Un’arrogante pretesa da “laico”: “La Chiesa deve chiedere scusa di Bossi al popolo italiano”!

Giovanni Cantoni 23 anni fa
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GIOVANNI CANTONI, Cristianità n. 270 (1997)

 

Non è obbligatorio capire, ma confondere è colpevole. Soprattutto quando si è lucrata — ingiustamente — qualche autorevolezza nel corpo sociale abusando dei minores, cioè praticando lo “stupro delle folle”, come titolava un manuale di propaganda comunista negli anni 1930 (1), con l’intenzione di trasferire al centro l’elettorato di destra, quindi facendo esattamente il contrario di quanto realizzato dall’on. Silvio Berlusconi con la sua “fatale” — e perciò avversata — “scesa in campo” nel 1994. Mi riferisco a Indro Montanelli, che scrive sul Corriere della Sera una serie di insensatezze sul tema La Chiesa, Bossi e l’identità nazionale, come suona l’occhiello di Una supplica al Pontefice, comparsa il 18 settembre 1997 (2).

Dopo aver elencato fra i motivi che hanno “fatto di un personaggio come Bossi un pericolo pubblico” quelli immediati e diretti, il pennaruolo toscano viene al “motivo dei motivi”, negletto dai più: […] la mancanza, nel nostro sangue italiano, dell’anticorpo necessario a combattere questo genere di virus: una coscienza civile e nazionale”. Infatti, “un popolo italiano consapevole della propria identità e ben deciso a difenderla, non c’è. E non c’è perché, nei secoli in cui questa coscienza maturava in tutto il resto dell’Occidente, in Italia veniva soffocata da una Chiesa timorosa che il “cittadino” soppiantasse il “fedele” e creasse un potere temporale laico contrapposto a quello suo”.

Ma — prosegue — questo “vero” è noto e ripetuto […] nei chiusi circuiti e sinedri di una Nomenclatura culturale incapace di comunicarlo e di renderne consapevoli le grandi masse popolari di cui, nel suo spocchioso apartheid, non possiede nemmeno il linguaggio”. Ergo, la supplica a Papa Giovanni Paolo II affinché provveda alla bisogna: “Solo questo Papa che sembra voler concludere il suo pontificato con una inesauribile questua di perdoni al termine di altrettanti mea culpa pronunciati a nome di una Chiesa che fino all’altro ieri riteneva i suoi pronunciamenti infallibili e quindi al riparo da ogni errore passato, presente e futuro.

“Solo questo Papa può chiedere scusa al popolo italiano e spiegargli perché non è diventato un popolo. Detto da lui, il popolo capirebbe”.

Trascrivo ampiamente dal quotidiano milanese perché ogni parafrasi potrebbe sembrare inverosimile mentre la tesi è chiarissima: “la Chiesa ha la responsabilità storica se non di Bossi, certo della sua pubblica pericolosità”. Quindi non chi non è riuscito a “fare gli italiani” dopo aver “fatto l’Italia”, cioè a “rifarli diversi da come si sono fatti sulla base della natura e della storia”, ma il Papa, quindi la Chiesa, deve chiedere scusa di Bossi agli italiani. Se non leggessi il testo sulla prima pagina del Corriere della Sera passerei oltre, magari lamentando fra me e me gli effetti della cosiddetta Legge Basaglia; poiché le cose stanno diversamente, ne contraddico brevemente l’impianto.

Dunque, il popolo italiano non è divenuto un popolo per colpa della Chiesa, “timorosa che il “cittadino” soppiantasse il “fedele” e creasse un potere temporale laico contrapposto a quello suo”.

È vero precisamente il contrario. Il popolo italiano, la cui identità religiosa, quindi eminentemente culturale, è stata costituita dalla Chiesa, erede di istituzioni romane e convertitrice dei barbari, nei secoli dell’Alto Medioevo, ha raggiunto la propria maturazione nazionale spontanea — cioè non promossa da un potere temporale — all’apogeo del Medioevo, acquisendo quindi — secondo una tesi autorevole — “una effettiva coscienza nazionale priva di forma politica” “cinque secoli prima della nascita del moderno Stato nazionale” (3). Ebbene, a partire dalla Rivoluzione francese la nazione italiana ha patito un violento attacco al proprio ethos da parte di forze intese a costruire un potere culturale, quindi anche religioso, da contrapporre al potere spirituale della Chiesa stessa, utilizzando la mitologia unitaria e la calunnia nei confronti dei poteri temporali non antireligiosi e non anticattolici presenti nella penisola prima dell’Unità (4). Falsa quindi in radice la contrapposizione fra l’Italia e la Polonia di Papa Giovanni Paolo II, […] un Paese cui soltanto la perfetta fusione tra coscienza religiosa e coscienza nazionale ha dato la forza di resistere alle sopraffazioni del vicino greco-ortodosso dell’Est e a quelle del nemico protestante dell’Ovest”: in Italia, infatti, “la perfetta fusione tra coscienza religiosa e coscienza nazionale” non ha forse prodotto il fenomeno dell’Insorgenza contro il tentativo di diffondere con la violenza nel corpo storico del popolo non lo scisma o l’eresia, ma la secolarizzazione rivoluzionaria, un fenomeno che perciò si vuole ignorato (5)?

