“L’identikit dei musulmani radicali – Un mondo a parte dove i terroristi sono eroi”

Un patto con lo Stato ci risparmia dagli attentati, ma non dall'indottrinamento e dal reclutamento per la jihad
Andrea Morigi 1 anno fa
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Di Andrea Morigi da Libero del 09/04/2019. Foto redazionale

Conviviamo fianco a fianco con «un mondo parallelo e spesso invisibile agli occhi disattenti e svogliati di una politica che non si è mai presa la briga di fare due passi, ad esempio, a Torpignattara o a Centocelle, quartieri romani dove si respira la sharia», nei quali «le vecchie botteghe artigiane sono state sostituite da fruttivendoli gestiti da bengalesi, spesso senza alcun rispetto delle più basilari norme igieniche. Le macellerie di quartiere hanno ceduto il posto a macellerie halal (quelle che vendono la carne macellata secondo i dettami della religione musulmana) e le moschee clandestine si trovano a ogni angolo di strada».

A SCUOLA DI CORANO

Lì nascono le «scuole coraniche allestite all’interno delle moschee. Un vero e proprio business che ai vari imam può fruttare anche oltre duemila euro al mese». Nascono ufficialmente per insegnare «l’arabo ai bambini, poi si spiega il Corano (un po’come accade in chiesa con il catechismo, sostengono gli imam) e poi… a volte accade che, all’interno di queste scuole pomeridiane, gli insegnanti di turno parlano della religione musulmana in termini poco consoni». Era il modello seguito dall’imam di Foggia ritenuto affiliato all’Isis, Mohy Eldin Mostafa Omer Abdel Rahman, 59 anni, egiziano ma cittadino italiano, arrestato a marzo 2018 con l’accusa di associazione con finalità di terrorismo internazionale e istigazione a delinquere e per gli inquirenti. Ecco come, nel suo recente La trattativa Stato-Islam, edito da Curcio, la giornalista Maria Francesca Musacchio descrive l’ambiente nel quale è cresciuto e prospera il network jihadista italiano, protetto dalle «tante Molenbeek refrattarie all’integrazione che, in alcuni casi, hanno anche offerto supporto e copertura a soggetti radicalizzati, alcuni dei quali espulsi nel corso degli ultimi anni, spesso grazie a messaggi inneggianti al jihad pubblicati sui social network». 

È lo spaccato di una comunità sommersa di circa un milione e mezzo di persone, che dispongono di 1.251 moschee e che, secondo un sondaggio di Ipr Marketing condotto su un campione di 500 persone e pubblicato nel 2017 dal Qn, per il 28% (il 58% tra gli anziani), condividono le ragioni dei terroristi islamici. sotto controllo 

Eppure, tranne l’attacco fallito dieci anni fa alla caserma Santa Barbara di Milano, in Italia non si è mai verificato un episodio di violenza firmato Al Qaeda o Isis. Sarà perché lo Stato e l’islam hanno un tacito accordo per non rompersi le scatole a vicenda, come ipotizza la Musacchio, oppure perché, dal 2015 a oggi, ben 384 estremisti individuati dall’intelligence sono stati prontamente espulsi? O magari perché i 138 musulmani che progettavano di morire come martiri del jihad hanno ritenuto opportuno unirsi al Califfato? Per ora i foreign fighters rientrati sono undici. Tre sono in carcere e otto ancora a piede libero. Chissà perché.

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 Andrea Morigi

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