I portoghesi e il mondo

di mons. Eurico Dias Nogueira
Alleanza Cattolica 32 anni fa
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Mons. Eurico Dias Nogueira, Quaderni di Cristianità, anno I, n. 3, inverno 1985

 

Nel quadro del convegno internazionale Os Portugueses e o Mundo. S. E. Rev. ma mons. Eurico Dias Nogueira, arcivescovo primate di Braga, ha pronunciato, il 9 giugno 1985, una omelia nella cattedrale primaziale. Il testo è comparso in Lumen, anno 46, n. 6, giugno-luglio 1985, pp. 19-22, con lo stesso titolo del convegno. La traduzione dal portoghese è di Giovanni Cantoni.

 

I portoghesi e il mondo

 

Gestazione di un paese

1. Noi ti lodiamo, Dio! Noi ti benediciamo, Signore!

È il canto di ringraziamento, che sta per essere intonato a conclusione di questa Eucarestia.

Lodiamo Dio per l’esistenza del Portogallo, ormai da quasi mille anni. Benediciamo il Signore per quanto il Portogallo è e ha realizzato nel corso della sua storia.

Si può considerare inizio della nazionalità portoghese la remota data dell’868, in cui la Città Portucalense l’attuale Porto fu occupata dal conte Vimara Peres, come registrò il Liber Testamentorum del monastero di Lorvão, presso Penacova. Lo storico francese Pierre David, professore a Coimbra e canonico della Sede di Braga, ha qualificato la data come «registrazione della nascita del Portogallo».

Si trattò di un episodio decisivo nella riconquista cristiana dei territori nordoccidentali della penisola, occupati dai mori un secolo e mezzo prima.

Nello stesso anno, Alfonso III di León conquistò Coimbra, svuotandola della sua popolazione dal momento che non vi erano le condizioni per una effettiva occupazione, data la forza dei mori nella zona del Mondego. Condusse nella regione di Porto molti cristiani mozarabici ivi residenti. L’abitato di Coimbrões di Colimbanos —, alla periferia della città, testimonia la loro dislocazione verso il nord. La venuta di questo numeroso gruppo di abitanti di Beira contribuì a consolidare la distinzione della popolazione locale rispetto ai galiziani.

Vimara Peres non si stabilì a Porto a causa dei rischi che costantemente comportava la vicina frontiera musulmana costituita dal corso del fiume Douro.

Si stabilì nel luogo che, dal suo nome Vimaranes, finì per chiamarsi Guimarães. La sua bisnipote, la confessa Mumadona, diede ampiezza e consistenza al modesto borgo, fondando nel 950 il monastero, più tardi collegiata, e il castello.

Un secolo dopo, Ferdinando il Grande allarga il regno cristiano, consolidato da suo figlio Alfonso VI, proclamato imperatore di León.

Alla morte di questi, nel 1109, assume il comando del cosiddetto Contado Portucalense, creato diciassette anni prima, sua figlia donna Teresa, sposata a don Enrico di Borgogna. Le loro tombe sono conservate in questa cattedrale di Braga, nella cosiddetta Cappella dei Fondatori, poiché a loro si deve il suo restauro.

Il primo giorno del Portogallo

2. Da molto tempo le popolazioni di tutta questa zona aspiravano all’autonomia per costruire un regno indipendente. Erano incitate verso questo obiettivo dai baroni del territorio fra il Douro e il Minho.

Simbolo di questa ferma volontà fu la battaglia del 1070, vicino a Tibães, contro il re Garcia di Galizia, nella quale perse la vita il conte Nuno Mendes. La sua morte non fu vana in quanto il suo progetto rimase assolutamente vivo.

Il 24 giugno 1128 il giovane don Alfonso Henriques, dopo lo scontro di San Mamede, alla periferia di Guimarães, in cui i soldati di qui e di là dal Douro ebbero la meglio sui vicini galiziani, pose le basi del nuovo regno. Questo fu il primo giorno del Portogallo.

La giovane nazione portoghese presenta fin da subito caratteristiche che la individuano e le conferiscono personalità specifica: frontiere definite a nord e a oriente, con a occidente l’Oceano: una lingua di matrice latina, ma pronta ad affermarsi in una letteratura incipiente; il richiamo del mare, verso il quale si trova naturalmente orientato. Il ricordo degli abitanti di Braga e dei lusitani le dava orgoglio e audacia. La lotta al sud contro i mori, nella prospettiva della liberazione del suolo patrio fino all’Algarve e del consolidamento delle frontiere a oriente, stimolavano la coesione e l’unità del nuovo regno.

Azione della Chiesa

3. La restaurazione della dignità metropolitana della Chiesa di Braga è stato elemento potente in questo processo che ha modellato l’autonomia nazionale.

