Nel poema bretone di Aotrou il clou del periodo pessimista

Marco Respinti 3 anni fa
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Negli anni ’20 il professore di Oxford si cimentò in una novella in cui una strega pagana vince sul signore cristiano. Ma poi si aprirà alla speranza con il mito della Terra di Mezzo

Dal pozzo senza fondo degli inediti di J.R.R. Tolkien riemergono di continuo gemme intriganti. Un esempio è La reincarnazione degli elfi e altri scritti (Marietti, pp. 112, euro 12), volume curato da Roberto Arduini e Claudio A. Testi, che propone in italiano saggi brevi sottratti al dimenticatoio nel 2014 dallo studioso francese Michaël Devaux e pubblicati nel n. 3 del periodico di studi (in realtà un librone) La Feuille de la Compagnie dell’editore parigino Bragelonne. Per nulla semplici, spalancano la discussione critica su un espediente narrativo che sarebbe solo da ultraspecialisti se non affrontasse in pieno quello che lo stesso Tolkien affermava essere il nucleo centrale del proprio legendarium: il tema della morte e dell’immortalità.
Un altro inedito è The Lay of Aotrou & Itroun, curato in un’edizione HarperCollins ricca di materiali filologici da una delle massime autorità tolkieniane, Verlyn Flieger.
Agli studiosi il testo è noto da tempo. Pubblicato nel 1945 sulle pagine introvabili di TheWelsh Review (rassegna letteraria pubblicata tra il 1939 e il 1948), riportato all’attenzione dai lavori critici di Thomas A. Shippey nei primi anni ’80, nel 2002 ne è comparsa un’edizione serba stampata a Novi Sad a tiratura limitata con testo inglese a fronte e curata da Aleksandar Mikic (assitito da Elizabeth Currie), riproposta in seconda edizione nel 2015.
Poema di 506 versi, per molti aspetti è un esperimento. Tolkien si cimenta con uno strumento che resterà unico nella sua produzione: il lai. Ovvero una sorta di novella lirica con cui la poesia francofona medioevale cantava l’amor cortese, strutturato per essere declamato con accompagnamento musicale.
Siccome il loro oggetto era soprattutto la cosiddetta «materia di Bretagna» o, meglio, di Britannia, di cui magna pars sono le leggende del ciclo arturiano, questo genere è sovente indicato come «lai bretone».
Quella di Aotrou è una storia a cui Tolkien lavorò a più riprese e in diverse forme negli anni ’20 (la Flieger le propone tutte). La fonte è la ballata Aotrou Nann hag ar Gorrigan, raccolta e tramandata da Theodore Claude de la Ville-marqué (1815-1895), filologo bretone noto col nome bardico di «Barz Nizon».
Questa la vicenda. Deciso a beffare con la magia la sterilità della moglie Itroun, un signore, Aotrou, si rivolge a una corrigan, spirito fatato della tradizione celtica, in genere malvagio e spesso assai seducente.
Nascono due gemelli, ma la perfida “strega” pretende un pegno: che il signore giaccia con lei. Aotrou rifiuta e la corrigan ne annuncia la morte in tre giorni. Morta poi anche Itroun, restano i figli nati dal sortilegio.
Il testo appartiene al medesimo registro delle brume volsunghe de La leggenda di Sigurd e Gudrún, allo spirito dell’incombente fine di tutte le cose che aleggia sul poema La caduta di Artù, al mondo delle oscurità “finniche” de La storia di Kullervo e per tramite di questa alle narrazioni più plumbee de Il Silmarillion, un’«era narrativa» dopo.
Vi domina infatti il pessimismo. La fattucchiera pagana ha la meglio su Aotrou cristiano, che in ultimo si affida alla Vergine Maria senza però riuscire a fermare la morte.
Nella produzione di questo primo periodo, in cui Tolkien si cimenta col “rifacimento” di trame mitiche della tradizione europea, tutto è sempre perduto. Ma poi questa sperimentazione creativa si conclude.
Dopo essere disceso nell’Averno del mito, Tolkien ne riemerge come dal Sentiero dei morti riemerge l’Aragorn de Il Signore degli Anelli. Lo scrittore e filologo ha sfidato il destino e, apparentemente travolto, ha invece appreso una lezione che non scorderà: ognuno è artefice della propria disgrazia.
Tolkien è pronto per un mito nuovo: quello della Terra diMezzo dove tutte le cose vengono trasfigurate e se il finale dipende dalle scelte degli uomini (la lezione di Aotrou) allora lo si può mutare. Il calice amaro non è versato invano se la sofferenza degli Aotrou e degli Artù, dei Kullervo e dei Sigurd/Sigfrido porta Tolkien alla speranza di un cielo che – dipende da noi – può anche essere terso.

Marco Respinti

Da “Libero Pensiero” dell’11 gennaio 2017. Foto da Libertà e Persona 

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