L’ “effetto 1989” sulle elezioni europee del 13 giugno 1999: la “liberazione del voto”

Alleanza Cattolica 21 anni fa
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GIOVANNI CANTONI, Cristianità n. 290-291 (1999)

 

1. Inadeguatezza dei commenti elettorali

Quanto accaduto dopo la tornata elettorale per il Parlamento Europeo del 13 giugno 1999, accompagnata da una consistente chiamata alle urne per il rinnovo di consigli regionali, provinciali e comunali e seguita, il 27 dello stesso mese, quindi l’11 luglio, dai ballottaggi per l’indicazione di presidenti di una regione nonché di diverse amministrazioni provinciali e comunali, non fa eccezione e ha una sua logica: infatti, comprensibilmente, dopo ogni chiamata alle urne s’impone l’identificazione dei vincitori e dei vinti. Ma l’identificazione di vincitori e di vinti “elettorali” si riduce spesso alla rilevazione di evidenze e non viene affiancata altrettanto spesso da interpretazioni adeguate di quanto accaduto, sia relativamente alle permanenze sia alle variazioni altrettanto adeguatamente esaminate.

Così, quanto accaduto a far data dal 13 giugno sembra decantare in due dati non certo privi di verità fattuale: la vittoria complessiva del centrodestra e la sconfitta altrettanto complessiva del centrosinistra, nonché la problematica apertasi all’interno di diverse forze politiche con quattro segretari di partito dimissionari: il presidente di Alleanza Nazionale on. Gianfranco Fini, l’on. Franco Marini, segretario del Partito Popolare Italiano, il sen. Luigi Manconi, portavoce della Federazione dei Verdi, e l’on. Umberto Bossi, segretario federale della Lega Nord. Quest’ultimo fenomeno è stato inaugurato da Alleanza Nazionale immediatamente dopo l’esito delle elezioni europee, ma la problematica relativa a questa forza politica è stata poi messa in qualche modo in ombra dal contenzioso che ha colpito altri partiti e soprattutto da quello che ha preso corpo all’interno del partito dei Democratici di Sinistra principalmente dopo il risultato dei ballottaggi, che hanno fatto registrare la perdita da parte del centrosinistra dell’amministrazione comunale di Arezzo e, dato emblematico, anche di quella di Bologna, infine di quella di Padova. E — sia detto di passaggio — proprio il risultato di Bologna prova tangibilmente che “oltre il Polo” è termine atto a indicare un terreno elettorale situato non al centro, luogo delle frizioni e degli “inciuci”, ma nel mondo dell’astensionismo.

 

2. L’incremento dell’assenteismo e l’ulteriore depotenziamento della politica ovvero la sconfitta di tutta la classe politica

Soprattutto, relativamente all’accaduto sono state addotte diverse cause, ma fra esse sono state rubricate solo tangenzialmente quelle all’origine del vistoso assenteismo e si è trattato come dato ovvio quello relativo ai flussi elettorali.

