Il pensiero del giorno: Lc 18,1-8

Don Piero Cantoni 4 anni fa
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« Diceva loro una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai: “In una città viveva un giudice, che non temeva Dio né aveva riguardo per alcuno. In quella città c’era anche una vedova, che andava da lui e gli diceva: “Fammi giustizia contro il mio avversario”. Per un po’ di tempo egli non volle; ma poi disse tra sé: “Anche se non temo Dio e non ho riguardo per alcuno, dato che questa vedova mi dà tanto fastidio, le farò giustizia perché non venga continuamente a importunarmi””. E il Signore soggiunse: “Ascoltate ciò che dice il giudice disonesto. E Dio non farà forse giustizia ai suoi eletti, che gridano giorno e notte verso di lui? Li farà forse aspettare a lungo? Io vi dico che farà loro giustizia prontamente. Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?” » (Lc 18,1-8)

Come si fa a pregare “sempre”? Nella vita dobbiamo fare tante cose che necessariamente interrompono la nostra vita di preghiera: dobbiamo dormire, mangiare… lavorare. Un’eresia dei primi secoli, l’eresia “messaliana” consisteva proprio nel prendere alla lettera queste parole di Gesù: pregare sempre, pregare ininterrottamente… I messaliani riducevano al minimo quelle attività assolutamente necessarie e dedicavano il più tempo possibile alla preghiera. Soprattutto non lavoravano. Non era bello? No, perché non avevano capito che la preghiera deve coinvolgere veramente tutto, senza interruzioni. Anche il sonno deve essere preghiera, anche mangiare, anche lavorare. Ma se prego mentre lavoro mi distraggo! No, perché ognuno di noi fa tante cose insieme. Pensiamo ad una cosa banale che molti di noi fanno tutti i giorni: guidare l’automobile. Mentre guido non penso necessariamente a tutti i gesti che faccio: se incontro una curva giro il volante, ma non lo penso, non lo progetto… perché sto pensando ad altro. Quello che il Signore ci vuole insegnare è far sì che tutto quello che faccio diventi preghiera. Se mi metto su questa strada scoprirò ben presto che non solo non mi allontana dall’attenzione dovuta a quello che faccio, ma mi rende più limpido, più fresco, più attento… Chi prega molto, fa le cose meglio. Soprattutto perché porta la gioia nel cuore, non a caso san Paolo pone nello stesso contesto in cui ci dice « pregate ininterrottamente », quest’altra affermazione: « siate sempre lieti » e quest’altra ancora: « in ogni cosa rendete grazie »: « Siate sempre lieti, pregate ininterrottamente, in ogni cosa rendete grazie: questa infatti è volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi » (1Ts 5,16-18). Non è casuale, ma voluto (« questa infatti è volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi »), è una sequenza logica: se sono in un atteggiamento di preghiera, accolgo il dono di Dio, ringrazio e porto la gioia nel cuore. Perché questo stile di preghiera diventi il motivo soggiacente di tutta la mia vita, ci devono essere dei momenti di preghiera, per così dire “assoluta”. Come in un rapporto di amore: due persone che si amano si amano sempre, qualunque cosa facciano. Però l’amore sussiste ed esiste solo se conosce momenti di intimità in cui l’uno è per l’altro e solo l’altro esiste per te in quei momenti. In particolare il lavoro è spesso difficile da coniugare con la preghiera, come la sofferenza… La Bibbia non dice forse che il lavoro è una maledizione? Dio disse infatti ad Adamo dopo il peccato: « Poiché hai ascoltato la voce di tua moglie e hai mangiato dell’albero, di cui ti avevo comandato: Non ne devi mangiare, maledetto sia il suolo per causa tua! Con dolore ne trarrai il cibo per tutti i giorni della tua vita. Spine e cardi produrrà per