I vescovi delle diocesi riorganizzate in tutto questo territorio si sottraggono alla giurisdizione di Compostella e di Mérida, diventando soggetti a Braga, che aveva ragioni sovrabbondanti per tornare a essere Chiesa arcivescovile e primaziale delle Spugne. I suoi insigni prelati nei secoli XI e XII Pedro (1070-1091), san Geraldo (1096-1108), Maurício Burdino (1109- 1118), Paio Mendes (1118- 1137) e Jão Peculiar (1138- 1175) ebbero una parte decisiva nel consolidamento dell’indipendenza nazionale. Anch’essi furono autentici Padri della Patria.

La cattedrale di Braga è da allora testimone dei grandi avvenimenti della storia del Portogallo. In essa trovano eco le ore buone e quelle cattive della patria. In queste circostanze forti, vi è sempre una preghiera qui elevata a Dio, attraverso Gesù Cristo, in cui i portoghesi credono: di lode o di suffragio, di ringraziamento e di supplica. E in essa associano santa Maria di Braga, celeste regina del Portogallo.

Durante la crisi del 1385 sorge l’arcivescovo Lourenço Vicente (1374-1397) a combattere ad Aljubarrota a fianco del Connestabile e del Maestro di Aviz. Il suo corpo incorrotto riposa nella Cappella dei Fondatori, qui accanto. Tredici anni prima era stato firmato a Tagilde, presso Vizela, il primo trattato di alleanza anglo-lusitana, con il canonico cantore della Sede di Braga Vasco Domingues come ambasciatore straordinario del re Ferdinando.

Con l’epopea delle scoperte, cantata da Luís de Camões nei Lusiadi, i portoghesi cominciarono il loro pellegrinaggio attraverso il vasto e sconosciuto mondo. I missionari accompagnano i marinai, ma vanno molto più lontano di loro. Ricordiamo fra essi i beati Miguel de Carvalho, di Braga, e Francisco Pacheco, di Ponte de Lima, nei secoli XVI e XVII. Ricordiamo anche, più vicino a noi, António deBarrroso, originario di Barcelos e missionario insigne in Angola, in Mozambico e in India, morto nel 1918 vescovo di Porto, dopo avere qui sofferto vessazioni e persecuzioni, compresa la prigione, che non aveva mai conosciuto in terre d’Africa e d’Asia, per cui il suo ricordo rimane benedetto.

La Restaurazione del 1640 trovò appoggio decisivo nel Capitolo di Braga, che prese il posto dell’arcivescovo Sebastião de Noronha (1636-1641), troppo legato a Madrid, alla cui corte era stato educato.

Il suo predecessore Rodrigo da Cunha, trasferito a Lisbona quattro anni prima, fu figura di primo piano in tutto il processo di restaurazione.

Le ferite delle lotte liberali, nel secolo XIX, trovarono nel cardinale arcivescovo Paulo de Figueiredo e Melo (1843-1855) chi ne attenuò le tragiche conseguenze.

La riorganizzazione della Chiesa di Braga, scossa dalle leggi settarie della prima Repubblica, fu opera di Manuel Vieira de Matos (1915-1932).

La resistenza alla distruzione dell’anima nazionale, che stava per essere realizzata da alcuni sfruttatori della rivoluzione dell’aprile del 1974, trovò forte sostegno e stimolo nel mio immediato predecessore, Francisco Maria da Silva (1963-1977).

Quanti uomini e avvenimenti della Chiesa di Braga potremmo evocare come contributo valido per la formazione e la difesa della specifica fisionomia della nazione!

Integrazione nella CEE

4. L’imminente integrazione del Portogallo nella CEE dovrà tradursi, a medio e a lungo termine, in vantaggi economici per il paese, benché si prevedano turbative immediate per i suoi deboli settori produttivi e circuiti economici. È dovere imperioso dei governanti e dei detentori dei mezzi di produzione studiare con intelligenza e realizzare con coraggio le misure che possano attenuare questi pericoli.

Ma il rischio maggiore si trova nella possibile distruzione della identità specifica del Portogallo, nel confronto con gli altri paesi della CEE.

Se non vi sarà una costante e inequivocabile affermazione della nostra personalità collettiva, con rilievo per le virtù proprie del popolo portoghese, e ferma volontà di conservare quella e queste, rischiamo di perdere le nostre caratteristiche, diventando forse una semplice regione del paese vicino, oppure una remota provincia dell’Europa. Saremo considerati il parente povero, possessore di un insignificante orticello, nel quale si viene a cercare mano d’opera per lavori poco desiderabili, in quanto considerati servili, che i partner ricchi rifiutano; e terra incolta, dove si insediano industrie non gradite, che gli altri respingono.

Stiano attenti i nostri politici e governanti, se non vogliono diventare complici dell’eventuale genocidio collettivo della nazione.

L’episcopato portoghese ha messo in guardia il paese con la nota pastorale del 21 maggio scorso, a proposito dell’avvenimento in questione, rispondendo a una lettera gentile ricevuta dai vescovi dei paesi di cui stiamo per diventare partner.