Sono infatti rilevabili 15 milioni di astenuti, che diventano oltre 18 milioni se sommati a quanti hanno depositato nell’urna le schede bianche e quelle nulle. Questi 18 milioni di elettori — diversamente ma unitariamente dissenzienti — fronteggiano i 31 milioni di voti validamente espressi, con un incremento globale del dissenso di quasi 7 milioni rispetto alle elezioni politiche del 1996 e di oltre 3 milioni rispetto alle elezioni europee del 1994, a fronte di un sostanziale invariare della consistenza del corpo elettorale. Si tratta di una percentuale che non si può considerare fisiologica nel paese più politicizzato del mondo. Né nella sua generalità tale dissenso è interpretabile come “consenso indiretto”, come nel mondo anglosassone, sempre evocato in proposito. All’origine del fenomeno si può porre l’affermarsi — con maggiore o minore consapevolezza — di una tesi enunciabile in questi termini: “Se prima del 1989, cioè prima dell’implosione del sistema imperiale socialcomunista centrato sull’URSS, ogni spostamento di voto era tale da compromettere un prezioso equilibrio, quello fra Ovest ed Est, il cui venir meno poteva aprire la strada in politica interna a una stagione di espropri e in politica estera al conflitto nucleare, sì che a tale equilibrio si doveva sacrificare ogni altra aspirazione, oggi, dopo il 1989, cioè dopo tale implosione, non è più così. Oggi anche la vittoria elettorale dei socialcomunisti — siano essi postcomunisti o neocomunisti — non comporta più né la nazionalizzazione dei mezzi di produzione, né l’esplosione del conflitto nucleare, né l’arrivo dell’Armata Rossa e neppure l’istituzione del GULag. Quindi si può votare non più “secondo paura”, ma “secondo desiderio””. Su questa base il voto dell’elettorato di centrodestra è stato caratterizzato da stabilità dove si è pensato di poterne prevedere le conseguenze, quindi in sede comunale, provinciale e regionale, mentre è stato instabile dove tali conseguenze sono state giudicate imprevedibili, ma è subentrata un’ipotetica certezza, quella secondo cui all’instabilità non farà seguito nessuna conseguenza fatale, cioè non riparabile alla prossima tornata elettorale.

Se la tesi enunciata è corsa fra gli elettori di centrodestra, fra quelli di centrosinistra ha svolto analoga funzione la consapevolezza — o almeno la percezione — dell’irrilevanza del sostegno a una prospettiva ormai qualificabile, nella sua nota concretizzazione ideologica e storica, come “un’illusione senza futuro”. E su queste basi — analoghe benché diverse — tutti gli elettorati storici hanno subito tracolli e hanno portato consistenti contributi all’assenteismo; perciò si può affermare che le stesse ragioni per cui una parte ha vinto in un luogo, l’hanno fatta perdere in un altro; quindi, tutti gli elettorati sono stati più o meno oggetto di terremoti.

Inoltre se, storicamente, la tornata elettorale europea è sempre stato il mezzo d’espressione dell’idealità dell’elettore, non condizionata dalle necessità esistenziali, il luogo del voto più “inutile” e quindi più “significativo”, cioè più ricco di significato, di senso, rispetto allo schieramento ideale, nel contesto seguente il 1989 non è venuto meno questo suo carattere, ma esso si è espresso non attraverso l’adesione a un fronte, ma con la manifestazione di un “sogno” — per esempio, il voto alla Lista Emma Bonino — o dell’assenza di esso, con il “non voto”.

 

3. La visibilità e la rilevazione dei flussi ovvero la frantumazione e la mobilità del corpo elettorale

Quanto ai flussi elettorali, si tratta di dati per certo sempre rilevati, ma mai particolarmente evidenziati, in quanto in precedenza costituiti da esigue variazioni sull’elettorato storico delle diverse forze, tali da configurare una maretta. Ma il 13 giugno 1999 dalla maretta si è passati alla mareggiata, con onde rilevantissime, quindi decisamente apprezzabili, perciò non solo — come sempre — misurate, ma finalmente evidenziate al punto da essere rilevabili anche a occhio nudo almeno nella loro generalità, se non certamente nella loro specificità.

Di nuovo, e ancor più consistentemente, all’origine del fenomeno sta l’affermarsi delle tesi enunciate, “madri” dei terremoti registrati e, dunque, di quello che si può chiamare l’”effetto 1989″ elettorale. Ci si può però chiedere perché questa volta, nel quadro, fa in qualche modo eccezione l’elettorato del partito vincitore, Forza Italia, a maggior tasso di relativa stabilità e di fedeltà, pur avendo dato per parte sua all’assenteismo un contributo pari al 21% della propria consistenza nel 1996. Credo semplicemente si debba rispondere che la diversità congiunturale deriva dal fatto che non si tratta di un “elettorato storico”, ma di un corpo elettorale ancora in via di costituzione, in cui chi ha optato per il voto piuttosto che per il “non voto” era reduce e profondamente segnato dal recente trauma costituito dall’aver visto scomparire nei gorghi di Tangentopoli i propri contenitori partitici storici, la Democrazia Cristiana e il Partito Socialista Italiano, “abitazioni” sostituite da “rifugi”: nel 1994 dai container di Forza Italia e nel 1998 dai prefabbricati, pure di Forza Italia, tempestivamente e accuratamente predisposti dall’on. Claudio Scajola.