E in Italia, nell’Ottocento, la vittoria politica e militare ha arriso ai “chiusi circuiti e sinedri” intenzionati a mutare l’ethos nazionale, ma essi, dopo aver conquistato il potere e benché dotati di tutti i mezzi propagandistici e pedagogici dello Stato moderno e sulla distanza di ormai quasi un secolo e mezzo, non sono riusciti a realizzare tale proposito, non più di quanto settant’anni di regime socialcomunista siano riusciti a sradicare l’esigenza religiosa dal popolo russo e altrove: in Italia, come in Russia e altrove, l’esito è uno stato certamente confusionale, ma non assolutamente l’eliminazione radicale dall’ethos nazionale del momento religioso in un caso e dell’esigenza religiosa negli altri.

Ergo, nuovi “chiusi circuiti e sinedri” — ad altri eventualmente indagare in che misura legati ai vecchi — operano oggi sempre per modificare l’ethos del popolo italiano, ma attraverso la mitologia secessionistica, detta talora — mistificatoriamente — federalista.

Per contrastarne l’opera, diversa nei modi ma identica nei fini, chi non è riuscito a modificare radicalmente tale ethos — nel quale la dimensione religiosa cattolica è, sia pure residualmente, importante — attraverso l’Unità, chiede alla religione nella sua massima espressione storica, cioè alla Chiesa cattolica, non completamente espunta dall’ethos italiano, di “scusarsi” per aver costruito quell’identità nazionale che costituisce la base pre-politica, non direttamente politica, di una difesa seria, non di facciata, contro l’aggressione secessionistica. Ancora: capaci di lavorare alla distruzione, i soggetti alla Montanelli sono incapaci di costruire, non si curano di combattere la battaglia culturale in corso, non intendono chiedere pubblicamente scusa di aver indebolito il principio d’autorità né ricordano che “chi di plebiscito ferisce può di plebiscito perire”; ma operano semplicemente per precostituirsi un’assoluzione storica. Perciò chiedono che la loro incapacità politica e culturale venga indossata da altri, quindi che altri si scusino perché loro hanno fallito politicamente e culturalmente.

Avessero almeno il buon gusto di tacere, e di lasciar lavorare chi, come il Papa, per l’unità nazionale e la sua conservazione opera veramente, senza sostituirsi ai politici, come fanno purtroppo non pochi uomini di Chiesa, ma facendo quanto va fatto dal potere spirituale, cioè la morale: invece non tacciono, ma scrivono insensatezze sul Corriere della Sera avanzando arroganti pretese da sedicenti “italiani laici qualunque” travestite da suppliche, e così indirettamente favorendo la “comprensione” per il “vate” del secessionismo, intenzionato a rompere non solo lo Stato unitario, ma l’unità culturale della nazione, quella religiosa non esclusa (6).

Giovanni Cantoni

 

* Articolo ampiamente anticipato, senza note e con il titolo redazionale Popolo italiano e popolo di Dio, in Secolo d’Italia. Quotidiano di Alleanza Nazionale, anno XLVI, n. 183, 20-9-1997, p. 7.

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(1) Cfr. Serghej Ciacotin, Le viol des foules, Gallimard, Parigi 1939; trad. it., Teoria della propaganda politica, Sugar, Milano 1964.

(2) Cfr. Indro Montanelli, Una supplica al Pontefice, in Corriere della Sera, 18-9-1997; tutte le citazioni senza rimando sono tratte da questo articolo.

(3) Cfr. Giuseppe Galasso, L’Italia come problema storiografico, vol. I di Idem (a cura di), Storia d’Italia, UTET, Torino 1979, pp. 135-150; le citazioni dirette sono tratte da Werner Kaegi, Il piccolo Stato nel pensiero europeo, in Idem, Meditazioni storiche, trad. it., a cura e con una presentazione di Delio Cantimori, Laterza, Bari 1960, pp. 33-90 (p. 38).

(4) Cfr. Massimo Introvigne, L’”ethos” italiano e lo spirito del federalismo, con una presentazione di Pierferdinando Casini, Gruppo Parlamentare Centro Cristiano Democratico — Camera dei Deputati-Di Giovanni, San Giuliano Milanese (Milano) 1995; quindi il mio L’Italia fra Rivoluzione e Contro-Rivoluzione, saggio introduttivo a Plinio Corrêa de Oliveira, Rivoluzione e Contro-Rivoluzione, 3a ed. it. accresciuta, Cristianità, Piacenza 1977, pp. 7-50.

(5) Cfr., in primo accostamento, Giacomo Lumbroso, I moti popolari contro i francesi alla fine del secolo XVIII (1796-1800), Minchella, Milano 1997, con una premessa di Oscar Sanguinetti che fa stato della problematica storica e storiografica, 1a ed. Le Monnier, Firenze 1932; e Francesco Mario Agnoli, Guida introduttiva alle insorgenze contro-rivoluzionarie in Italia durante il dominio napoleonico (1796-1815), Mimep-Docete, Pessano (Milano) 1996.

(6) Cfr. CESNUR. Centro Studi sulle Nuove Religioni, Tra Leghe e nazionalismi. “Religione civile” e nuovi simboli politici, a cura di M. Introvigne, Effedieffe, Milano 1992, soprattutto M. Introvigne, Dai partiti tradizionali alle Leghe: “religione civile” e identità politiche in Italia, ibid., pp. 57-109; e Marco Invernizzi, Aspetti del fenomeno leghista, in questo stesso numero di Cristianità, pp. 5-6.

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