«L’ “Establishment” controlla Clinton e Gore»

Alleanza Cattolica 28 anni fa
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Pierre Faillant de Villemarest, Cristianità n. 212 (1992)

 

Dopo le elezioni presidenziali negli Stati Uniti d’America. Informazioni inquietanti sulla preparazione dello staff che si insedierà alla Casa Bianca nel gennaio del 1993: passato, presente e progetti socialisti e ambientalisti dei nuovi presidente e vicepresidente.

 

1. L’”Establishment” controlla Clinton e Gore: il titolo è del cronista Andrew Sullivan sul moderato The Sunday Times di Londra. Infatti il neoeletto presidente degli Stati Uniti d’America, William “Bill” Clinton, all’università borsista Rhodes, appartiene nello stesso tempo al CFR, il Council on Foreign Relations, al Bilderberg Club e alla Commissione Trilaterale, cioè a tre ben noti circoli mondialisti. Si tratta di un caso? Anche se, nell’équipe che attorno a lui prepara la transizione verso il suo insediamento nel gennaio del 1993, i posti chiave sono tenuti da iniziati dello stesso genere, come — per esempio — Warren Christofer, del CFR e da tempo invitato degli altri due cenacoli, e Vernon C. Jordan, nel 1992 ancora membro di tutti e tre i club?

 

2. L’équipe di transizione è costituita, da un canto, da una sorta di consiglio economico di dieci professionisti, guidati da Robert B. Reich, un giurista quarantacinquenne, professore alla Kennedy School di Harvard e uno dei consiglieri del candidato di sinistra Michael Dukakis nella campagna presidenziale del 1988, e da Roger C. Altman, del CFR, membro di una società d’investimenti ed ex membro dell’équipe di Jimmy Carter. A essi si aggiungono altri otto personaggi, specialisti di settore, fra i quali due, Barry Carter e Laura d’Andrea Tyson, fanno parte del CFR, e Ira Magaziner è un ex borsista Rhodes.

A proposito di Bill Clinton, la stampa ha dato notizia della borsa di studio Rhodes, ma non ne ha precisato il significato. Non ha ricordato che, nel 1902, il ricchissimo Cecil Rhodes istituì borse di studio che, ogni anno, dovevano essere attribuite a trentadue universitari americani e a venti provenienti dall’area dell’ex impero britannico, selezionati sulla base della loro attitudine a una prospettiva globale e non settoriale. Nello stesso tempo, si trattava di formare questi soggetti privilegiati in vista dei progetti di un Nuovo Ordine Mondiale. In un primo tempo, ne sarebbero stati gli ispiratori o le guide le élite anglo-americane, poi di altri paesi; per esempio, cinque tedeschi sono stati borsisti Rhodes negli anni Trenta, così come li sono stati il senatore James William Fulbright e Dean Rusk, che fu segretario di Stato, ma anche Bob Hawke, poi primo ministro australiano, Norma Manley, primo ministro giamaicano, e Dom Mintoff, primo ministro di Malta.

Questo spirito mondialista ha aperto tutte le strade, e può portare Bill Clinton a svolgere molte operazioni, esponendolo, in caso contrario, a essere richiamato all’ordine. Chiaramente, anche il futuro direttore della CIA sarà un uomo del CFR: sembra che l’alternativa sia fra David McCurdy, un quarantaduenne deputato dell’Oklaoma, presidente della Commissione d’Informazione del Congresso, membro del CFR, e l’ammiraglio W. Crowe, già capo di stato maggiore della forze armate al tempo di Ronald Reagan, passato a Bill Clinton nel 1991, anche lui del CFR e della Commissione Trilaterale.

 

3. Va da sé che, nella fase di transizione, Bill Clinton — detto Slikly Bill, “Bill il Furbo” — finge di accontentare tutti. Rassicura la “destra” americana affermando che l’America deve restare militarmente forte. Assicura tutti ripetendo che la priorità delle priorità sta nel riassestare l’economia del paese e nel porre fine alla miseria che, per altro, ha raggiunto un livello raramente conosciuto. Infatti la crisi, dovuta alla recessione e a un certo disordine nelle decisioni degli ultimi anni, sta interessando le classi medie e anche le famiglie agiate.

Quindi, in questo momento, l’essenziale sta nel poter annunciare, all’inizio del 1993, un certo numero di progetti industriali che dovrebbero rilanciare l’economia e diminuire la disoccupazione. Nell’attesa, merita attenzione anche la base elettorale di Bill Clinton, che non ha niente in comune con il terremoto di cui ha parlato certa stampa appena dopo le elezioni: infatti, il nuovo presidente ha ottenuto solo il 43% del 53% dei votanti e non il 43% degli aventi diritto. In altri termini, la sua base rappresenta solamente un quarto degli elettori americani. E se George Bush aveva raccolto il 52% dei voti degli elettori dai diciotto ai ventinove anni, l’”uomo nuovo” Bill Clinton ne ha ottenuto solo il 44%. Inoltre, votando per lui, numerosi repubblicani hanno semplicemente espresso la loro delusione per George Bush e la sua équipe.

Il nuovo presidente deve dosare la composizione della futura amministrazione, come pure i suoi intenti, in modo da allargare la sua base e da distribuire con cura i circa quattrocento posti di primo piano e i quattromila di secondo, per scontentare il minor numero di persone possibile.

