La pace? Non è un’ideologia. Guerra all’Iraq e coscienza dei cattolici

Alleanza Cattolica 17 anni fa
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Giovanni Cantoni, Cristianità n. 316 (2003)

 

Articolo sostanzialmente anticipato, senza note, in Secolo d’Italia. Quotidiano di Alleanza Nazionale, anno LII, n. 68, Roma 21-3-2003, p. 15; il Post scriptum è del 24-3-2003.

 

1. L’ultimatum lanciato dal presidente degli Stati Uniti d’America George W. Bush al presidente della Repubblica Irachena Saddam Hussein è scaduto e l’Operation Iraqi Freedom, l’Operazione Libertà per l’Iraq, ha preso il via. Prima che la cronaca invada tutto il campo dell’informazione, propongo alcune riflessioni — da cattolico e, soprattutto, sul mondo cattolico —, che si situano obbligatoriamente sotto due diverse ipotesi. La prima immagina che il mondo cattolico viva in una dimensione “antica”, in una sorta di “civiltà della voce”, in cui tutto si comunica direttamente, quasi guardando negli occhi l’interlocutore: quella — per intenderci — delle lettere private di santa Caterina da Siena (1347-1380) al Sommo Pontefice, leggibili dopo secoli in lingua italiana corrente (1), e non trasmesse all’epoca ad e da agenzie di stampa; la seconda registra il fatto che l’habitat in cui tutti viviamo è il villaggio globale, una sorta di “civiltà dell’eco”, in cui tutto appunto echeggia in tempo reale, in cui la voce e l’eco si sovrappongono e l’eco giunge spesso prima della voce, comunque senza traduzione né lessicale né, tantomeno, culturale.

Della prima ipotesi fanno parte sia l’affermazione contenuta nell’intervista rilasciata il 18 febbraio 2003 dal segretario di Stato di Sua Santità, card. Angelo Sodano, al quotidiano Avvenire (2), sia la dichiarazione rilasciata il 5 marzo dal card. Pio Laghi, inviato di Papa Giovanni Paolo II, dopo il colloquio con il presidente statunitense (3).

2. Nell’intervista il card. Sodano sostiene che “la Santa Sede non è pacifista ad ogni costo, perché ammette la legittima difesa da parte degli Stati. Si deve piuttosto dire che la Santa Sede è sempre pacificatrice, lavorando intensamente per prevenire il sorgere dei conflitti” (4).

3. Nella dichiarazione il card. Laghi afferma che “la posizione della Santa Sede ha due aspetti. Primo, il governo dell’Iraq è tenuto a rispettare in modo pieno e completo i propri impegni internazionali sui diritti umani e il disarmo, come previsti dalle risoluzioni dell’Onu. Secondo, tali impegni e il loro rispetto devono continuare a essere perseguiti nel quadro delle Nazioni Unite. Una decisione sull’uso della forza può essere presa, quindi, solo nel quadro dell’Onu, sempre tenendo conto delle grandi conseguenze di un conflitto armato: le sofferenze del popolo dell’Iraq e di quanti saranno coinvolti nelle operazioni militari, un’ulteriore instabilità nella regione e una nuova divisione fra l’Islam e la Cristianità” (5).

4. Dopo aver notato come la straordinaria chiarezza dei due testi può, forse, averne ostacolato la diffusione, osservo che i termini della dottrina, del problema e dei timori sono esplicitati con serietà e con serenità.

