Il pensiero del giorno: Mt 25,31-46

Don Piero Cantoni 2 anni fa
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« Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria. Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra. Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi”. Allora i giusti gli risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?”. E il re risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”. Poi dirà anche a quelli che saranno alla sinistra: “Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato”. Anch’essi allora risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo servito?”. Allora egli risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l’avete fatto a me”. E se ne andranno: questi al supplizio eterno, i giusti invece alla vita eterna”» (Mt 25,31-46).

Questo brano è proprio del solo Matteo ed è preparato da una serie di parabole che invitano ad essere pronti alla venuta del Figlio dell’Uomo. Ora siamo al punto culminante in cui è descritto che cosa avverrà a questa venuta. Coinciderà con un giudizio definitivo e universale, una prerogativa strettamente divina che Gesù assume in proprio, una nuova velata (ma non troppo…) affermazione della sua identità divina.

I pastori medio-orientali conducevano al pascolo insieme pecore e capre. Che significato dare a questa separazione? Essa è già allusa in Ezechiele: « A te, mio gregge, così dice il Signore Dio: Ecco, io giudicherò fra pecora e pecora, fra montoni e capri » (34,17). Ha chiaramente il significato di una definitiva separazione dei buoni, posti alla destra, e dei cattivi posti alla sinistra. Destra e sinistra hanno infatti questo significato nella tradizione biblica (e non solo): 1Re 2,19; Sal 110,1. La separazione definitiva dei buoni e dei cattivi, che in questo tempo sono sempre mescolati, è una caratteristica del giudizio che apre al tempo futuro, in cui questa mescolanza avrà fine: « […] in quel tempo sarà salvato il tuo popolo, chiunque si troverà scritto nel libro.

Molti di quelli che dormono nella regione della polvere si risveglieranno: gli uni alla vita eterna e gli altri alla vergogna e per l’infamia eterna. I saggi risplenderanno come lo splendore del firmamento; coloro che avranno indotto molti alla giustizia risplenderanno come le stelle per sempre » (Dn 12.1-3). Chi sono « questi miei fratelli più piccoli » di cui parla qui Gesù? Sebbene la risposta più logica possa sembrare che si tratti dei soli credenti (definiti spesso “fratelli” da Gesù) qui dobbiamo ammettere una apertura universalistica che rappresenta un radicale passaggio di livello. Così d’altronde l’hanno inteso i santi che hanno letto e praticato questa frase in modo speciale.

Per madre Teresa di Calcutta fu proprio questo versetto a rappresentare la sua seconda e definitiva chiamata per cui lasciò la Congregazione delle Suore di Loreto per occuparsi a tempo pieno dei più poveri (una vocazione nella vocazione). « Per aiutarci a meritare il cielo, il Cristo ha posto come condizione che, all’ora della nostra morte, voi e io, chiunque siamo stati e dovunque abbiamo agito, – cristiani e non cristiani: ogni essere umano che è stato creato dalla mano amorosa di Dio a sua propria immagine – quando compariremo alla sua presenza, siamo giudicati da quello che siamo stati per i poveri: da quello che abbiamo fatto per loro. Cristo ha detto: “Ebbi fame e mi deste da mangiare”.

Aveva fame, non solo di pane, ma di un amore che sappia comprendere di essere amato, di essere conosciuto, di essere qualcuno per qualcuno. Era nudo non solo di vesti ma anche della dignità umana, del rispetto, per l’ingiustizia che si fa ai poveri, che vengono guardati dall’alto in basso solo perché sono poveri. Sfrattato non solo da una casa di mattoni, ma con l’emarginazione dei carcerati, degli indesiderati, dei non amati, di quelli che camminano per il mondo privi di ogni assistenza » (La gioia di darsi agli altri, Edizioni san Paolo, Cinisello Balsamo MI, ed. digitale 2014, pp. 28-30). Ma quello che è certamente il versetto più difficile di tutto il brano (forse di tutta la Bibbia…) è l’ultimo.

Che senso ha quell’aggettivo che è tradotto con “eterno”? In greco è “αἰώνιος”, il cui significato certo ed incontestabile in questo contesto è “periodo di durata infinita, senza fine”. Un significando insieme meraviglioso (vita eterna) e tremendo (supplizio eterno). Il peccato di cui si parla qui è “solo” di omissione ed implica però una scelta, una scelta libera, certamente condizionata, ma non predeterminata. Non è “una” scelta è “la” scelta. Servire Gesù o disinteressarsene. Dove? Quando? Quando incontro il povero, quello che ha bisogno. Può essere anche un povero di senso della vita, di verità. Un “ricco” che in realtà è povero. Solo se mi prendo cura di lui, tralasciando, “rinnegando” me stesso, troverò veramente il senso e la “gioia” autentica della mia vita. « Signore, quando ho fame, dammi qualcuno che ha bisogno di cibo, quando ho un dispiacere, offrimi qualcuno da consolare; quando la mia croce diventa pesante, fammi condividere la croce di un altro; quando non ho tempo, dammi qualcuno che io possa aiutare per qualche momento; quando sono umiliato, fa che io abbia qualcuno da lodare; quando sono scoraggiato, mandami qualcuno da incoraggiare; quando ho bisogno della comprensione degli altri, dammi qualcuno che ha bisogno della mia; quando ho bisogno che ci si occupi di me, mandami qualcuno di cui occuparmi; quando penso solo a me stesso, attira la mia attenzione su un’altra persona.

Rendici degni, Signore, di servire i nostri fratelli che in tutto il mondo vivono e muoiono poveri ed affamati. Dà loro oggi, usando le nostre mani, il loro pane quotidiano, e dà loro, per mezzo del nostro amore comprensivo, pace e gioia » (Madre Teresa di Calcutta).

 

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 Don Piero Cantoni

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Don Pietro Cantoni nasce a Piacenza il 19 aprile 1950. Autore di numerose pubblicazioni, è stato professore stabile di teologia presso lo Studio Teologico Interdiocesano “Mons. Enrico Bartoletti” di Camaiore (LU). Fondatore della Fraternità san Filippo Neri nella diocesi Massa Carrara – Pontremoli, è membro del capitolo nazionale di Alleanza Cattolica e guida Esercizi ignaziani dal 1975.