Il pensiero del giorno: Gv 19,31-37

Don Piero Cantoni 2 anni fa
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« Era il giorno della Parasceve e i Giudei, perché i corpi non rimanessero sulla croce durante il sabato – era infatti un giorno solenne quel sabato -, chiesero a Pilato che fossero spezzate loro le gambe e fossero portati via. Vennero dunque i soldati e spezzarono le gambe all’uno e all’altro che erano stati crocifissi insieme con lui. Venuti però da Gesù, vedendo che era già morto, non gli spezzarono le gambe, ma uno dei soldati con una lancia gli colpì il fianco, e subito ne uscì sangue e acqua. Chi ha visto ne dà testimonianza e la sua testimonianza è vera; egli sa che dice il vero, perché anche voi crediate. Questo infatti avvenne perché si compisse la Scrittura: Non gli sarà spezzato alcun osso. E un altro passo della Scrittura dice ancora: Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto » (Gv 19,31-37). 

Gesù è morto il venerdì pomeriggio, il giorno precedente la Pasqua che incominciava (con il sabato seguente) al tramonto. Le autorità giudaiche non volevano che i corpi dei crocifissi rimanessero sulle croci durante la notte a causa di Dt 21,22-23 che richiede che i corpi siano seppelliti prima del tramonto. Così chiesero a Pilato che fossero loro spezzate le gambe. Questo avrebbe significano certamente la morte, perché rendeva loro impossibile reggere il peso del corpo per respirare. Gesù però era già morto e i soldati si limitano a trafiggerlo al fianco per verificare la morte avvenuta. Giovanni, secondo il suo stile abituale, fatto di silenzi ed allusioni, non nomina la parola “cuore”, ma è evidente che il soldato è proprio lì che lo colpisce. Il cuore trafitto emette sangue e acqua, cioè plasma e siero come succede ad uno che è veramente morto. Perché Giovanni dà tanta importanza alla verifica della morte di Gesù? Per due ragioni fondamentali. 1) Perché già ai suoi tempi circolava la diceria che Gesù non era veramente morto. Dio non poteva permettere che un suo profeta morisse in quelle condizioni ignominiose. Tracce di questa concezione sono presenti nel Corano: i miscredenti sono maledetti « […] per aver detto “Abbiamo ucciso il Cristo, Gesù il figlio di Maria, messaggero di Allah” mentre  non lo hanno né ucciso né crocifisso. Bensì qualcuno fu reso ai loro occhi simile a lui […] ma Allah lo ha elevato fino a sé» (Sura IV vv. 157-158).
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Per i musulmani quello che è successo sulla croce è stata una parvenza: Gesù certamente non è morto (forse secondo qualche commentatore è morto un sosia al suo posto) ma è stato prelevato da Dio e portato in cielo e tornerà a giudicare il mondo (anche per gli islamici infatti alla fine dei tempi tornerà Gesù). E giudicherà anche noi che abbiamo creduto che sia morto in croce. Perché non è possibile che Dio lasci morire un suo profeta di questa morte orribile: Dio all’ultimo lo ha tolto dalla Croce. È uno dei punti che fonda la posizione degli studiosi accademici, che si stanno riorientando oggi verso la posizione degli antichi padri: l’Islam è una eresia cristiana. Contro questa posizione Giovanni invece testimonia che la morte di Gesù è stata assolutamente vera. 2) Ma c’è un’altra ragione per cui fa questa testimonianza solenne (« Chi ha visto ne dà testimonianza e la sua testimonianza è vera; egli sa che dice il vero, perché anche voi crediate »): Giovanni ha visto la morte di Gesù e ha potuto vedere come il senso della sua morte si è fatta simbolo, attraverso il cuore reso visibile dalla ferita. Dio ci ha amati con cuore d’uomo, da questo cuore è scaturita la vita (sangue ed acqua) e questo cuore è ormai vivo per sempre! Anche noi siamo invitati a contemplare questo cuore. Non si tratta solo di “capire”, ma di “sentire” il suo battito. Quello che nella traduzione greca dei Settanta, citata da Giovanni diventa « colui che hanno trafitto », nel testo ebraico è « a me, che hanno trafitto [דָּקָרוּ אֵלַי אֵת אֲשֶׁר]». Qui viene svelato un mistero inaudito: il Figlio stesso di Dio si identifica con il peccato degli uomini (rappresentato dal serpente) in modo tale che chi guarda a Lui, chi ha fede viva in lui, cioè chi lo guarda con amore, viene da Lui guarito e salvato.
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Qui viene svelato fino a che punto è arrivato l’amore misericordioso infinito di Dio: « Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo fece peccato in nostro favore, perché in lui noi potessimo diventare giustizia di Dio » (2Cor 5,21; cfr. Gal 3,13; 1Pt 2,24). Gesù (evidentemente!) non ha commesso peccato (cfr. 1Gv 3,5; Eb 4,15) ma ha preso su di sé tutte le orribili conseguenze del peccato, si potrebbe dire “l’essenza del peccato” in quanto separazione da Dio, vincendolo e distruggendolo con la forza del suo amore innocente. Questo è il motivo profondo del suo dolore, ultimamente incomprensibile e irraggiungibile (cfr. Mt 26,38; 27,46; Gv 7,34.36; 8,21-22; 13,33).
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 Don Piero Cantoni

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Don Pietro Cantoni nasce a Piacenza il 19 aprile 1950. Autore di numerose pubblicazioni, è stato professore stabile di teologia presso lo Studio Teologico Interdiocesano “Mons. Enrico Bartoletti” di Camaiore (LU). Fondatore della Fraternità san Filippo Neri nella diocesi Massa Carrara – Pontremoli, è membro del capitolo nazionale di Alleanza Cattolica e guida Esercizi ignaziani dal 1975.