Trump cavaliere della libertà religiosa e dell’obiezione di coscienza

Marco Respinti 7 mesi fa
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Mantenere le promesse elettorali, e farlo subito. L’improbabile ma lucidissimo presidente degli Stati Uniti Donald J. Trump è già entrato nei libri di storia, ma a quanto pare punta al guinness dei primati di velocità. Adesso tocca alla libertà religiosa, la fonte di tutti i diritti politici degli americani che Barack Obama, calpestando la Costituzione federale, aveva invece eletto a nemico pubblico n. 1. Quella statunitense, infatti, non è una vaga libertà di poter credere in quel che si vuole purché in qualcosa si creda, e non è nemmeno il “diritto all’errore” teoreticamente garantito. È invece il diritto giuridicamente tutelato alla dimensione pubblica della fede, che fa persino sì che la laicità delle istituzioni coincida senza scandalo con l’idea di una res publica cristiana.

Mercoledì Trump è intervenuto al National Prayer Breakfast, all’Hotel Hilton di Washington, l’evento social di preghiera che il Congresso degli Stati Uniti ospita ogni primo mercoledì di febbraio sin dal 1953 (allora si chiamava Presidential Prayer Breakfast, ha cambiato nome nel 1970) con migliaia di ospiti e d’invitati da tutto il mondo e che gl’inquilini della Casa Bianca non snobbano mai (non lo fece nemmeno Obama). Ebbene, da quell’augusta tribuna Trump ha scandito: «La libertà di religione è un diritto sacro, ma è pure un diritto minacciato tutto attorno a noi così come è nel mondo» (clicca qui). Pertanto «la mia amministrazione farà tutto quanto è in suo potere per difendere e per proteggere la libertà religiosa nel nostro Paese». Scherzandoci anche su: «È questo quello che faccio io. Metto a posto le cose». Ma l’impegno che Trump ha preso davanti al mondo è concreto e diretto quanto il suo stile oramai proverbiale: «Per questo butterò via, e distruggerò completamente, l’“Emendamento Johnson”, permettendo a chi ci rappresenta nelle fede di esprimersi liberamente e senza tema di ritorsioni. Lo farò ‒ricordatelo».

L’“Emendamento Johnson” in questione prende il nome dal presidente ultra-liberal, e non esattamente un campione di trasparenza, Lyndon B. Johnson (1908-1973) che lo fece approvare nel 1954 come modifica al Codice di diritto tributario quando era leader della minoranza Democratica al Senato federale. Con esso diede potere al fisco di revocare l’esenzione dalle imposte alle organizzazioni non-profit che sostengano o che avversano candidati politici. Le prime a rimetterci sono sempre state le Chiese e le associazioni religiose, e infatti Johnson volle fortemente quel provvedimento per vendicarsi di due non-profit che lo avevano accusato pubblicamente di essere troppo tenero nei confronti del comunismo.

Il giorno precedente il discorso di Trump al National Prayer Breakfast i Repubblicani hanno del resto spianato la strada, introducendo in entrambe le camere del Congresso il “Free Speech Fairness Act” mirante proprio a ripudiare l’“Emendamento Johnson”; e proprio mentre il presidente assumeva il proprio impegno solenne all’Hotel Hilton, il settimanale The Nation (radicalmente anti-Trump) dava notizia della bozza di un ordine esecutivo probabilmente prossimo alla firma, “Iniziativa governativa per il rispetto della libertà Religiosa”, con cui la Casa Bianca intende ribaltare la politica di Obama duramente penalizzante l’obiezione di coscienza per motivi religiosi sul posto di lavoro. Se quel decreto verrà approvato, i lavoratori americani potranno finalmente rifiutarsi di amministrare o di registrare le nozze” omosessuali, di praticare o di tollerare l’aborto nonché di fornire strumenti contraccettivi nei servizi sociali, nell’istruzione e nella sanità, nella ricerca di un lavoro e nelle assunzioni, nei contratti governativi e nelle relazioni con gli uffici governativi federali, di Stato o locali. Nessun individuo o organizzazione potrà essere insomma costretto a compiere attività che possano violarne la coscienza in ambiti sensibili e controversi come quelli. Tutti ricordano infatti il caso di Kim Davis, l’impiegata della Contea di Rowan, in Kentucky, che nel suo ufficio di Morehead si ribellò all’ordine federale che le imponeva di concedere la licenza matrimoniale alle coppie omosessuali e che per questo finì in carcere cinque giorni (Papa Francesco incontrò lei e il marito alla Nunziatura apostolica di Washington durante il suo viaggio negli Stati Uniti del settembre 2015 e regalò loro, protestanti carismatici, un rosario ciascuno).

Pare certo che l’ordine esecutivo sull’obiezione di coscienza sia stato ispirato dal vicepresidente Mike Pence, l’“anima migliore” dell’Amministrazione Trump che quando era governatore dell’Indiana promosse iniziative simili. Se verrà firmato (perché non è scontato che lo sia), a farne le spese sarà comunque anzitutto l’“Obamacare”, la riforma sanitaria della precedente Amministrazione che impone proditoriamente ai datori di lavoro di fornire ai propri dipendenti metodi di controllo delle nascite rubricate alla voce “assistenza medica”, ma che in questo modo non potrà più opprimere la coscienze.

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 Marco Respinti

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