Anzitutto i cristiani, parola di Donald J. Trump

Marco Respinti 3 anni fa
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Da “La bianca torre di Ecthelion” del 29 gennaio 2017. Foto da articolo

“Christians first”, anzitutto i cristiani. A dirlo venerdì parlando di profughi e immigrazione è stato il presidente Donald J. Trump intervistato da David Brody sugli schermi della Christian Broadcasting Network, l’emittente conservatrice fondata dal telepredicatore Pat Robertson.
In Siria, ha spiegato Trump, i cristiani «sono stati trattati in modo orribile» e impediti dai carnefici di raggiungere gli Stati Uniti: «Se eri musulmano potevi entrare, ma se eri cristiano no, era quasi impossibile».
Eccola qui la logica dell’ordine esecutivo intitolato “Proteggere il Paese dall’ingresso di terroristi stranieri negli Stati Uniti” che il presidente ha firmato sempre venerdì.
Con esso Trump ha deciso la sospensione, per un periodo da 30 a 90 giorni, dell’immigrazione da sette Paesi che, secondo una legge del 2016 sulla concessione dei visti, destano «particolare preoccupazione»: Iraq, Siria, Iran, Libia, Somalia, Sudan e Yemen, tutti a maggioranza musulmana. Quindi ha bloccato l’accoglienza dei profughi di guerra siriani fino a quando non verranno ripensate tutte le misure di sicurezza; a chi gli contesta che questo significa lasciare migliaia di vittime nelle mani degli aguzzini Trump ribadisce l’intenzione di adoperarsi per organizzare, in Siria e nei Paesi circostanti, zone sicure dove accogliere i fuggiaschi, anche a rischio di tensioni sia con il governo di Damasco sia con la Russia. E infine ha imposto una moratoria di quattro mesi sull’ingresso di rifugiati da qualsiasi Paese onde dare modo alle autorità americane d’identificare tutti con precisione.
Il giorno poi che gli Stati Unti riapriranno i confini, la quota massima di profughi ammessi ogni anno scenderà a 50mila unità contro le 110mila dell’era Obama. E appunto verrà privilegiato chi scappa a motivo del proprio credo, purché appartenente a una minoranza religiosa, per primi i cristiani.
Infatti, accogliere per primi i cristiani non è razzismo, come di recente ha affermato Alfredo Mantovano, magistrato, presidente della sezione italiana della fondazione di diritto pontificio Aiuto alla Chiesa che Soffre, interpellato (a monte delle decisioni di Trump oggi) dal giornale online La nuova Bussola Quotidiana. Pensiero analogo lo ha più volte espresso (sempre indipendentemente da Trump) anche mons. Silvano Tomasi, già nunzio apostolico all’ONU di Ginevra. È piuttosto realismo, nel caso di Trump accompagnato da sobria economia. Accogliere tutti gl’immigrati è semplicemente impossibile, bisogna scegliere. Questo è il realismo; quanto all’economia, essa impone di ottimizzare il rapporto tra costi e benefici nell’individuare i criteri di scelta. La persecuzione violenta è il primo, l’affinità culturale il secondo. Se infatti è l’integrazione che si vuole, e non i caravanserragli o le banlieu, bisogna cominciare dagli stranieri meno stranieri, che per l’Occidente cristiano, per malandato che il suo cristianesimo sia, sono i cristiani. L’Occidente cristiano, compreso quel che ne resta, ha cioè una responsabilità oggettiva sui cristiani non occidentali massacrati e perseguitati a causa della loro fede in Siria e in Iraq, ma pure in decine di altri Paesi del mondo, dal Pakistan all’India, dall’Africa Nera al Sudest asiatico.
E così, dicendo con coraggio ciò che tutti tacciono, Trump l’“isolazionista” rilancia alla grande il ruolo internazionale degli Stati Uniti.

Marco Respinti

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