Intervista a mons. Antonio Suetta, Vescovo di Ventimiglia Sanremo

Il vescovo di Ventimiglia: sui profughi meglio Salvini di Famiglia Cristiana
Andrea Morigi 2 anni fa
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Intervista di Andrea Morigi Mons. Antonio Suetta, tratta da Libero, del 25 agosto 2018. Foto redazionale

 

Mons. Antonio Suetta, vescovo di Ventimiglia Sanremo, accoglie i migranti, anche in seminario, senza bisogno di retorica immigrazionista.

«Sono assolutamente convinto che l’accoglienza sia un aspetto essenziale della carità e che, nella prospettiva della fede, abbia una priorità assoluta, ma la carità chiede di essere esercitata all’interno delle possibilità e delle responsabilità umane. Richiede l’uso dell’intelligenza e della responsabilità, che hanno a che fare con un incrocio di doveri, principi, situazioni. Non può esser ridotta a uno slogan e una bandiera. Le parole del Santo Padre e l’atteggiamento concreto della Chiesa sono espressione autentica del Vangelo».

Eccellenza, ha visto il sondaggio di LIbero? L’ 85% dei cattolici sostiene la politica di Salvini in tema d’immigrazione.

«C’è un senso comune dei fedeli che non sarebbe giusto per noi, come pastori, ignorare. A seconda degli argomenti, le sensibilità si esprimono in maniera diversa. Posso registrare che gran parte del mondo cattolico italiano ha una sensibilità di fondo che si esprime nell’adesione alle sue tradizioni in maniera salda e significativa. Ma va letta come difesa delle radici cristiane. E credo che molti cattolici, guardando alle espressioni diverse che abbiamo nel panorama sociale e politico, riscontrino una custodia, una preservazione a determinati valori».

Il risultato del sondaggio potrebbe risentire dell’effetto Famiglia Cristiana?

«Un po’ penso di sì. Nel senso che, quando le posizioni diventano intransigenti ed esasperate, come nel caso della copertina di Famiglia Cristiana, molti non vi si ritrovano né nella sostanza né nella forma».

Gli intervistati hanno risposto anche a domande sui temi di carattere etico. Che ne pensa?

«Sui valori non negoziabili, durante la legislatura precedente, molti cattolici praticanti e credenti o anche non praticanti hanno provato un certo disagio nel vedere come esponenti di area cristiana non sono stati fermi nella difesa di certi princìpi quando si è trattato di legiferare sul fine vita o le unioni civili. Anche se nessuna formazione politica riflette totalmente la visione cristiana, è inevitabile che sul tema della famiglia o della vita, certe posizioni un po’ troppo accondiscendenti possano e debbano far problema. Molti credenti si fanno domande, al di là delle intenzioni, sui risultati. Come pastore lo devo registrare e anche orientarlo».

Le prime reazioni dalla stampa cattolica sono accuse: si tratta di praticanti non credenti. È d’accordo?

«Mi sembrano affermazioni ad usum delphini. Non è possibile giudicare credenti quelli che si uniformano a una data linea di pensiero e liquidare gli altri come se non avessero dignità di credenti. Sarà più faticoso, ma bisogna considerare che vi sono posizioni e sensibilità diverse che si confrontano. Con tutta la pazienza che questo comporta. La società vive una crisi di fede e quindi anche di identità del cristiano. Mi pare di capire che un’affermazione di questo genere si concentra un po’ troppo su un unico aspetto. Purtroppo considerato spesso da un unico punto di vista, quello dell’ accoglienza dei migranti».

Cioè, possiamo permetterci di aiutare i lontani, cioè meno prossimi?

«La vedo da un altro punto di vista che è la parabola del Buon Samaritano. Non è corretto tentare di fare gerarchie nella questione del prossimo.Ci sono gradualità nella logica di un intervento: la prima è quella che configuriamo come emergenza: chi ha bisogno ha titolo al mio aiuto. Non vuol dire contrapporre coloro che hanno bisogno. Il vero sforzo della politica è il bene comune, che deve crescere nella pace e produrla».

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 Andrea Morigi

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