“Rivoluzione sessuale, una libertà impazzita”

Marco Respinti 2 settimane fa
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Da La bianca Torre di Ecthelion del 7/11/2017. Foto da articolo

Un proverbio bavarese recita: «Il demonio aiuta la sua gente, ma poi viene a prenderla». Un movimento perverso e pervicace, superomistico e prometeico, mira a “liberare” l’uomo dalle “catene” della sua natura e della morale che intrinsecamente ne deriva. Questo movimento attraversa inesorabile e violento la storia. Travolge e travisa, distrugge e consuma. Qualche volta lascia che gli esploratori in avanscoperta brucino sulla pubblica piazza, ma solo perché il loro sacrificio possa illuminare il lavoro di consolidamento del reparto genieri. Lo racconta bene Gabriele Kuby ‒ tedesca di Costanza, classe 1944, sociologa ‒ in La rivoluzione sessuale globale. Distruzione della libertà nel nome della libertà (trad. it., Sugarco, Milano 2017) ripercorrendo ragionatamente l’itinerario bisecolare del travisamento etico che della sessualità usa come di un clava per abbattere. Cosa c’è, infatti, di più intimo e personale della sessualità? E cosa c’è dunque di più utile ad abbattere la persona di ciò che è tanto intimamente personale?

La Kuby è una delle più acuminate penne pro-lifepro-family e anti-gender in circolazione. Soprattutto è lucidissima nel descrivere i collegamenti fra rivoluzione sessuale, pornografia, femminismo, omosessualismo, trangenderismo e distruzione della famiglia. Di suo, in italiano, il pubblico ha già potuto apprezzare Gender revolution. Il relativismo in azione (trad. it. Cantagalli, Siena 2009) e Only you. Diamo un’occasione all’amore (Lindau, Torino 2010). Questo nuovo libro, che compare per la prima volta in italiano, offre la traduzione della sesta edizione riveduta e attualizzata di un testo uscito originariamente in Germania nel 2012 e da allora pubblicato in diverse lingue.

Come sintetizza il presidente di Pro Vita, Toni Brandi, nella Postfazione, gira tutto attorno a un paradosso: la libertà che rende schiavi. Ovviamente la libertà impazzita, precisa il cardinale Carlo Caffarra (1938-2017) nell’Introduzione, e «l’opera della libertà impazzita ha una precisa strategia, perché ha una regia mondiale che la guida e la governa. Quale strategia? Quella del grande Inquisitore di Dostoevskij. […] La strategia è chiara: dominare l’uomo facendosi alleato un suo istinto di base. Il nuovo Grande Inquisitore non ha cambiato strategia». Questa libertà impazzita, conclude il cardinale, è dunque in realtà l’«[…] eutanasia della libertà» perpetrata, spiega il filosofo e teologo cattolico tedesco Robert Spaemann nella Prefazione, attraverso una ri-educazione totale che «[…] riguarda in ultima analisi la liquidazione di ciò che da tempo immemorabile abbiamo la bella abitudine di chiamare “essere umano” e “natura umana”». Quel che infatti la rivoluzione sessuale globale pretende è che «[…] dovremmo emanciparci dalla nostra stessa natura». Fine dell’uomo e nascita del post-uomo.

Nell’età moderna, accovacciandosi dietro e annidandosi dentro l’ideologia unica e gnostica della modernità ‒ che solo per confondere e colpire si dissimula in filoni e scuole in sostanziale sì, ma sempre funzionale lotta fra loro ‒, il progetto della rivoluzione sessualista e pansessualista si sviluppa in un disegno universale. Inizia infatti con la madre di tutte le ideologie e di tutte le ideocrazie contemporanee, ovvero la Rivoluzione Francese, e, per quanto ci sembri già di averne viste di tutti i colori, di guasti e di danni ne ha in serbo ancora parecchi. I suoi alfieri nei secoli sono i vari Jean-Jacques Rousseau e Charles Fourier, Karl Marx e Friedrich Nietzsche, Sigmund Freud e Carl Gustav Jung, Wilhelm Reich e Alfred Kinsey, John Money e Margaret Sanger, Jack Kerouac e Simone de Beauvoir. Ce ne sono molti altri, sia di famosi sia di meno noti, ma ciò che li accomuna è la dissolutezza ragionata sia di quanto hanno predicato sia delle vite che hanno condotto, o quantomeno di come sono andate a finire. Droghe, alcool, pazzia, occultismo, suicidio. Eccolo qui il diavolo del proverbio bavarese, prodigo con i suoi, ma sempre a carissimo prezzo. Un nome di tutto questo? Disordine. Disordine vissuto interiormente e disordine procurato a terzi. Il nulla per il mero sapore che esso ha. Terribile. Tecnicamente diabolico.

Il disordine è la cifra di questo movimento antico, trasversale e spavaldo. La rottura di ogni norma, l’annientamento di tutte le regole. «L’uomo è nato libero e dappertutto è in catene». Questa colossale menzogna di Rousseau è il mantra d’assalto, e il sesso la sua Panzer-Division. Il sesso decontestualizzato e derubricato, usato e abusato, stralunato e strafatto, esagerato e bizzarro, meccanico e psicotropo, stordente e multiplo, il sesso insomma purché sia. Rigorosamente sentimentalistico e fine a se stesso, autonomo e automatico, meglio se contro natura e comunque sempre contromano, genderizzato e omosessualizzato, bulimico e ubriaco, sterile e abortivo, istinto e caos, scherzo e pantomima, ripetitivo e noioso, sciatto, auto-idolatrico e alla fin fine impotente.

L’anno venturo sarà trascorso mezzo secolo dal Sessantotto, l’anno simbolo in Europa, certamente in Italia, della rivoluzione del costume, della morale e della sessualità. Iniziò remotamente lì, incubato dal neo-marxismo scecherato con la psicoanalisi e la psichedelia, il disastro di cui oggi il transgender-pensiero tira la fila sovvertendo ogni criterio. Il libro della Kuby fornisce una buona preparazione al tema. Ma non è tutto. Nell’ultima sua parte l’orizzonte si fa se possibile ancora più plumbeo. Dopo avere descritto uomini e mezzi, potenze e danari all’opera, l’autrice paventa un uovo totalitarismo incombente. Soft nell’apparenza, ma micidiale come forse mai prima. La normalizzazione di un’umanità presa diciamo per la gola, e resa docile come un cagnetto pronto a tutto per un biscottino. Annoda le fila, la Kuby, di ciò che ha detto d’esordio, trecento pagine primail potere del vizio come strumento di controllo socio-politico. La tempesta perfetta. Fine dell’uomo come Dio comanda per far spazio al post-uomo generato degli alambicchi perversi del Nemico.

Marco Respinti

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