozzi, da poco a riposo e che è stato addetto militare a Bagdad, si è detto meravigliato del fatto che l’avanguardia dell’esercito irakeno, costituita da centomila uomini e con circa quattrocento carri armati, sia stata “scoperta” mentre si dirigeva verso il Kuwait soltanto trenta ore prima di giungere alla sua destinazione finale, dal momento che doveva attraversare una zona completamente desertica: “Se l’allarme è stato dato prima (malgrado quanto dicono gli ambienti ufficiali), sarebbe bastato — afferma — utilizzare diversi mezzi di pressione per dissuadere in tempo Saddam Hussein. Ma l’Occidente ha bisogno di Pearl Harbour per preoccuparsi di un pericolo?”.

 

  1. Il nostro fax del 4 agosto precisava che “il generale Albert Makashov, che dal settembre del 1989 comandava il Distretto Militare Urali/Volga e che a fine giugno aveva criticato vivacemente la politica di Mikhail Gorbaciov al Congresso del PC, è stato improvvisamente trasferito, il 22 luglio, a Bagdad, come “consigliere speciale” di Saddam Hussein…”.

Gli esperti facciano i loro conti, ma Albert Makashov — trasferito a Bagdad per punizione o per altra ragione — era in loco otto giorni prima dell’invasione e, da osservatore passivo oppure attivo, si è necessariamente reso conto di quanto si stava preparando e ha necessariamente informato il governo di Mosca. Non si ammassa un milione di uomini verso le frontiere in qualche ora e senza che questo non si sappia e non si veda. Inoltre, i gruppi di intervento rapido irakeni sono formati alla scuola degli Spetsnatz sovietici— i reparti incaricati di “compiti speciali” — e di esperti tedesco-orientali.

 

Quindi, ci si prende gioco del mondo sostenendo che l’Unione Sovietica è stata “colta di sorpresa”, tanto più che, da otto anni, fornisce all’Irak il settanta per cento dei suoi armamenti, mentre la Francia gliene fornisce circa il venti per cento e il resto viene dalla Cina e da altri paesi.

Si dice che il governo della Repubblica Francese giocava l’Irak contro l’Iran: una strategia da bar, stupida e mediocre conoscendo il carattere di Saddam Hussein, le sue tendenze nazionalsocialiste, il suo disprezzo nei confronti degli occidentali, il suo desiderio di diventare un nuovo Gamal Abdel Nasser. Quindi, giocare Cariddi contro Scilla era frutto di leggerezza, sebbene questa giustificazione sia stata inventata post factum, dal momento che qualcuno voleva semplicemente vendere la maggior quantità possibile di armamenti. Comunque, fondare il pareggio di bilancio di un paese su vendite d’armi è tanto immorale quando scandaloso… e imprudente.

Sorpresi dal silenzio steso sul ruolo sovietico nel retroscena irakeno, abbiamo fatto pervenire le due constatazioni ricordate a un certo numero di organi d’informazione, a stampa e radiotelevisive, ma il loro silenzio è continuato. Dal 2 all’11 agosto i mass media hanno parlato della sorte dei profughi europei e americani bloccati in Irak e nel Kuwait, ma non hanno detto una parola sui sovietici che in Irak non sono qualche decina o qualche centinaio, ma circa novemila, contando sia gli esperti civili che quelli militari.

Solamente il 9 agosto, in seguito a una dichiarazione del ministro degli Esteri dell’URSS, qualcuno — per esempio Le Monde —, a pie’ di pagina e in poche righe, ha fatto allusione a questi novemila sovietici, ma senza fare commenti, senza meravigliarsi del numero, e neppure del fatto che vi fossero novecento sovietici anche nel Kuwait. E, naturalmente, senza chiedersi cosa vi facessero. Inoltre, a questi andavano aggiunti tremila polacchi, trecentottanta cecoslovacchi, trecentoquaranta bulgari, duecento ungheresi, duecento tedesco-orientali, tutti mandati in Irak in questi ultimi anni dai servizi comunisti. Finalmente, il 12 agosto, il Los Angeles Times ha ammesso “che un migliaio di esperti militari dell’URSS erano ancora attivi in Irak”. Non è necessario dire altro: basta semplicemente notare come non si tratti — per dire il meno — di una delle notizie più diffuse e messe in risalto dai mass media, la cui consegna è soprattutto quella di non disturbare assolutamente il caro Mikhail Gorbaciov.

 

L’Unione Sovietica trae vantaggi di ogni tipo

 

Ecco una seconda trappola della disinformazione: la stampa occidentale e mondiale ha sottolineato il fatto che l’amabile Mikhail Gorbaciov si schierava a fianco di George Bush nella “condanna” dell’Irak. Ora, senza assolutamente sbilanciarsi dal punto di vista diplomatico, il governo sovietico trae dall’operazione irakena vantaggi di ogni tipo, qualunque cosa accada.

