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“Il comunismo cinese uccide più del coronavirus”

31 Gennaio 2020 - Autore: Andrea Morigi

Da Libero del 31/01/2020. Foto da win.storiain.net

La lunga marcia maoista, con il fiume di sangue che ha generato, non si è ancora conclusa. Il grande balzo in avanti, che causò lo sterminio di almeno 45 milioni dipersone, nemmeno. Gli effetti letali della rivoluzione culturale persistono. Potrà forse dirsi terminato il periodo di incubazione del comunismo, ma il rischio di contagio è invece ancora attivo. E il suo tasso di mortalità si è rivelato enormemente più alto di qualsiasi altro morbo.

Per il regime totalitario di Pechino, è assai più facile mettere in una cella di isolamento un oppositore che isolare un ceppo virale. Si sono esercitati per settant’anni, nei campi di concentramento, di lavoro e di rieducazione, a reprimere le idee controrivoluzionarie e sono giunti a un grado di perfezione impensabile altrove. Fino ad arrivare al cannibalismo: «Nella contea di Pubei un ricco proprietario terriero è stato ucciso con i suoi due figli di 11 e 14 anni. E poi gli organi di tutti e tre sono stati cucinati e mangiati. Nella provincia di Guangxi a centinaia sono stati divorati», riferiva a Tempi l’ex Guardia rossa, Song Yongyi, due volte incarcerato dal regime.

LE CARESTIE 

Insomma, che i comunisti mangiassero i bambini è un fatto storico, accertato dalla documentazione della grande carestia, che provocò almeno 30 milioni di morti tra il 1958 e il 1962. A quel tempo, ha ricostruito il dissidente cinese Zheng Yi nel suo Memoriale scarlatto, pubblicato negli Usa ma non in Italia, gli episodi di antropofagia furono almeno diecimila nella sola regione del Guangxi. La scrittrice cinese Jung Chang, autrice di “Mao. La storia sconosciuta”, tradotto in Italia da Longanesi, descrive così l’atmosfera delle «adunate di denuncia»: «Le vittime venivano macellate e alcune parti scelte dei loro corpi, il cuore, il fegato e talvolta il pene, asportate, spesso prima che i poveretti fossero morti, cucinate sul posto e mangiate in quelli che all’epoca erano chiamati “banchetti di carne umana”». 

Anche l’olandese Frank Dikötter è fra gli studiosi e i ricercatori che hanno scovato le prove della barbarie comunista cinese. E guarda caso le sue opere non sono mai state tradotte in italiano. Nel 2010, nel suo “Mao’ s Great Famine. The History of China’ s Most Devastating Catastrophe”, 1958-1962, lo storico attribuiva anche alla fame il consumo di carne umana.

Sono trascorsi sessant’anni, durante i quali può sembrare che Pechino si sia definitivamente convertita al capitalismo. Ma nello stesso tempo la politica del figlio unico introdotta da Deng Xiao Ping ha condotto alla soppressione di mezzo miliardo di cinesi attraverso gli aborti forzati.

Le violazioni dei diritti umani, tuttavia, non entrano mai negli argomenti affrontati a livello internazionale, che si tratti della repressione dei manifestanti di Hong Kong o dei cristiani e dei credenti di altre confessioni perseguitati.

LO SPIONAGGIO

Così si tace che ultimamente, con il progredire delle conoscenze scientifiche e tecniche, è stata inaugurata la stagione degli espianti di organi ai prigionieri di coscienza, che alimentano l’industria dei trapianti. Fra il 2000 e il 2005 ne sono stati compiuti 41.500 più che nei sei anni precedenti e in almeno 10mila casi non è stato possibile trovare l’origine della donazione. Pare che si tratti dei corpi di fedeli del culto Falun Gong, macellati allo scopo di fornire «parti di ricambio» sui tavoli chirurgici.

Poi in Occidente c’è ancora qualcuno che si sorprende quando si parla di cannibalizzazione dell’economia da parte della Cina. Si erano abituati a mangiarsi fra di loro, non c’è niente di strano se poi praticano le stesse usanze culturali anche al di là della Grande Muraglia. Lo fanno anche con le tecnologie, per impossessarsi di informazioni sensibili, segreti militari e brevetti civili.

Proprio ieri il segretario di Stato Usa, Mike Pompeo, ha avvisato il ministro degli Esteri britannico Dominic Raab: «Il Partito comunista cinese è la minaccia centrale della nostra epoca». Si riferiva all’ingresso del colosso cinese delle telecomunicazioni Huawei nelle reti 5G europee, in collaborazione con i servizi segreti di Pechino. Un’altra invasione, contro la quale sembrano non esserci difese culturali immunitarie. 

Andrea Morigi

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