Il pensiero del giorno

Don Piero Cantoni 4 anni fa
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« Non angustiatevi per nulla, ma in ogni circostanza fate presenti a Dio le vostre richieste con preghiere, suppliche e ringraziamenti » (Fil 4,6)

San Paolo ci ha appena esortato ad essere sempre ‘lieti’: « Siate sempre lieti nel Signore, ve lo ripeto: siate lieti » (v. 4) ed ora ci insegna come si fa: non entrare nella preoccupazione, nella confusione, nell’angustia. Per questo ci indica i mezzi appropriati: la preghiera nelle sue diverse forme. Nella preghiera fondamentale, il Padre Nostro, c’è una domanda (la sesta) che può ingenerare dei dubbi a questo proposito: « non ci indurre in tentazione ». Molti si chiedono: ma è mai possibile che Dio ci spinga verso la tentazione? La fantasia ci presenta subito l’immagine di un Dio che con un calcio ci butta in braccio al demonio… Un’immagine che dobbiamo giustamente respingere: « Nessuno, quando è tentato, dica: “Sono tentato da Dio”; perché Dio non può essere tentato al male ed egli non tenta nessuno. Ciascuno piuttosto è tentato dalle proprie passioni, che lo attraggono e lo seducono; poi le passioni concepiscono e generano il peccato, e il peccato, una volta commesso, produce la morte » (Gc 1,13-15). Allora come la mettiamo? Ai nostri vescovi è venuta anche l’idea di cambiare la traduzione del Padre Nostro, ma poi hanno soprasseduto e a mio avviso hanno fatto proprio bene, perché cambiare le preghiere che sono ormai entrate nell’uso comune è molto pericoloso. Si sono limitati ad approvare la nuova traduzione della Bibbia che dice: « non abbandonarci alla tentazione ». Certamente l’antica traduzione può indurre in errore, ma ecco che è offerta la possibilità a noi sacerdoti di spiegarla (è uno dei nostri compiti principali…); correggendo l’interpretazione imperfetta si fà così un po’ di catechesi, resa ancor più interessante dalla difficoltà incontrata e quindi più facilmente memorizzabile. Una cosa è evidente anche al non esperto: Gesù non ha insegnato il Padre Nostro in greco. Con tutta probabilità lo ha recitato, o “cantato” (meglio “cantillato”), in aramaico, che era la lingua corrente nella Palestina del tempo. In aramaico, come in tutte le lingue semitiche c’è una coniugazione verbale particolare che è assente nelle nostre lingue indoeuropee: il causativo. Il verbo ‘andare’, in causativo fa ‘far-andare’, con una parola unica. Se l’espressione è negativa: non far-andare, essa è necessariamente ambigua. Può voler dire infatti ‘non far andare’ o ‘far non andare’. Qui ‘non far-entrare’ o ‘far non entrare’. La negazione può riguardare l’azione causale (fare) o il suo effetto (entrare). Anche il termine “tentazione”, in greco “peirasmos” può significare ‘prova’, che può avere in sé un valore positivo o ‘tentazione’ che ha un valore tutto negativo. Qui il senso è certamente questo: “fà in modo Padre che noi non entriamo nella seduzione, nella trappola (dal verbo aramaico naśa’, portar via, sedurre), se poi siamo stati così orgogliosi e stupidi da entrarci dentro, Tu liberaci dal Maligno”. Un autore bizantino identifica cinque tappe della tentazione: suggestione, colloquio, lotta, consenso, passione. Luigi camminando trova un bel portafoglio di pelle. Lo raccoglie e lo apre: dentro non ci sono documenti, ma solo un bel bigliettone da cinquecento euro. Gli viene un pensiero (suggestione): ‘potresti tenerlo, ti ricordi quella bella canna da pesca che costa proprio cinquecento euro…’ Luigi è una persona onesta: ‘una cosa del genere non la farò mai! Vado subito all’ufficio oggetti smarriti a consegnarlo’. Poi però pensa: ‘certamente non lo farò mai, ma che male c’è a pensarci un po’?’ (colloquio). ‘Potrei comprarmi quella bella canna a cui ho fatto la corte da tempo… È solo un pensiero, intendiamoci, una cosa del genere io non la farò mai. Ci ‘pensicchio’ solo un po’. Ma poi, in fin dei conti, chi l’ha perso è proprio un stupido, potrei anche tenerlo… No assolutamente!, ma sì potrei… Lo tengo o non lo tengo, non lo tengo o lo tengo’ (lotta)… Luigi comincia a sudare e a star male. Dopo un po’ gli viene pure il mal di testa. La confusione (qualcuno propone di tradurre peirasmós con confusione) cresce fino al punto che Luigi incomincia a pensare che ormai il peccato è fatto… ‘Ci ho pensato troppo, tanto vale farlo del tutto’ (consenso). Appena decide è preso da una terribile frenesia (passione) per cui corre a perdifiato fino al negozio di articoli sportivi e arriva appena in tempo a fermare il padrone che sta abbassando la seracinesca e compra subito la canna. Il giorno dopo è già sulla riva del lago a pescare e gli viene un pensiero: ‘complimenti, siamo diventati ladri’ (suggestione), ‘ma non sono un ladro, mi sono solo tenuto un oggetto smarrito’ (colloquio), ‘beh se sei ladro, tanto vale farlo per davvero… No mai!, però…’ (lotta), ‘ormai effettivamente lo sono già diventato, quindi’ (consenso), ‘tanto vale che lo faccia con un po’ di professionalità’ (passione). Vuoi conservare la gioia? Sii umile e non discutere mai con il demonio, appena ti rendi conti che un pensiero non viene da Dio non entrare nella tentazione, ma rivolgiti al Padre che sta nei cieli e in lui troverai la forza di non seguire chi ti vuole sedurre e portar via dalla gioia di Dio.

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 Don Piero Cantoni

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Don Pietro Cantoni nasce a Piacenza il 19 aprile 1950. Autore di numerose pubblicazioni, è stato professore stabile di teologia presso lo Studio Teologico Interdiocesano “Mons. Enrico Bartoletti” di Camaiore (LU). Fondatore della Fraternità san Filippo Neri nella diocesi Massa Carrara – Pontremoli, è membro del capitolo nazionale di Alleanza Cattolica e guida Esercizi ignaziani dal 1975.