Il pensiero del giorno: Mc 3,20-35

Don Piero Cantoni 2 mesi fa
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« Entrò in una casa e di nuovo si radunò una folla, tanto che non potevano neppure mangiare. Allora i suoi, sentito questo, uscirono per andare a prenderlo; dicevano infatti: “È fuori di sé”. Gli scribi, che erano scesi da Gerusalemme, dicevano: “Costui è posseduto da Beelzebùl e scaccia i demòni per mezzo del capo dei demòni”. Ma egli li chiamò e con parabole diceva loro: “Come può Satana scacciare Satana? Se un regno è diviso in se stesso, quel regno non potrà restare in piedi; se una casa è divisa in se stessa, quella casa non potrà restare in piedi. Anche Satana, se si ribella contro se stesso ed è diviso, non può restare in piedi, ma è finito. Nessuno può entrare nella casa di un uomo forte e rapire i suoi beni, se prima non lo lega. Soltanto allora potrà saccheggiargli la casa. In verità io vi dico: tutto sarà perdonato ai figli degli uomini, i peccati e anche tutte le bestemmie che diranno; ma chi avrà bestemmiato contro lo Spirito Santo non sarà perdonato in eterno: è reo di colpa eterna”. Poiché dicevano: “È posseduto da uno spirito impuro”. Giunsero sua madre e i suoi fratelli e, stando fuori, mandarono a chiamarlo. Attorno a lui era seduta una folla, e gli dissero: “Ecco, tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle stanno fuori e ti cercano”. Ma egli rispose loro: “Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?”. Girando lo sguardo su quelli che erano seduti attorno a lui, disse: “Ecco mia madre e i miei fratelli! Perché chi fa la volontà di Dio, costui per me è fratello, sorella e madre” » (Mc 3,20-35).
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Per capire la reazione dei parenti di Gesù dobbiamo riflettere sul fatto che ai tempi di Gesù (e nelle società tradizionali in genere) i legami familiari erano il riflesso di un’appartenenza ben più solida che ai nostri giorni. Un individuo non aveva per così dire “esistenza” se non come parte di una unità familiare più vasta la quale conservava nei suoi confronti una responsabilità ed una autorità riconosciuta. L’azione dell’individuo era considerata come atto della famiglia e meritava la sua protezione, così come qualunque offesa all’onore della famiglia veniva punito da lei con una disciplina severa. Gesù ha fatto della casa di Pietro e Andrea a Cafarnao la sua base operativa e i suoi parenti sentono il dovere di uscire da Nazaret, distante una trentina di chilometri, per andare a prenderlo.
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Nella loro prospettiva Gesù deve smetterla di fare il Maestro e tornare al paese ad occupare la bottega di falegname (facendo una trasposizione potremmo dire, considerando le case di allora, di “carpentiere” o anche “architetto”) lasciata dal padre Giuseppe morto nel frattempo (cfr. Mc 3,31). La loro azione era in parte motivata dal desiderio di proteggerlo, vista la piega che stavano prendendo gli avvenimenti. Ai loro occhi l’attività di predicatore e taumaturgo che stava svolgendo era un chiaro segno di disturbo mentale. La reazione dei parenti (zii e cugini più anziani) e quella dei suoi compaesani (Mc 6,1-3) ci fanno comprendere che faticavano a vedere in Gesù predicatore e guaritore la stessa persona che avevano conosciuto da vicino per tanti anni. Anche Giovanni nota nel suo vangelo che « Neppure i suoi fratelli [parenti] infatti credevano in lui » (Gv 7,5). Alcuni Vangeli apocrifi si sono precipitati ad immaginare un bambino Gesù che faceva miracoli per stupire i suoi compagni di giochi, fabbricando per esempio uccellini con il fango che subito volavano via vivi e vegeti, ma i Vangeli canonici ci descrivono invece un Gesù assolutamente “normale”, così normale da essere frainteso dal parentado e dai compaesani nel suo comportamente pubblico come uno che “è diventato matto”.
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I suoi miracoli, nel contesto di questo giudizio, potevano facilmente essere interpretati come opera del Demònio. È un rischio che corre anche uno che si converte a Gesù: molto spesso parenti e amici cercano di distoglierlo da questa “pazzia”. I cristiani orientali conoscono la figura tradizionale del “folle in Cristo”, in russo “jurodivyj”, e molti di costoro sono venerati come santi. Il nostro san Filippo Neri ne è uno splendido esempio occidentale. Come sempre è opportuno ricordare che i santi non vanno “copiati” (come i compiti a scuola…), ma vanno imitati. Per essere come san Filippo non è necessario girare con la barba fatta a metà o con un cuscino di raso legato in testa a mo’ di cappello, basta amare come lui… Se amiamo veramente Dio al di sopra di tutto e di tutti e il nostro prossimo come noi stessi ci meriteremo senza troppo sforzo la nomea di “fuori di testa”. Ricordiamoci allora di chi l’ha meritata per primo!
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 Don Piero Cantoni

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