Michael Novak teologo della libertà

Marco Respinti 3 anni fa
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Da “La bianca torre di Echtelion” del 19 febbraio 2017. Foto da articolo 

La giustizia sociale non è quello che pensate che sia. S’intitola così, Social Justice Isn’t What You Think It Is (Encounter Books, New York 2015), l’ultimo libro pubblicato da Michael Novak, filosofo, teologo, scrittore (anche nel senso di romanziere) e diplomatico statunitense, morto venerdì 17 febbraio a 83 anni nella sua casa di Washington. Un titolo che è un’eredità e una missione.

Nato a Johnstown, Pennsylvania, nel 1933 da una famiglia oriunda slovacca, laureatosi in Filosofia con il massimo dei voti allo Stonehill College di Easton, in Massachusetts, nel 1958 Novak consegue il Baccalaureato in Teologia alla Pontificia Università Gregoriana e quindi, nel 1966, il Master in Storia e filosofia della religione ad Harvard. Allora il suo cuore batteva a sinistra. Come corrispondente del National Catholic Reporter, voce del cattolicesimo progressista, seguì i lavori del Concilio Ecumenico Vaticano II e nel 1964 ne trasse un libro, The Open Church, che spinse il delegato apostolico negli Stati Uniti, card. Egidio Vagnozzi, a chiederne il silenziamento alla gerarchia americana. Ma quegli anni sono lontanissimi, irriconoscibili. Trenta libri dopo, incluso il ripudio delle devastazioni post-conciliari che ha premesso alla seconda edizione di The Open Church del 2001, l’immagine di Novak è quella del tipico neoconservatore.

Ed è qui che torna quella sua idea fissa e sublime di una giustizia sociale alternativa a quella proposta dalle 50 sfumature di grigio che vanno dall’assistenzialismo al totalitarismo. La giustizia sociale esito del trionfo della libertà, non dell’azione ridistributiva e castrante dello Stato.

Uomo di punta della fondazione conservatrice American Enterprise Institute dal 1978 al 2010, Premio Templeton nel 1994, in tre occasioni ambasciatore del presidente Ronald Reagan e fino all’ultimo giorno visiting professor all’Ave Maria University in Florida, Novak ha cominciato a scriverlo nel 1982 nel libro che lo ha reso famoso, Lo spirito del capitalismo democratico e il cristianesimo (tradotto in italiano a Roma da Studium nel 1986).

Cosa impedisce alla libertà di degenerare in caos? Alle anime belle, ma poco studiose (e incapaci di fare business senza andare a braccetto con lo Stato), abbondanti anche tra i suoi compagni di fede cattolica, Novak ha sempre risposto secco: la morale. Lo hanno definito “teologo del capitalismo” e lui non se n’è mai offeso. Il perché è facile. Quell’insieme di rapporti e relazioni che chiamiamo complessivamente “capitalismo” si regge sulla certezza del diritto. Senza di essa, nessuno saprebbe distinguere il bene dal male e nessuna impresa sarebbe possibile. La formula inglese di questo concetto è stupenda per pregnanza, rule of law. Da noi qualcuno la traduce con “Stato di diritto”, ma è il solito vizio di voler conferire funzioni etiche allo Stato. Si tratta invece anzitutto dell’imperium della legge morale, il Decalogo biblico, a cui deve ancorarsi la legge positiva per non essere ingiusta.

Novak non era una anarco-capitalista. Per lui lo Stato conserva un funzione legittima e persino preziosa. Ma quello virtuoso è lo Stato che non s’immischia, lo Stato neutrale e limitato che fa l’arbitro affinché nessuno prevarichi.

Il problema principale di Novak è sempre stato che tutti criticano il capitalismo prima ancora di sapere cosa sia, ma Novak è sempre stato cristallino. Il vero capitale è l’uomo e il capitalismo è la messa a frutto della risorsa uomo, tanto vasta e imprevedibile da sembrare illimitata, sempre sorprendente, sempre ingegnosa, addirittura divina. Non è l’accumulo tignoso di ricchezza sterile come fanno l’Ebenezer Scrooge di Charles Dickens o il drago Smaug di J.R.R. Tolkien, ma il sacro fuoco dell’inventiva. Un’impresa spirituale, insomma, perché le ricette fatte di equazioni e pallottolieri Novak le ha sempre lasciate agl’ideologi. Novak (in ottima compagnia) non è stato infatti un economista di mestiere, ma un filosofo convinto che per fare anche della buona economia occorra fare della buona teologia: quella cattolica, l’unica che produce una idea di uomo né immacolato né perverso ma ancora da farsi, compiersi e realizzarsi; un uomo ambizioso e colmo di speranza; un uomo cioè viaggiatore per definizione e dunque imprenditore per vocazione.

Novak era appunto il primo a non crederci. Ma la felicità promessa dalla livella dello Stato non giungeva mai e così lui si mise in proprio. Scoprì allora di non essere affatto solo, ma figlio di una tradizione della libertà che nella Chiesa non caricaturizzata e nel pensiero cattolico non rabberciato hanno sigillo e blasone.

Marco Respinti

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