Ma, purtroppo, manca qualcosa. Cosa manca? Manca l’ipotesi che l’istituzione, l’Organizzazione delle Nazioni Unite, nel cui quadro s’immagina di veder realizzata la soluzione del problema, si riveli a ciò non solo congiunturalmente ma strutturalmente inadeguata. La situazione è descritta in forma sintetica e felice dal sociologo della religione Pietro De Marco, docente all’università di Firenze e alla Facoltà Teologica dell’Italia Centrale, in uno studio intitolato Guerra: oltre il moralismo, la cui prima partizione suona puntualmente “Fiat pax, pereat mundus” — secondo cui “inidonea attualmente è l’Onu, perché fungendo con difficoltà da arbitro in condizioni ordinarie, non può essere l’arbitro delle situazioni eccezionali di conflitto. L’arbitro di una competizione, infatti, non può essere costituito dall’assemblea dei giocatori; è altro ed è, secondo diritto, il più forte: decide della sanzione e la rende efficace. È vero che nella comunità degli stati anche il più forte è uno stato tra pari. Ma nello “stato d’eccezione” quell’arbitro sarà necessario, e potrà essere rappresentato solo dal soggetto nazionale durevolmente affermatosi come capace, di fatto, di conservare quello stesso ordine per cui l’Onu esiste e di esercitare, seppure non da solo, forza coattiva sopra ogni altro soggetto in gioco. Questa sua doppia capacità fa del soggetto democratico più forte colui che decide dello stato d’eccezione, cioè colui che è temporaneamente il “sovrano”.

“Questo è sempre vero e operante de facto. E meglio sarebbe se si desse dello stato d’eccezione, e dell’arbitro (ovvero della figura rappresentativa) che esso individua, un razionale profilo de iure. L’Onu conosce dei mandati esecutivi, finalizzati alla repressione armata di un delitto, attribuiti a una data coalizione di forze. Ma il problema critico è la decisione, prima ancora dell’esecuzione. Il caso attuale è esemplare: l’Onu ha difficoltà a conferire un mandato proprio perché, sia come assemblea che come consiglio di sicurezza, offre costitutivamente uno spazio a ragioni, a interessi e a coalizioni che intendono sottrarre qualcosa al ruolo del paese dominante. Nel caso d’un grave pericolo per l’ordine internazionale in corso o potenziale dovrebbe invece essere attribuito allo stato democratico dominante un ruolo di arbitro che sanzioni i giocatori, dai quali non può e non deve dipendere finché la partita è in corso: ovvero il ruolo di rappresentante temporaneo dell’intera comunità degli stati con pieno mandato” (6).

Perciò — prosegue lo studioso — “non attribuire, nel caso d’eccezione, un mandato pieno agli Stati Uniti indebolisce proprio gli istituti e gli stati che glielo negano e che, con questo, mettono in gioco la loro stessa autorità sul piano internazionale. Infatti, facendo apparire gli Stati Uniti come gli attori di una guerra privata, queste istituzioni e questi stati, per mostrarsi innocenti al mondo musulmano e in genere al Terzo e Quarto mondo, si presentano, e si dichiarano, inermi di fronte all’emergenza. E se anche la “guerra degli Usa” non fosse attuata, ne uscirà ovunque rafforzata la certezza che non vi è effettiva capacità di coazione su scala mondiale se non da parte americana, e che anch’essa può essere neutralizzata senza eccessivi costi per i potenziali trasgressori, poiché a neutralizzarla provvede l’Occidente stesso” (7). Ancora: “La temibile crisi di Onu, Ue e Nato non è dunque quella che oggi è sotto i nostri occhi; potrà nascere dal mancato riconoscimento “costituzionale” della eventualità di stati d’eccezione nel mondo, e della conseguente legittimità degli Stati Uniti, soli titolari di un inedito imperium liberale (G. John Ikenberry), a decretare lo stato d’eccezione stesso e prendere — non soli — le misure conseguenti” (8).

Ecco, quindi, offerti chiaramente i parametri per identificare gli autentici “operatori di guerra”, cioè quanti ostacolano la pace possibile dopo l’11 settembre 2001 come frutto della legittima difesa.