4. Anche se attorno al nuovo presidente il numero degli ebrei americani è elevato come mai lo è stato dopo la presidenza di Franklin Delano Roosevelt, non si deve però credere che la comunità ebraica nel suo complesso sia schierata con lui. Il gruppo di Edgar Bronfman, della Seagram, presidente del Consiglio Mondiale Ebraico, aveva puntato sul mantenimento al potere di un’équipe repubblicana, sostenuta in campagna elettorale con donativi pari a 507.227 dollari. Per contro, Goldman Sachs e Disney World hanno dato a Bill Clinton quanto, o più, di Pamela Harriman, Nabisco, Atlantic Richfield e altre multinazionali che, come lo stesso Edgar Bronfman, fanno parte della Commissione Trilaterale. La divisione all’interno della comunità ebraica è provata anche dal fatto che l’American-Israeli Political Affairs Coordination, l’AIPAC, la sua lobby che raccoglie 55.000 contribuenti regolari, ha sostenuto il vicepresidente Albert “Al” Gore, ma il suo presidente si è dimesso dopo che un’altra personalità ebraica gli ha teso una trappola e ha scoperto che millantava la fiducia di Al Gore.

 

5. Ma il problema vero è costituito dal vicepresidente Al Gore, che deve la sua posizione, in questi ultimi anni, al fatto di aver avuto come padrino Armand Hammer, il noto agente sovietico attivo dal 1921 alla morte. In un certo senso, Al Gore fa parte degli ambienti mondialisti solo per combinazione, cioè grazie alle associazioni e agli uffici americani secondo i quali una politica di controllo dell’ambiente su scala planetaria costituisce la chiave di volta per la “sopravvivenza” — si esprimono proprio così — dell’umanità. Nel giugno del 1992, egli presiedeva a Rio de Janeiro la delegazione americana alla Conferenza Mondiale per l’Ambiente, cui hanno partecipato 7.892 delegazioni venute da tutto il mondo, con un illimitato sostegno finanziario da parte di fondazioni come Carnegie, Kettering, Rockefeller, Rothschild (Edmond) e altre che, insieme a queste ultime o senza di esse, vengono mantenute dalle sei principali organizzazioni americane “non governative”, specializzate nella “difesa dell’Ambiente”, come Sierra Club, Friends of Earth, National Wildlife Federation e così via.

Al Gore era presente in quanto autore di un’opera, Earth in balance: Ecology and the Human Spirit, “La terra in bilico: ecologia e lo spirito umano”, nella quale propone un Piano Marshall mondiale, sulla cui base specialisti si curerebbero “di una ridistribuzione globale dei mezzi industriali e di un controllo drastico delle nascite”. Naturalmente l’ambiente New Age si è gettato a capofitto nell’affare, con i Verdi di sinistra e comunisti, in nome della difesa della natura e, in questo modo, dell’uomo.

Anche se si pensa che non si possa produrre qualunque cosa, in qualsiasi luogo e in qualsiasi modo, bisogna aver letto le centinaia di documenti di questa conferenza e i propositi enunciati da questi “pensatori” ambientalisti d’America e d’Europa per capire che si tratta di una manovra socialista in senso stretto, sia quanto a spirito che quanto a obbiettivi. Tali documenti riprendono e “perfezionano” i lavori del Club di Roma, degli uomini di sinistra infiltrati fra i diciottomila funzionari americani dell’Agenzia Americana per l’Ambiente, creata da Richard Nixon nel 1970, e dei mondialisti come Richard Gardner, del CFR e della Commissione Trilaterale, secondo cui bisogna “porre termine definitivamente alle sovranità nazionali, erodendole pezzo dopo pezzo”.

Un amico di Al Gore, Lester R. Brown, del CFR, nel 1991 scriveva, nel rapporto annuale del World Watch Institute, di cui è presidente, che “la battaglia per salvare il pianeta sostituirà l’ideologia come tema generatore di un Nuovo Ordine Mondiale…”. Evidentemente, Mikhail Serghevic Gorbaciov si è immediatamente allineato a questa cospirazione tipicamente socialista che intende estendere, su scala mondiale, la caccia a quanto inquina il mondo, quindi mettere fuori servizio fabbriche, imprese, produzioni che non rispondono alle norme decise dagli “ambientalisti in capo”. Per contrastare metodicamente questa manovra, bisogna disporsi a controllare se i prodotti denunciati da questo club come nocivi, sia in Europa che in America, li sono veramente, e se non si tratta piuttosto di pretesti per distruggere quanti ostacolano il piano socialista di ridistribuzione della produzione industriale.

Il miliardario canadese Maurice Strong, nello stesso tempo consigliere dell’Organizzazione delle Nazioni Unite e delle fondazioni Rockefeller e Rothschild — secondo Spoonlight — nonché direttore dell’istituto Anspen, è il direttore d’orchestra dell’operazione. Ha già al suo attivo l’organizzazione della prima Conferenza Mondiale sull’Ambiente nel 1972, e nel 1983-1984 ha redatto il rapporto Brundtland sull’Ambiente, che costituisce uno dei testi di base del movimento dei Verdi in Europa. Questo miliardario, legato a David Rockefeller, è completamente controllato dal “nuovo movimento religioso” neo-indù e sincretista Haidakhandi Samaji — di cui fa parte sua moglie —, che sta costruendo un ashram in località The Baca Grande, presso Crestone, nel Colorado.

Vi sarebbe di che ridere, se questi profeti non disponessero di centinaia di milioni di dollari per — a loro dire — rifare il tessuto industriale del pianeta e per farla finita con la fame, attraverso l’instaurazione di un controllo poliziesco delle nascite e l’apertura di scuole nelle quali modellare gli “uomini nuovi” di un Nuovo Ordine.

Ebbene, dietro ad Al Gore sta questo piano.

 

Pierre Faillant de Villemarest

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