 

  1. L’Irak deve all’Unione Sovietica più di cinque miliardi di dollari. Il Kuwait aveva appena prestato al governo di Mosca trecento milioni di dollari. Dopo l’annessione del Kuwait, il prestito “scompare” nelle tasche sovietiche in quanto… è “scomparso” il prestatore. Inoltre, nel Kuwait l’Irak si è impadronito di circa dieci miliardi di dollari, in carta moneta e in valori negoziabili, quindi il governo di Bagdad può pagare l’URSS, che allo scopo esercita pressioni, semplicemente riducendo le sue forniture di pezzi di ricambio e il lavoro di manutenzione delle basi irakene da parte dei suoi esperti: infatti, una parte rilevantissima del materiale bellico in dotazione all’esercito irakeno è sovietica; inoltre, basi aereo-terrestri, radar, e così via, funzionano grazie a “consiglieri” sovietici…

 

  1. L’”effetto” irakeno ha fatto salire vertiginosamente il prezzo del petrolio e dell’oro, proprio nel momento in cui il governo di Mosca ha bisogno di vendere petrolio e oro per ottenere divise forti. Da quando i prezzi sono saliti, l’Unione Sovietica ha aumentato le vendite di petrolio agli occidentali, e vende oro per far fronte alle spese per gli acquisti di generi alimentari dall’Occidente. Un esperto — già membro del Consiglio Nazionale di Sicurezza del presidente Ronald Reagan —, Roger W. Robinson, ci ha assicurato che, dal 2 al 7 agosto, il governo sovietico aveva intascato in questo modo diversi miliardi di dollari di profitti supplementari… La speculazione praticata dall’Unione Sovietica e dai petrolieri occidentali — che hanno immediatamente aumentato i prezzi — avrebbe potuto essere impedita sbloccando — come ha fatto lo stesso Roger W. Robinson negli anni 1983 e 1984 per contrastare gli effetti della guerra fra Iran e Irak — i notevoli depositi di petrolio degli Stati Uniti, del Giappone, della Germania Occidentale, della Francia, della Gran Bretagna, e contemporaneamente aumentando la produzione di paesi come il Venezuela…

 

  1. Attualmente, il governo di Mosca può giocare alla pacificazione, schierandosi a fianco di quello di Washington e dei suoi amici di Londra, di Parigi e di Roma, e annunciando di aver bloccato la consegna di armamenti e di pezzi di ricambio al governo di Bagdad, anche se non per volontà di Mikhail Gorbaciov, ma perché Boris Eltsin e i suoi amici de Les Nouvelles de Moscou, hanno fatto una campagna in questo senso ricordando che “i sovietici, e non altri, nel 1972 hanno firmato con l’Irak un accordo d’amicizia e di collaborazione, con un articolo che prevedeva la difesa reciproca.

“La dirigenza del partito e dello Stato — si legge sul settimanale moscovita — sapeva con precisione, all’epoca, che fiumi di sangue avevano inondato il paese durante le campagne di sterminio, terribilmente crudeli, della minoranza curda e del partito comunista irakeno. Ma essa preferiva tacere e continuare a fornire a questo paese l’armamento più svariato, in cambio di somme considerevoli. Sapevamo fin da subito chi aveva provocato il conflitto irano-irakeno — Saddam Hussein era l’iniziatore — ma, ciononostante, le forniture di armi all’Irak non venivano ridotte. […]

“Da parte sua l’URSS dovrebbe non solo “sospendere” le sue forniture di armi all’Irak, ma rinunciarvi puramente e semplicemente fino a quando questo paese non rinunci a rappresentare una minaccia per i suoi vicini e per il mon- do” (1).

Comunque, ancora il 7 e l’8 agosto, due navi da carico sovietiche — una è la Radomyshl — hanno sbarcato armamenti, fra cui pezzi smontati di elicotteri da combattimento MI-17, in Giordania, ad Acaba, e due altre navi da carico sovietiche altri armamenti il 19 e il 20 agosto. E, venti giorni dopo l’invasione, il governo di Mosca offriva a quello di Bagdad nuovi armamenti in cambio di un prestito immediato di centocinquanta milioni di dollari da versare su una banca sovietica.

Il governo di Mosca, a questo punto, non ha niente da perdere. È soprattutto necessario che Saddam Hussein non vada più avanti o troppo avanti. Nell’ipotesi, l’URSS rischierebbe di perdere i vantaggi del suo doppio gioco nel Vicino e nel Medio Oriente, specialmente in Irak e in Iran dove, non dimentichiamolo, alcune migliaia di altri esperti sovietici controllano punti vitali, trasporti, fonti energetiche, porti, vie di comunicazione, cosa che il CEI scrive da tre anni grazie ai suoi amici iraniani Huchang Nahavandi, il colonnello Aghilipur e il capo delle popolazioni del Beluchistan.