5. Venendo brevemente alla seconda ipotesi, quella costituita dall’eco massmediatico dell’operato della Chiesa cattolica, sottoscrivo in tutte le sue espressioni l’osservazione di De Marco, che afferma: “Aggiungo che anche la Chiesa cattolica, cui vitalmente e culturalmente appartengo e che amo, potrebbe uscire indebolita da una delegittimazione della funzione sanzionatoria degli Stati Uniti. Indebolita almeno nella sua potestà di indirizzo sui fedeli. Quest’ultima, infatti, come mostra la sua storia sotto le autocrazie totalitarie del XX secolo, può essere esercitata solo dove la Chiesa stessa sia esente da costrizione e da ricatto sistematici: evenienze anche oggi ben presenti in tutte le aree non democratiche del mondo. Ma, intrinsecamente immune da quell’eresia cristiana che è lo smarrimento del principio di realtà, la riflessione e azione della Chiesa, teologica e politica, sarà condizione di uscita dal nostro disorientamento di civiltà, mascherato da emozioni troppo sicure di sé” (9).

6. Infine, leggo la dichiarazione rilasciata il 18 marzo da Joaquín Navarro-Valls, portavoce della Santa Sede: “Chi decide che sono esauriti tutti i mezzi pacifici messi a disposizione dal Diritto Internazionale, si assume una grave responsabilità davanti a Dio, davanti alla propria coscienza e davanti alla storia” (10). La frase me ne richiama un’altra, contenuta nel n. 2309 del Catechismo della Chiesa Cattolica: “Si devono considerare con rigore le strette condizioni che giustificano una legittima difesa con la forza militare. […] Tale decisione, per la sua gravità, è sottomessa a rigorose condizioni di legittimità morale. La valutazione di tali condizioni di legittimità morale spetta al giudizio prudente di coloro che hanno la responsabilità del bene comune”. Fra i quali non mi pare si possano iscrivere istituzionalmente quanti sono invece responsabili della proposta della salvezza eterna, né — tantomeno — quanti, come si legge nella Nota dottrinale circa alcune questioni riguardanti l’impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica, fanno propria “una visione irenica e ideologica” che tende, […] a volte, a secolarizzare il valore della pace mentre, in altri casi, […] cede a un sommario giudizio etico dimenticando la complessità delle ragioni in questione. La pace è sempre “frutto della giustizia ed effetto della carità”; esige il rifiuto radicale e assoluto della violenza e del terrorismo e richiede un impegno costante e vigile da parte di chi ha la responsabilità politica” (11). Mentre la dichiarazione del portavoce vaticano viene letta massmediaticamente come un anatema, l’equipollente brano catechistico è — correttamente — un’ipotesi morale, quindi esprime un principio che deve regolare un comportamento e non emette un giudizio di fatto.

Perciò, fra altre, una domanda s’impone: perché, ritrovando il “principio di realtà” — e, per i cattolici italiani, a fronte di “ostacoli costituzionali” —, piuttosto non pregare per chi si assume la responsabilità politica “per la nostra e la vostra libertà” — come recita un vecchio motto polacco (12) —, per chi […] non invano […] porta la spada; è infatti al servizio di Dio per la giusta condanna di chi opera il male” (Rm. 13, 4), alla cui ombra uscire dal “disorientamento di civiltà” in cui versa il mondo occidentale e cristiano sulla soglia del terzo millennio? Purtroppo, invece, non manca — ennesimo effetto del peccato originale — chi, alla stessa ombra, si può permettere di dire sciocchezze, quando non di fare affermazioni irresponsabili.

Post scriptum. A proposito dell’eco avuta dalle affermazioni e dai gesti compiuti da Papa Giovanni Paolo II a favore del perseguimento di una soluzione pacifica del caso iracheno, il 24 marzo 2003, aprendo i lavori del Consiglio Episcopale Permanente della CEI, la Conferenza Episcopale Italiana, il card. Camillo Ruini, presidente dell’organismo e vicario generale di Sua Santità per la diocesi di Roma, ha ricordato l’invito rivolto dal Santo Padre, nell’Angelus del 23 febbraio, a tutti i cattolici a dedicare il Mercoledì delle Ceneri alla preghiera e al digiuno per la causa della pace (13). Quindi ha, fra l’altro, suggerito una messa in guardia. Infatti, dopo aver rilevato come “proprio la straordinaria accoglienza e risonanza avute da questo invito e da tutta l’azione del Santo Padre e la straordinaria mobilitazione di uomini e donne, giovani e ragazze quasi ovunque nel mondo indicano che la causa della pace e la cultura della pace stanno facendo grandi progressi nella coscienza dell’umanità” (14), ha puntualmente osservato: “Occorre certamente un costante discernimento, affinché l’impegno per la pace non sia confuso con finalità e interessi assai diversi, o inquinato da logiche che in realtà sono di scontro” (15).