 

4. Il caso di Alleanza Nazionale… e altri casi

Lo scacco elettorale subito da Alleanza Nazionale è stato oggetto di particolare attenzione sia esternamente a questa forza politica, sia internamente a essa e all’area che la circonda, e ha avuto il suo momento apicale in una Direzione Nazionale pubblica durata dal 16 al 19 giugno 1999.

a. Per spiegare tale scacco il presidente del partito, on. Fini, l’ha riportato a un errore tattico e quasi tecnico: dopo aver parlato de “l’accordo con Segni, volto a dare al partito un valore aggiunto e che, accanto all’identità, assicuri anche un progetto politico forte”, ha detto: […] abbiamo commesso un errore madornale tenendo fede a quell’accordo maggioritario in un sistema proporzionale puro, come quello delle europee, che privilegia le identità di partito. Abbiamo sbagliato il contesto, abbiamo giocato una partita di calcio con le regole del basket” (1); quindi — la sintesi è mia —, sull’onda dell’accordo e dell’immediatamente precedente raccolta di firme in vista di un referendum per l’abolizione della quota proporzionale, è stata fatta “una propaganda di programma in una tornata elettorale proporzionale”.

b. Ma la principale tesi corrente sia fuori sia dentro AN è stata così espressa: […] non ha fatto piacere alla nostra [di AN] base vedere nelle piazze d’Italia solo Segni e Taradash e non la classe dirigente di An” (2); e ancora: “C’erano perplessità in merito all’identità, anche se nessuno di noi ha pensato però che portasse alla sconfitta elettorale” (3); e credo sia così riassumibile: “La sconfitta è da far risalire al legame elettorale con il Patto Segni e con i Riformatori dell’on. Marco Taradash, questi ultimi non solo estranei all’identità di AN, ma apertamente collidenti con essa”.

Mi pare si tratti di una spiegazione che non spiega. Infatti, una parte consistente dell’elettorato di AN nel 1996 — pari al 13% — ha alimentato il voto alla Lista Emma Bonino, e questo prova che,

— se il 32% di tale “elettorato storico” è fluito verso l’assenteismo,

— se il 7% dello stesso elettorato si è orientato verso Forza Italia forse più per lo scandalo dato da qualche tratto rissoso fra compagni del Polo per le Libertà che per avversione nei confronti della componente Taradash,

— un’altra parte dell’elettorato storico di AN si è rivelata così poco avversa alle posizioni libertarie da giudicare non solo non sgradevole, ma addirittura insufficiente la presenza dell’on. Taradash nella lista di AN e da riversarsi sulla Lista Emma Bonino nella percentuale del 13%. Fra l’altro, non adeguatamente informata, quindi scarsamente consapevole, della diversità fra il libertarismo assoluto dell’on. Taradash, nel cui orizzonte sta quindi anche la possibilità — non certo l’auspicio — dell’affermazione di fondamenti della e nella vita sociale, e il libertarismo non solo libertino, ma pure con vistose venature giacobine dell’on. Marco Pannella, patron dell’on. Emma Bonino, che giunge a immaginare l’espunzione ope legis di ogni fondamento sociale e dei suoi propugnatori, come si evince dalla sua affermazione, andata in onda il 12 marzo 1999, nel corso del programma Verissimo di Canale 5, secondo cui “se potessimo mettere in galera tutti gli antiabortisti del nostro Paese, dal più grosso al più piccolo, avremmo finalmente sconfitto il flagello dell’aborto” (4).

c. Comunque, le insufficienti — almeno in quanto parziali — spiegazioni addotte per dar ragione dei fatti necessitano di un’integrazione rilevante:

— se l’”effetto 1989″ ha raggiunto il corpo elettorale, cioè l’elettore di centrodestra è divenuto consapevole che dal suo voto non dipende più, liberatoriamente e felicemente, l’avvento o meno di un regime socialcomunista con i corollari costituiti dall’esproprio dei beni, dall’arrivo dell’Armata Rossa e dall’istituzione del GULag, mentre quello di centrosinistra ha acquisito la consapevolezza dell’irrealizzabilità dell’”utopia” socialcomunista,

— l’elettore storico di AN, quindi l’elettore ereditato dal Movimento Sociale Italiano-Destra Nazionale, ha svelato la sua condizione culturale — chi può vantarsi di aver vaccinato l’elettorato di destra contro l’aggressione del secolarismo e contro gli effetti della secolarizzazione? — e ha dato libero corso alle proprie tendenze, ai propri orientamenti ideologici secondi, sempre meno protetti dall’involucro nostalgico e non più protetti dal timore del socialcomunismo, ibernati nella lunga stagione storica coincidente con la terza guerra mondiale (1946-1989) e dalla conventio ad excludendum che ha colpito il mondo nostalgico, o almeno non immemore del Ventennio, nella forma in qualche modo istituzionale costituita dall’esclusione dall’Arco Costituzionale. In altri termini, la “liberazione del voto”, con la conseguente frantumazione del corpo elettorale, che ha colpito tutto il mondo politico, si è manifestata “al quadrato” relativamente ad AN, in quanto forza politica in qualche modo sui generis, cioè non rappresentativa di una categoria sociale — o almeno non principalmente rappresentativa di una categoria sociale —, ma piuttosto espressione politico-partitica di una “contro società”, di una categoria storica, del residuo societario del regime fascista non assimilato o riassorbito dalla dialettica del post-fascismo. Perciò il corpo elettorale di AN, nella congiuntura, è stato oggetto di una duplice frantumazione, e questo fatto ha reso vistoso il fenomeno di specie e ha distratto dal fenomeno di genere.

d. Trauma di proporzioni percentualmente ancora maggiori ha patito la parte più ideologizzata dell’elettorato di centrosinistra, che ha visto il Partito della Rifondazione Comunista alimentare l’astensionismo con il 56% del proprio elettorato del 1996.

 

5. Qualche considerazione

Quanto è accaduto ha carattere congiunturale oppure è inizio di un fenomeno in qualche modo epocale? Mi sembra verosimile accreditare questa seconda ipotesi. Infatti, quanto è accaduto sembra inaugurare un’era d’instabilità elettorale strutturale, che costituisce ricaduta a livello di elettorato, di corpo elettorale, della fine del mondo internazionale bipolare, quindi della bipolarità ideologica e, in genere, del cosiddetto “crollo delle ideologie”: insomma, anche il corpo elettorale entra a pieno regime nell’età della IV Rivoluzione, nell’età della “rivoluzione culturale”, che fa seguito alla I Rivoluzione, quella religiosa protestantica, alla seconda, politica liberale, e alla terza economico-sociale comunista (5).

La disseminazione dei centri di potere dello Stato diminuisce la concentrazione del potere stesso, toglie vigore allo Stato, ormai postmoderno, e attrazione alla politica, mentre incrementa il richiamo dell’amministrazione — segno palese ne è il cosiddetto “partito dei sindaci” —, che tende a esaurire la politica postmoderna. Quindi espone lo Stato, cioè l’insieme dei profili organizzativi della società, all’egemonia non di un polo di riferimento ideale, ma dei Poteri Forti, espressione della generalizzazione monetaria, dell’universale monetarizzazione. Perciò — ancora —, all’orizzonte sfuma il corpo elettorale acquisito e fanno la loro comparsa flussi, tendenze, “coaguli” (6) sociali di questa o di quella posizione, che i partiti politici devono intercettare. Per essi non si tratta più di difendere principalmente il proprio elettorato, in via di dissoluzione e di smantellamento, ma di raccogliere segmenti dell’elettorato tutto, fattosi flessibile e mutabile, attorno alle o a tematiche coerenti con la propria identità. E allo scopo non serve — o serve sempre meno — la “territoriale” costituita dalla vecchia struttura partitica, ma — come minimo — deve essere affiancata e integrata da truppe d’assalto monotematiche. In altri termini, per i partiti, non si tratta di diventare “radicali” né nel significato generico del termine, né tantomeno in quello storico-specifico, ma di divenire forze politiche “alla radicale”, quindi non solo “partiti leggeri” (7), ma partiti trasversali, capaci di penetrare nelle linee nemiche — uso un linguaggio destinato a divenire sempre più metaforico per assenza di confini —, dunque capaci d’identificare coaguli di convergenza in esse e di attrarre su temi specifici anche soggetti la cui dominante ideale contrasta con l’identità della forza politica che propone una determinata opzione. Insomma, s’impone la costruzione di partiti atti alla lotta politica nell’età della IV Rivoluzione, formalmente simili a quelli che, come il Partito Radicale storico, tale fase della Rivoluzione hanno promosso.