te e mangerai l’erba campestre. Con il sudore del tuo volto mangerai il pane » (Gen 3,17-19). Certamente se non ci fosse stato il peccato non vi sarebbero state la sofferenza e la morte, perché queste non erano nel progetto originario di Dio. Ma, appunto, ciò che il peccato ha prodotto nella vita dell’uomo sono la sofferenza e la morte e non il lavoro come tale. Anche Eva – a causa del peccato – deve partorire con dolore (v. 16). Ma il peccato causa il dolore non il parto, che è invece solo una benedizione di Dio! Dio comanda all’uomo di soggiogare la terra e di dominare sugli uccelli del cielo e sui pesci del mare e questo lo fa prima del peccato. È ancora prima del peccato che il Signore affida il giardino dell’Eden alle mani operose dell’uomo perché lo coltivi e lo “custodisca” (non “sfrutti”: in queste sfumature della Parola di Dio si colgono degli importanti insegnamenti…). Ciò dunque che il peccato causa, ciò che è “maledizione”, è la sofferenza che si accompagna all’attività dell’uomo, non il suo lavoro. D’altra parte – e qui sta la meravigliosa bontà del piano di Dio – proprio la maledizione in Cristo diventa benedizione. È proprio attraverso la sofferenza e la morte che Gesù ci ha salvati. Per il cristiano la sofferenza ha un nuovo nome: si chiama Croce. Cioè amore, amore che ci unisce a Gesù e ci dona ai fratelli. Questo è il senso del lavoro in luce cristiana. Il cristiano lavora non soltanto per guadagnare il pane o per farsi un nome. Lavora per amore. Per amore di Dio e dei fratelli. Ma una domanda sorge spontanea dal nostro cuore: che cosa se ne può mai fare Dio del nostro lavoro? Non si può applicare al lavoro dell’uomo quello che il salmo diceva dei sacrifici di Israele? « Sono mie tutte le bestie della foresta, animali a migliaia sui monti. Conosco tutti gli uccelli del cielo, è mio ciò che si muove nella campagna. Se avessi fame, a te non lo direi: mio è il mondo e quanto contiene. Mangerò forse la carne dei tori, berrò forse il sangue dei capri? » (Sal 49,10-13). Lavorare è servire e non ci ha forse ricordato Gesù che siamo “servi inutili”? In realtà proprio questa considerazione ci aiuta a capire il senso profondo del lavoro e di ogni attività del cristiano, delle sue “opere”. Le opere del cristiano sono doni per Dio (e … di Dio). In un rapporto di amicizia e di amore ciò che conta non è tanto il dono in sé, quanto il cuore che questo dono rivela. Il dono può essere misero, ma il cuore grande. Come gli spiccioli della vedova. Il dono può avere una apparenza insignificante, come un bambino che porge alla mamma una caramella (quella caramella che la madre stessa gli aveva dato poco prima…). Ma il cuore del piccino è grande in questo gesto e la madre si intenerisce. Che cosa può “fare” un malato, un paralizzato, uno inchiodato su una sedia a rotelle? Niente per il mondo, almeno apparentemente. Ma per Dio – e quindi anche per il mondo – può fare la cosa più importante: donare. Donare quello che ha, cioè la sua vita sofferente. Cioè amare come ha fatto Gesù sulla croce. Ecco il senso del lavoro cristiano: un atto di amore. Come tale, per essere autentico, deve anche essere ben fatto. Appunto – come si dice – “con amore”.

Don Piero Cantoni

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 Don Piero Cantoni

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Don Pietro Cantoni nasce a Piacenza il 19 aprile 1950. Autore di numerose pubblicazioni, è stato professore stabile di teologia presso lo Studio Teologico Interdiocesano “Mons. Enrico Bartoletti” di Camaiore (LU). Fondatore della Fraternità san Filippo Neri nella diocesi Massa Carrara – Pontremoli, è membro del capitolo nazionale di Alleanza Cattolica e guida Esercizi ignaziani dal 1975.