La notazione mi ha rimandato a un vecchio richiamo da parte del servo di Dio Papa Pio XII (1939-1958), che si può forse considerare sintesi permanente della posizione della Chiesa cattolica a proposito della pace e del pacifismo: “La Chiesa crede nella pace e non si stancherà di ricordare agli uomini di Stato responsabili e ai politici che anche le complicazioni politiche ed economiche odierne possono essere risolte amichevolmente con la buona volontà di tutte le parti interessate. D’altra parte la Chiesa deve tener conto delle potenze oscure che hanno sempre operato nella storia. Questo è anche il motivo per cui essa diffida di ogni propaganda pacifista nella quale si abusa della parola pace per dissimulare scopi inconfessati” (16).

 

Note:

(1) Cfr. santa Caterina da Siena, Le lettere, a cura di padre Giuseppe Di Ciaccia O.P., vol. 2, Lettere ai Papi, Vescovi, Sacerdoti, Confratelli delle Compagnie Laicali, Sovrani, Governanti e ai familiari, ESD. Edizioni Studio Domenicano, Bologna 1998, pp. 11-114.

(2) Cfr. Sodano: tre richieste per la Carta europea, intervista a cura di Gianfranco Marcelli, in Avvenire. Quotidiano d’ispirazione cattolica, Milano 18-2-2003.

(3) Cfr. Elena Molinari, Laghi a Bush e all’America: “Pensate alle conseguenze”, in Avvenire. Quotidiano d’ispirazione cattolica, Milano 6-3-2003.

(4) Sodano: tre richieste per la Carta europea, cit.

(5) Cit. in E. Molinari, art. cit.

(6) Pietro De Marco, Dopo e oltre la marea pacifista, in <www.chiesa.espressonline.it>, poi in Il Domenicale. Settimanale di cultura, anno 2, n. 14, Milano 5-4-2003, p. 2.

(7) Ibidem.

(8) Ibidem.

(9) Ibidem.

(10) Cit. in Mimmo Muolo, “Responsabili davanti a Dio e alla storia”, in Avvenire. Quotidiano d’ispirazione cattolica, Milano 19-3-2003.

(11) Congregazione per la Dottrina della Fede, Nota dottrinale circa alcune questioni riguardanti l’impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica, del 24-11-2002, n. 4; sul documento vaticano, cfr. Cristianità, anno XXXI, n. 315, gennaio-febbraio 2003, dove è riportato integralmente e che è interamente a esso dedicato.

(12) Giovanni Paolo II, Discorso a Bruxelles alle comunità polacche del Benelux, del 19-5-1985, n. 2, in Insegnamenti di Giovanni Paolo II, vol. VIII, 1, pp. 1553-1559 (p. 1554); autore del motto — spesso citato dal Santo Padre — è lo storico e uomo politico polacco Joachim Lelewel (1786-1861).

(13) Cfr. Idem, Preghiera all’Angelus, del 23-2-2003, in L’Osservatore Romano, Città del Vaticano 24/25-2-2003.

(14) Card. Camillo Ruini, Pace, responsabilità che coinvolge tutti, del 24-3-2003, n. 1, in Avvenire. Quotidiano d’ispirazione cattolica, Milano 25-3-2003.

(15) Ibidem.

(16) Pio XII, Discorso ai partecipanti al Convegno internazionale del movimento Pax Christi, del 13-9-1952, in Discorsi e Radiomessaggi di Sua Santità Pio XII, vol. XIV, pp. 301-308 (p. 307).

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