Il pensiero del giorno: Lc 4,24-30

Don Piero Cantoni 4 mesi fa
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« Tutti gli davano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca e dicevano: “Non è costui il figlio di Giuseppe?”. Ma egli rispose loro: “Certamente voi mi citerete questo proverbio: “Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafàrnao, fallo anche qui, nella tua patria!””. Poi aggiunse: “In verità io vi dico: nessun profeta è bene accetto nella sua patria. Anzi, in verità io vi dico: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elia, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; ma a nessuna di esse fu mandato Elia, se non a una vedova a Sarepta di Sidone. C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo; ma nessuno di loro fu purificato, se non Naamàn, il Siro”. All’udire queste cose, tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno. Si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù. Ma egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino » (Lc 4,24-30).

Gesù si mette in compagnia dei profeti dell’Antico Testamento, molti dei quali erano stati rifiutati e anche uccisi dai loro compatrioti israeliti (Lc 11,47; 13,33-34; At 7,52). In particolare si richiama alla missione di Elia ed Eliseo per gettare luce su quello che gli sta succedendo. Questi profeti vissero in tempi bui, in cui Dio sembrava aver dimenticato il regno di Israele, per gettare uno sguardo di predilezione sui popoli pagani. Così Elia fu mandato ad una vedova di Sidone (1Re 17,1-16) e Eliseo guarisce la lebbra di un generale degli Aramei (2Re 5,1-14). Così Gesù vuole spiegare che « l’anno di grazia del Signore » (Lc 4,19), di cui ha appena annunciato la venuta, sarà ugualmente un tempo di benedizione al di fuori dei confini di Israele suscitando una reazione sdegnata e violenta. Il “mestiere” del profeta è un mestiere difficile e Gesù porta questa difficoltà a compimento. Nel destino del profeta c’è un’insuperabile ed ineliminabile “solitudine”.

Cedo qui la parola a Eugenio Israel Zolli, (1881-1956) il Gran Rabbino di Roma, convertito, anzi “arrivato”, alla fede cristiana nel 1945, che ci ha lasciato delle pagine stupende sul profetismo in cui non si può non cogliere una eco autobiografica: « Ci vuole un dono particolare, una sensibilità particolare per comprendere il profeta, per ascoltare la sua parola. Un abisso molto spesso si schiude tra il profeta e coloro che lo ascoltano. Le conseguenze dell’incomprensione possono essere tragiche ed apportare perfino la morte per martirio del profeta. Quando il profeta preannuncia sventure di ogni genere e particolarmente nel campo politico, come conseguenza della disobbedienza del popolo alla volontà di Dio, il popolo che ancora gode di tanto benessere si beffa del profeta e delle sue minacce. Isaia si sente dire: “Che il Santo (Iddio) di Israele affretti la sua punizione: così la vedremo. E se poi il nemico invasore dovesse in realtà distruggere le nostre case, ne ricostruiremo altre più belle”.

Il popolo non crede, perché ancora non vede. Il profeta si sente ispirato da Dio ed è il portavoce di una parola non sua, ma di Dio ed è così che egli è l’unico veggente in mezzo a tanti ciechi. I profeti sanno che Iddio nulla fa senza rivelare il mistero della Sua volontà ai Suoi servi, i profeti. Il profeta non ha dubbi, e il popolo? Il popolo non crede. Il profeta conosce ormai l’economia di Dio, il piano di costruzione di Dio, di Dio in cui volere e potere sono una cosa sola. Il popolo e il profeta sono due mondi, due concezioni filosofiche e storiche non solo diverse, ma opposte. Sulla scena del momento storico che passa, il profeta e il popolo si trovano lì come due grandi personaggi del dramma. Da lontano il profeta sente avvicinarsi il nemico apportatore di distruzione e di sventure; il popolo ancora si dà alla gioia senza misura: il profeta è immerso in un dolore senza misura e al di sopra di tutto questo rumore gioioso e di questo pianto silente, al di sopra del rumore di cavalli, di lamenti e di guerre, aleggia lo spirito di Dio. Il profeta vive il suo messaggio, la sua anima trabocca di sacro zelo e di infinita tristezza; egli viene talvolta definito nella Bibbia con un termine inconsueto nel parlare di oggi: egli è il “gocciolatore”; dalla sua anima che trabocca del sapere di Dio e del timore per l’avvenire del suo popolo, le parole scendono come una pioggia di lacrime e di sangue . […].

Il verbo ebraico per “profetare” ricorre nella forma riflessiva e passiva per così indicare in certo qual modo la via per la comprensione della psicologia del profeta: egli subisce qualche cosa, sta sotto il peso di qualche cosa che scende nel fondo dell’anima sua, che su di lui si posa e che in lui riposa. Quando insorge, la sua voce si fa potente, il suo gesto si fa violento ed è così che il popolo dice che il profeta è uno stolto, che è un pazzo l’uomo dallo spirito, l’uomo posseduto, in certo qual modo, da uno spirito. Il popolo non sa che è lo spirito di Dio che rapisce il profeta, che fa di lui il Suo araldo, l’annunciatore della sua volontà onnipotente. […]. Il profeta vive di sola profezia. Tutto in lui diventa profezia. La sua anima si apre alle visioni anche di un avvenire molto lontano. Isaia, a occhi aperti, vede una vergine-madre e un fanciullo prodigioso su cui si poseranno tuti i doni dello Spirito di Dio, un fanciullo su cui si poserà lo Spirito di sapienza e di potenza, un fanciullo che, quando sarà conosciuto, sarà un giudice in nome di Dio, un giudice che saprà percuotere la terra contaminata con la “verga della sua bocca”, con la verga della sua parola, e che con l’alito suo ucciderà l’empio e il malvagio.

Lo stesso Isaia ha una visione chiara di Gesù Cristo senza dirne il nome e nessuno dopo Isaia comprese il grande profeta quanto Gesù Cristo. I grandi, gli uomini che si sono consacrati a Dio vivono fuori del tempo, non conoscono i limiti del tempo ed è così che Isaia può vivere Gesù ed è così che Isaia può ritornare a vivere in Gesù e non per nulla larghe masse del popolo dicono di Gesù: “Egli è uno degli antichi profeti risorti”. Il popolo non ha sbagliato: è lo spirito degli antichi e più grandi profeti in Israele che risorge e raggiunge il suo compimento in Gesù » (Guida all’Antico e Nuovo Testamento, Milano: Garzanti, 1956, p. 29-34). Perché è importante riflettervi? Perché noi cristiani siamo tutti profeti e siamo inviati come profeti (con il Battesimo siamo stati unti sacerdoti, re e profeti). Annunciare la Verità di Dio con le parole e con la vita è tutt’altro che facile. Ma è la più bella, soddisfacente e meravigliosa avventura che possa capitare ad un uomo e ad una donna in questo mondo!

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 Don Piero Cantoni

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