Il pensiero del giorno: Mc 6,1-6

Don Piero Cantoni 2 anni fa
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« Partì di là e venne nella sua patria e i suoi discepoli lo seguirono. Giunto il sabato, si mise a insegnare nella sinagoga. E molti, ascoltando, rimanevano stupiti e dicevano: “Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani? Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?”. Ed era per loro motivo di scandalo. Ma Gesù disse loro: “Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua”. E lì non poteva compiere nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì. E si meravigliava della loro incredulità. Gesù percorreva i villaggi d’intorno, insegnando » (Mc 6,1-6).

 

Finora la missione di Gesù è apparsa come una marcia trionfale: insegnamento straordinario accompagnato da guarigioni ed esorcismi, folle grandiose che lo pressano da ogni parte. Qui assistiamo come ad una battuta d’arresto e proprio dove ci si sarebbe aspettato un trionfo speciale: il suo luogo di origine. Gesù ritorna per la prima volta a Nazaret, un villaggio allora insignificante di un centinaio di abitanti. Anche qui la gente constata la sua saggezza straordinaria e la sua fama di operatore di prodigi e si chiede: « Da dove gli vengono queste cose? ». La risposta ovvia sarebbe: da Dio! Sapienza e grandi prodigi sono attributi di Dio stesso (Ger 10,12; 51,15; Dan 2,20) e spesso la Scrittura ci parla dei grandi prodigi operati dalla “mano potente” di Dio (Es 32,11; Dt 4,34; 7,19).

Ma ai compaesani di Gesù il confronto tra la sua vita ordinaria che loro conoscevano molto bene, il suo mestiere di carpentiere (o costruttore), la rete delle sue parentele e il suo ruolo di maestro e profeta appariva troppo paradossale… In fondo è il paradosso dell’incarnazione che devono accettare: una vita ordinaria (uomo) assolutamente straordinaria (Dio). Senza questa fede i miracoli stessi diventano impossibili. Non perché, ovviamente, Dio non sarebbe capace di farli, ma perché sono atti di salvezza personale che solo la persona può accettare. La fede è un atto che si radica nel cuore (intelligenza, volontà, libertà) e la porta del cuore si apre solo dall’interno… Anche oggi assistiamo a qualcosa di simile. Nei nostri paesi di antica tradizione cristiana, la “fede” ci appare come un’abitudine a cui siamo “troppo abituati”, fino al punto da convincerci di sapere tutto quello che c’è da sapere.

Gesù e la sua Chiesa ci sembrano ovvi e scontati e il Vangelo qualcosa di risaputo. Abbiamo un urgente bisogno di essere ri-evangelizzati. Forse, come già successe anche in passato, in quell’epoca di transizione tra la Cristianità antica e il “nuovo” Medio Evo, proprio da quelli “di fuori”. Penso in particolare ai monaci irlandesi che sono venuti nell’Europa continentale dalla loro lontana isola del Nord ad annunciarvi il Vangelo attorno al sesto secolo (san Colombano di Bobbio + 615). I cristiani non nascono tali, ma sempre lo devono diventare.

 

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 Don Piero Cantoni

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Don Pietro Cantoni nasce a Piacenza il 19 aprile 1950. Autore di numerose pubblicazioni, è stato professore stabile di teologia presso lo Studio Teologico Interdiocesano “Mons. Enrico Bartoletti” di Camaiore (LU). Fondatore della Fraternità san Filippo Neri nella diocesi Massa Carrara – Pontremoli, è membro del capitolo nazionale di Alleanza Cattolica e guida Esercizi ignaziani dal 1975.