Culle vuote e barconi pieni:
quell’idea strana di “accoglienza”

Qualche riflessione sulle affermazioni di Tito Boeri, presidente, dell’INPS, a proposito di demografia e immigrazione. Con una pregiudiziale inderogabile: lo Stato che s’immischia in molti compiti che non gli competono si assuma invece l’onere di creare condizioni favorevoli alla famiglia, all'impresa e alla coesione sociale attraverso una politica dell’immigrazione attiva, intelligente e lungimirante, per il vero bene del nostro Paese. Un compito, questo, da statisti, Forse dovremmo davvero importarne qualcuno
Maurizio Milano 3 mesi fa
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di Maurizio Milano

Il presidente dell’Istituto Nazionale Previdenza Sociale (INPS), Tito Boeri, nell’audizione del 20 luglio alla Commissione parlamentare d’inchiesta sul sistema di accoglienza dei migranti, ha svolto alcune considerazioni che si potrebbero riassumere così: la crisi demografica italiana mette a rischio la tenuta dell’INPS; la mancanza di giovani italiani, e dei relativi contributi, verrà supplita dai giovani che immigrano nel nostro Paese. Conclusioni implicite: anziché lamentarsi, gl’italiani dovrebbero essere ben lieti, e grati, degli afflussi di giovani stranieri in Italia, purché questi lavorino e paghino contributi. Gl’immigrati non sono quindi un costo da sostenere con sacrificio da parte del contribuente, bensì una opportunità straordinaria, un prezioso “capitale umano” che salverà il nostro Welfare State altrimenti destinato all’implosione.

«Abbiamo calcolato che sin qui gli immigrati ci hanno regalato circa un punto di Pil di contributi sociali a fronte dei quali non sono state loro erogate delle pensioni», ha detto Boeri . «Gli immigrati regolari versano ogni anno 8 miliardi in contributi sociali e ne ricevono 3 in termini di pensioni e altre prestazioni sociali, con un saldo netto di circa 5 miliardi per le casse dell’Inps». Ma le cose stanno davvero in questi termini?

Sulla diagnosi è possibile convenire: con un tasso di fertilità di 1,39 figli per donna, l’Italia si trova abbondantemente al di sotto del cosiddetto tasso di sostituzione, pari a circa 2,1, livello necessario per mantenere la popolazione stabile in assenza di flussi migratori. La crisi demografica italiana, che si protrae oramai da oltre trent’anni, ha portato a una pericolosa contrazione della base della cosiddetta “piramide demografica” del nostro Paese, che oramai è sempre più simile a un “fungo”. La “popolazione in età lavorativa” (la fascia di età tra i 15 e i 64 anni) si trova così decisamente contratta e deve sostenere il peso di un sistema di Welfare State ‒ pensioni, sanità, assistenza sociale, scuola pubblica ‒ sempre più pesante in termini percentuali, ma anche in valore assoluto, a causa dell’allungamento delle aspettative medie di vita e di “privilegi” acquisiti, elargiti a piene mani nei decenni passati secondo logiche clientelari per il mantenimento del consenso politico. Una popolazione sempre più vecchia, cioè, che dipende da una fascia di giovani e di adulti sempre più ristretta.

Oggi a farne le spese sono le persone inserite nel mondo del lavoro in modo precario o che non riescono a trovare lavoro: i più colpiti sono i giovani, in particolare nel Meridione e nel settore privato. Un’inversione di tendenza con una ripresa della natalità darebbe poi benefici su tempi molto lunghi e ‒ in questo ha ragione Boeri ‒ non sono sufficienti gl’incentivi fiscali per spingere le famiglie a fare figli. Il sistema Paese rischia quindi di avvitarsi in una lunghissima crisi, e molti commentatori teorizzano la necessità di sostituire gl’italiani mancanti con gli immigrati. Lo sostiene, tra gli altri, Emma Bonino, una delle massime teoriche e pratiche dell’aborto in Italia: dalla sua introduzione nel 1978, l’aborto ha causato l’eliminazione fisica di circa 6 milioni d’italiani, proprio quelli che oggi mancano negli asili, nelle scuole e nel mondo del lavoro. Culle vuote e barconi pieni, davvero un’idea strana di “accoglienza”.

Ma le persone non sono pedine che si possono semplicemente spostare sulla scacchiera: sono invece portatrici di visioni del mondo, hanno radicamenti familiari e territoriali, sono altro che semplici prestatori di opera e consumatori. L’integrazione vera richiede cioè tempi parecchio lunghi, soprattutto in caso di disomogeneità culturale. Ma anche in termini squisitamente economici, il ragionamento di Boeri si limita a evidenziare solo gli aspetti positivi sul fronte contributi di quegl’immigrati regolari che sono inseriti nel mondo del lavoro. Non considera invece che costoro fruiscono del nostro sistema assistenziale: la stragrande maggioranza dei lavoratori stranieri, a causa di redditi generalmente più bassi della media nazionale, si trova infatti nella posizione di “net tax consumer”, cioè di chi beneficia di servizi per un controvalore superiore al carico fiscale e contributivo sopportato. Solo gl’immigrati regolari con stipendi elevati si trovano invece nella condizione di “net taxpayer”, cioè di contributori netti al nostro sistema economico e sociale: e questi sono sicuramente un’esigua minoranza. Per tacere infine dei migranti irregolari, che pesano per 4-5 miliardi di euro all’anno sul contribuente.

Se quindi è condivisibile la diagnosi di Boeri circa la gravità del quadro demografico, un vero e proprio suicidio che continua a impedire al Paese di riprendersi dalla crisi, non si può però accettare la terapia proposta secondo cui, in una logica di vasi comunicanti, basterebbe aprire i cancelli dell’immigrazione per colmare i vuoti nel nostro Paese.

Tuttavia occorre cogliere lo spunto per attirare l’attenzione sui pericoli che corre il nostro Welfare a causa della crisi demografica così come sulla necessità di favorire un’immigrazione governata, coerente con la nostra storia e con le nostre tradizioni, oltre che funzionale alle esigenze del mondo del lavoro. Esattamente, però, l’opposto di quanto continua ad accadere da molti anni, con un’Italia che subisce e di fatto incentiva un’invasione che può piacere agl’ideologi liberal che sognano di riplasmare la cultura del nostro Paese allontanandolo ancora di più dalle radici cristiane, a chi fa dell’“accoglienza” un business redditizio, a quella parte del mondo del lavoro affamato di manodopera clandestina mal pagata, alla malavita che trova nei clandestini sempre nuovi gregari, a una classe politica miope che si atteggia a buonista mentre non perde occasione per colpire la famiglia e la base produttiva del Paese.

Lo Stato s’immischia in molti compiti che non gli competono: si assuma invece l’onere di creare condizioni favorevoli alla famiglia, all’impresa e alla coesione sociale attraverso una politica dell’immigrazione attiva, intelligente e lungimirante, per il vero bene del nostro Paese. Un compito, questo, da statisti, e forse qui ha ragione Boeri: dovremmo davvero importarne qualcuno.

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 Maurizio Milano

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