Soprattutto a Parigi, chi aveva giocato la Cariddi irakena contro la Scilla iraniana, ora si lamenta a gran voce della prima, mentre il governo iraniano sghignazza e non ha bisogno di rincarare la dose con le masse dal momento che lo fa Saddam Hussein, un laicista che chiama alla “guerra santa” e a quella dei “poveri” contro i ricchi.

 

L’opinione pubblica è manipolata con mezze verità. Le si vuol far credere che da una parte vi sono i buoni e dall’altra i cattivi; che l’unico modo per garantire la pace è il mondialismo, cioè l’intesa fra i governi degli Stati Uniti, dell’Unione Sovietica e del Giappone, con posizioni secondarie per gli altri, finché l’Europa non disporrà di un potere sovranazionale; che il pericolo è costituito da un lato dal nazionalismo che si innesta sull’integrismo musulmano, dall’altro dal nazionalismo rinascente in Europa, e questi vengono messi insieme alle Crociate e agli Stati nazionali, che sarebbero responsabili delle ultime guerre mondiali…

È stato il nazionalismo a finanziare la Rivoluzione bolscevica e Adolf Hitler? Si punta sull’assenza d’informazioni storiche delle generazioni degli ultimi trent’anni, generazioni ingannate dai propri insegnanti o nutrite a fumetti (2)…

Inoltre, quando George Bush invoca “i princìpi da difendere” a proposito dell’Irak, si ha il diritto di chiedergli perché questi stessi princìpi dovrebbero applicarsi al governo di Bagdad ma non a quello di Mosca, quando l’URSS mantiene l’annessione degli Stati baltici, guida a distanza i massacri fra azeri e armeni, e conserva nella sua Costituzione e nei testi fondamentali del partito comunista i passi relativi alla Rivoluzione mondiale.

Infine — come fa notare Arnaud de Borchgrave su The Washington Times del 9 agosto 1990 —, George Bush parla dei “governi legittimi” del pulviscolo di emirati, di sceiccati, di imanati e di sultanati della penisola arabica, mentre si tratta di Stati istituiti dal potere coloniale britannico, poi dalle multinazionali, attorno a miliardari i cui fondi personali giocano al novanta per cento nelle speculazioni borsistiche e finanziarie del mondo occidentale… e che si prendono gioco della “democrazia”!

Nel caso, presentare la famiglia kuwaitiana degli Al-Sabah — che regna dal 1962 — come un modello di democraticità e alla guida di un “governo legittimo” è una menzogna. Infatti, soltanto il dieci per cento della popolazione aveva diritto di voto e il parlamento fu sciolto semplicemente per aver posto un quesito sulla “corruzione” di Stato. Inoltre, gli Al-Sabah hanno molteplici interessi nelle case da gioco occidentali e i loro domestici sono trattati come cani: si dirà che sono affari loro, ma non si parli di democrazia — almeno secondo il modello unico di democrazia che i dirigenti messianici alla George Bush vogliono imporre in tutti i continenti —, né di morale, né di rispetto delle convenzioni internazionali.

Purtroppo, tali dirigenti messianici legittimano in questo modo governi antidemocratici, e offrono a Saddam Hussein, a Muammar Gheddafi e agli altri l’occasione di recitare, dal canto loro, la parte di chi fa appello alle masse contro i feudalesimi al potere… e contro l’Occidente.

Ci schieriamo a fianco di Saddam Hussein? Egli svolge il suo ruolo secondo le regole del mondo di cui fa parte. E non dimentichiamo che i sostenitori a ogni costo di quella vecchia piccola prefettura che era il Kuwait prima che l’Inghilterra ne facesse uno Stato, sono i gruppi finanziari, da parte americana, la National City Bank, J. P. Morgan, Morgan Stanley; da parte inglese, Midlands, e numerose ditte tedesche… che avevano beni consistenti in Kuwait. Evidentemente, non si auspica la spoliazione di nessuno, ma prima di giudicare certe situazioni, e per giudicarle, bisogna avere previamente tutti gli elementi di giudizio. Poiché il tempo delle manipolazioni non è finito, speriamo di aver portato il nostro contributo.

 

Pierre Faillant de Villemarest

 

Note:

(1) Alexei Alexandrov, Une part de foute, une part de fardeau, in Les Nouvelles de Moscou, n. 32 (2291), 12-8-1990.

(2) Cfr. i miei Les sources financières du communisme. Quand l’URSS était l’alliée du nazisme, 2a ed., CEI/la lettre d’information, Cierrey 1984; e Les sources financières du nazisme, ibid. 1984; entrambi i testi sono ampiamente presentati da Oscar Sanguinetti, Le fonti finanziarie del comunismo e del nazionalsocialismo, in Quaderni di «Cristianità», anno I, n. 1, primavera 1985, pp. 39-52.

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