Molto semplicemente, il corpo elettorale e il suo consenso rimangono il “metallo” indispensabile alla costruzione della volontà politica e all’edificazione dello Stato, ma tale “metallo” si presentava ieri sotto forma di barre d’acciaio, che una calamita poteva attirare; oggi, una grande operazione di alchimia storica ha ridotto la portata del “metallo”, elettorato e consenso, nell’opera politica — i tecnici lo chiamano deficit di democrazia — e lo viene mutando in mercurio, da inseguire e da raccogliere faticosamente in fragili storte.

Se il modo di vivere la vita politica muta vistosamente, non mutano né la meta né l’itinerario di tale vita. Infatti, s’impone la ricostruzione di una corretta relazione fra la politica come organizzazione della società, economia compresa, e il mondo della finanza, forse anzitutto nella sua espressione di burocrazia europea, di eurocrazia, introducendo nella politica stessa sempre più consistenti elementi di moralità strutturale, nella prospettiva della consapevolezza e della realizzazione del bene comune come insieme delle condizioni istituzionali per il possibile perseguimento, da parte di ogni uomo, della propria perfezione naturale e soprannaturale.

Giovanni Cantoni

***

(1) On. Gianfranco Fini, Relazione conclusiva alla Direzione nazionale di An, del 18-6-1999, in Secolo d’Italia, 19-6-1999.

(2) Sen. Giulio Maceratini, Sintesi dell’intervento alla Direzione nazionale di An, del 16-6-1999, ibid., 17-6-1999.

(3) On. Ignazio La Russa, Sintesi dell’intervento alla Direzione nazionale di An, ibidem.

(4) Aborto: Pannella auspica il carcere per gli antiabortisti, in Corrispondenza romana, n. 622, 22-5-1999, p. 4.

(5) Cfr. la nozione di IV Rivoluzione o “rivoluzione culturale”, in Plinio Corrêa de Oliveira (1908-1995), Rivoluzione e Contro-Rivoluzione, parte III, capitolo III, 3a ed. it. accresciuta, Cristianità, Piacenza 1977, pp. 189-195; e il mio Metamorfosi del socialcomunismo: dal relativismo totalitario al relativismo democratico, in Cristianità, anno XXV, n. 261-262, gennaio-febbraio 1997, pp. 15-21.

(6) Cfr. la nozione di “coagulo”, in P. Corrêa de Oliveira, op. cit., parte I, cap. VI, 5, C, pp. 88-89.

(7) Cfr. in specie il mio Riflessioni in tema di partito dopo il “crollo delle ideologie”. Verso una politica limitata e forte, in Cristianità, anno XXIV, n. 258, ottobre 1996, pp. 3-6; e in genere Paolo Mazzeranghi, Il partito politico moderno, in IDIS. Istituto per la Dottrina e l’Informazione Sociale, Voci per un “Dizionario del Pensiero Forte”, a cura di Giovanni Cantoni, con una prefazione di Gennaro Malgieri, Cristianità, Piacenza 1997, pp. 185-190.

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