“Addio a Mario Moroni, un grande sindonologo”

Marco Respinti 6 mesi fa
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Da “La bianca torre di Echtelion” del 5 aprile 2017. Foto da articolo

Venerdì 31 marzo, all’età di 84 anni, è scomparso Mario Moroni, uno dei maggiori studiosi italiani della Sindone. Fratello di un padre missionario guanelliano, Angelo, morto 92enne il 29 giugno a San Paolo del Brasile dove aveva operato per 65 anni, membro della British Society for the Turin Shroud e del Centro Internazionale di Sindonologia di Torino, Mario viveva al 12 di via Santa Lucia in Robbiate (Lecco), ovvero quella che, ingombra di volumi, faldoni, fotografie e pannelli, era pure la sede del Gruppo lombardo di ricerca sulla Sindone di Torino a cui aveva dato vita anni fa per avvicinare al Sacro Lino credenti e scettici, ma soprattutto giovani. Non si contano infatti le lezioni, le conferenze e i simposi organizzati apposta per incontrare gli studenti, soprattutto delle scuole della verde Brianza e dall’Alto Milanese, ed esporli, con tanta grazia quanta fermezza, al mistero dell’Uomo della Sindone, il più affascinante e sanamente inquietante di tutti. Altro genere, altro personaggio, ma questo filo diretto che ha legato gli adolescenti a un vegliardo brillante capace di penetrarne il cuore come i loro coetanei non sono capaci di fare ricorda l’avventura umana, culturale e spirituale di un altro grande figlio della bella Brianza che ci ha lasciati, lo scrittore Eugenio Corti (1921-2014), il maestro de Il cavallo rosso.

Moroni è praticamente diventato tutt’uno con la mostra itinerante di 22 pannelli che si portava appresso ovunque fosse possibile illustrare i dettagli, le nuove scoperte, persino la simulazione dell’incendio di Chambery che a momenti, nel 1532, non distrusse per sempre la preziosa reliquia.

Di Sindone prese a occuparsi nel 1978, affascinato da quel che vide all’ora dell’ostensione di quell’anno. Un po’ come accade al discepolo che Gesù amava, il quale, giunto gagliardo per primo al sepolcro di Cristo, vide e credette. Da allora a oggi, Moroni ha pubblicato saggi, articoli, memorie e “voci” sia in sede accademica sia in ambiti più divulgativi, sia in italiano sia in inglese, e qualche libro, da L’ordalia del C14 (Mimep-Docete, Pessano [Milano] 1996) a Lungo le strade della Sindone (San Paolo, Cinisello Balsamo [Milano] 2000), in tandem con Francesco Barbesino, ingegnere bergamasco esperto di materiali, prove materiali ed invecchiamento di materiali polimerici.

Moroni (e con lui Barbesino) era uno dei molti studiosi seri della Sindone che alla datazione radiometrica del Telo ottenuta nel 1988 mediante Carbonio 14 (che la vorrebbe artefatta tra il 1260 e il 1390) non credeva. Di fatti quell’indagine, per come fu condotta, fa acqua da tutti i pori esattamente sul piano scientifico, ma Moroni (assieme a Barbesino), scelse un modo originale e unico per dirlo. Anzi, nel suo piccolo un modo persino geniale, condensato in un libriccino pubblicato da un piccolo editore anni fa e oramai pressoché irreperibile. Di libri seri e belli sulla Sindone (quelli brutti non li contiamo nemmeno) ce n’è oramai, fortunatamente, parecchi, ma Apologia di un falsario. Un’indagine sulla Santa Sindone di Torino (Minchella, Milano 1997) resta un unicum per brio, sagacia e garbo. Parte infatti dal presupposto che la Sindone sia una falso e, una dopo l’altra, analizza le prove e le testimonianze addotte da chi invece sostiene il contrario, ovvero che la reliquia sia autentica, producendosi così in una lode sincera a quel suo ignoto fabbricatore capace di realizzare un’opera più che improbabile, inspiegabile, impossibile. Un artista capace di realizzare un manufatto che nessuno è in grado di riprodurre e di rifare, che resiste a ogni confutazione, che impiega tecniche totalmente sconosciute ancora oggi e che si avvale di conoscenze precisissime di tipo anatomico, storico, numismatico, botanico, fisico, chimico, meccanico, ingegneristico ed elettromagnetico con un anticipo di 500, 700 e forse mille anni prima di chiunque altro, prim’ancora che certe scoperte venissero effettuate e certi strumenti inventati. Un uomo, insomma, in grado di realizzare un’opera ultraumana che non ha eguali e nemmeno simili; un artigiano cui si adattano bene le parole di Voltaire che ho veduto scritte a spray l’altra sera su un muro in città: “Se Dio non esistesse, bisognerebbe inventarlo”.

Per chi si fosse perso quest’autentica perla, sul web ne è disponibile il testo in una versione aggiornata e corretta accolta in un sito che raggruppa i contributi agli studi sindonologici dati dal duo Moroni e Barbesino. La cosa più bella, ora, per non perdere la memoria di questo appassionato e devoto ricercatore della verità sarebbe che i suoi mille contributi venissero ordinati e raccolti, i suoi scritti rieditati, i suoi sforzi divulgativi proseguiti, i suoi libri ripubblicati. Ne sarebbe fiero e felice anche Moroni, non perché là dov’è ora ne abbia bisogno, e nemmeno per gongolarsi, ma per la sublimità della materia che per decenni ha servito umilmente. Proprio come direbbero I Templari, «Non nobis, Domine, non nobis, sed nomini tuum da gloriam».

Marco Respinti

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