Il pensiero del giorno

Don Piero Cantoni 3 anni fa
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« Mentre ancora egli parlava, ecco arrivare Giuda, uno dei Dodici, e con lui una grande folla con spade e bastoni, mandata dai capi dei sacerdoti e dagli anziani del popolo. Il traditore aveva dato loro un segno, dicendo: “Quello che bacerò, è lui; arrestatelo!”. Subito si avvicinò a Gesù e disse: “Salve, Rabbì!”. E lo baciò. E Gesù gli disse: “Amico, per questo sei qui!”. Allora si fecero avanti, misero le mani addosso a Gesù e lo arrestarono. Ed ecco, uno di quelli che erano con Gesù impugnò la spada, la estrasse e colpì il servo del sommo sacerdote, staccandogli un orecchio. Allora Gesù gli disse: “Rimetti la tua spada al suo posto, perché tutti quelli che prendono la spada, di spada moriranno. O credi che io non possa pregare il Padre mio, che metterebbe subito a mia disposizione più di dodici legioni di angeli? Ma allora come si compirebbero le Scritture, secondo le quali così deve avvenire?”. In quello stesso momento Gesù disse alla folla: “Come se fossi un ladro siete venuti a prendermi con spade e bastoni. Ogni giorno sedevo nel tempio a insegnare, e non mi avete arrestato. Ma tutto questo è avvenuto perché si compissero le Scritture dei profeti”. Allora tutti i discepoli lo abbandonarono e fuggirono. Quelli che avevano arrestato Gesù lo condussero dal sommo sacerdote Caifa, presso il quale si erano riuniti gli scribi e gli anziani » (Mt 26,47-57).

Giuda agisce con uno spaventoso cinismo. Vuole procedere in modo che tutto fili liscio e che non subentri nessun incidente. Evidentemente nessuno di quelli che erano con lui erano in grado di riconoscere Gesù, per questo architetta un segnale: un bacio, il tipico segno di saluto, affetto e rispetto (cfr. Lc 7,45; Rm 16,16; 1Pt 5,14). Uno di quelli che accompagnano Gesù accenna ad una resistenza violenta. Estrae la spada e colpisce il servo del sommo sacerdote staccandogli l’orecchio. Il gesto ci aiuta a capire che il motivo della fuga dei discepoli davanti a quanto sta succedendo non è la paura. In fondo sono pronti a battersi, anche se le speranze di successo sono minime. La vera ragione l’incomprensione. Gesù è potente: lo ha dimostrato con tanti miracoli. Perché si lascia fare tutto questo senza reagire? Se fossero stati più umili si sarebbero fidati, avrebbero chiesto aiuto nella preghiera e la luce della fede li avrebbe illuminati. Chi è l’uomo della spada (o del coltello)? Giovanni ce ne comunica il nome, è Pietro (Gv 18,10). Finora Gesù ha sempre agito, ora sembra essere antrato in una fase di passività. Ora si lascia agire. Ricordiamoci del suggerimento di sant’Ignazio: « considerare, secondo l’episodio della Passione che contemplo, ciò che Cristo nostro Signore soffre o desidera soffrire nell’umanità » (n. 195). E anche di quello che segue: « considerare come la divinità di Cristo si nasconde e non distrugge i suoi nemici – pur potendolo fare – ma abbandona l’umanità ai più crudeli tormenti » (n. 196). Gesù sperimenta fino in fondo la debolezza davanti alla cattiveria dell’uomo. Non solo la cattiveria del nemici, il che sarebbe già tanto, ma sperimenta la terribile dolorosissima crudeltà di chi gli era amico. « Sono il rifiuto dei miei nemici e persino dei miei vicini, il terrore dei miei conoscenti » (Sal 31,12); « I miei amici e i miei compagni si scostano dalle mie piaghe, i miei vicini stanno a distanza » (Sal 38,12); « Hai allontanato da me i miei compagni, mi hai reso per loro un orrore. Sono prigioniero senza scampo » (Sal 88,9); Anche l’amico in cui confidavo, che con me divideva il pane, contro di me alza il suo piede » (Sal 41,10). Giovanni ricorda qui uno dei suoi frequenti «io sono», allusioni volutamente ambigue al nome di Dio (Es 3,14) e quindi alla nascosta identità di Gesù. « Gesù allora, sapendo tutto quello che doveva accadergli, si fece innanzi e disse loro: “Chi cercate?”. Gli risposero: “Gesù, il Nazareno”. Disse loro Gesù: “Sono io!”. […] Appena disse loro “Sono io”, indietreggiarono e caddero a terra » (Gv 18,4-6). Per un istante Gesù lascia intravvedere la sua identità divina… Quello che sta succedento non è una sconfitta, anche se ne ha tutte le apparenze.

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 Don Piero Cantoni

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Don Pietro Cantoni nasce a Piacenza il 19 aprile 1950. Autore di numerose pubblicazioni, è stato professore stabile di teologia presso lo Studio Teologico Interdiocesano “Mons. Enrico Bartoletti” di Camaiore (LU). Fondatore della Fraternità san Filippo Neri nella diocesi Massa Carrara – Pontremoli, è membro del capitolo nazionale di Alleanza Cattolica e guida Esercizi ignaziani dal 1975.