Il fenomeno migratorio, che è stato una costante nella nostra storia, ha assunto particolare rilievo e dimensione negli ultimi decenni, ha disperso la nazione nelle sette parti del mondo. Terminato il ciclo dell’impero, in modo per nulla onorevole per la nazione colonizzatrice e poco felice per i nuovi paesi nati dalla decolonizzazione, ci rimangono le vie della emigrazione, per le eccedenze di popolazione, alle quali la organizzazione sociale insufficiente non garantisce lavoro né sussistenza nella madrepatria.

Per fortuna, la tradizionale capacità di adattamento dei portoghesi favorisce la loro integrazione in nuove società e in climi diversi. E, mentre in essi cercano e trovano quanto è mancato loro in  Portogallo, a essi trasmettono qualcosa della nostra cultura e del nostro modo di essere.

I nostri compatrioti sparsi nei più diversi paesi e continenti sono più di 3 milioni e 500 mila: dal Canada e dagli Stati Uniti all’Australia; dalla Svezia al Sudafrica; dalla Francia, dalla Germania e dal Lussemburgo alla Svizzera e al Venezuela; dal Brasile all’Angola e al Mozambico.

La fede cristiana e la devozione alla santissima Vergine, invocata ora soprattutto come Signora di Fatima, sono valori ai quali gli emigranti si mantengono generalmente fedeli e con i quali si impongono nelle terre della diaspora, e che li aiutano a dare una immagine simpatica del nostro paese. Di questo ho raccolto significative dichiarazioni e sono stato testimone diretto nelle mie frequenti visite alle comunità portoghesi nei paesi che li hanno accolti.

Leggi aberranti rispetto alla nostra tradizione

5. Questa immagine storica della nazione portoghese, modellata dallo spirito del Vangelo, corre il rischio di perdere le sue caratteristiche e di essere compromessa da alcune leggi recenti, aberranti rispetto alla nostra tradizione, impregnata di umanesimo cristiano.

Non è vero che le leggi del divorzio sono a tale punto permissive che diventa più facile rimandare la sposa, ricevuta con atto solenne per tutta la vita, di quanto le leggi sul lavoro permettano di licenziare un semplice lavoratore?

Non è vero che è stata approvata una legge che permette alla madre di togliere impunemente la vita al figlio che porta nel grembo, dove si prepara a iniziare, alla luce del giorno, il suo cammino terreno?

Non è vero che vi sono leggi che equiparano il concubinato pubblico al matrimonio legale, e certe disposizioni fiscali che vessano questo a vantaggio di quello?

Non è vero che ragazzine di dieci anni possono adire, di nascosto dai genitori, a servizi medici, per ottenere gratuitamente anticoncezionali, il che si traduce in inevitabile stimolo e sostegno alla prostituzione giovanile?

Non è vero che la pseudo-educazione sessuale, in prospettiva, contribuirà ad aggravare il degradante spettacolo già visibile lungo le grandi arterie nazionali?

Non è vero che i genitori si vedono impediti a scegliere le scuole per i loro figli, posta la mancanza di sostegno efficace all’insegnamento privato, mentre quello statale costa sempre di più alla comunità ed è spesso di qualità inferiore?

Non è vero che le leggi vigenti favoriscono gli scioperi per tutto e per niente, scatenati quasi sempre per motivi politici e non per autentico interesse degli operai strumentalizzati, compromettendo la debole produzione nazionale e spingendo il paese sempre più verso la coda economica dell’Europa?

Non è vero che, per motivi ideologici, si discrimina l’insegnamento nei seminari, nonostante il suo indiscutibile livello culturale non tema confronto con quello statale, e si ostacola l’uso da parte della Chiesa di alcuni mezzi di comunicazione con i fedeli, come succede nel caso della televisione?

Non è vero che l’apparato dello Stato sembra essere per grande parte dominato da persone o da ideologie intenzionate a sfigurare l’anima cristiana del popolo portoghese?

In questo modo è difficile che si prosegua il filo genuino della nostra storia onorata e gloriosa.

Motivi di speranza

6. Ma, nonostante tutto, abbiamo fiducia.

Le qualità del popolo portoghese, innate e perfezionate nel corso di un millennio, sapranno resistere alla corrosione che lo minaccia.

Esso, in epoche lontane, è riuscito a vincere crisi e pericoli, nelle situazioni le più diverse e avverse. Deve saperli vincere nelle ore difficili che viviamo.

Il passato ci indica il futuro, infondendoci coraggio nel presente.

La gioventù, che sta diventando nuovamente così sensibile ai grandi valori spirituali della nazione, ci offre motivi di speranza.

La fede cristiana, che ha modellato l’anima della nazione e le ha conferito forza e prestigio in secoli luminosi, è sicura garanzia di vittoria. La devozione alla celeste regina del Portogallo costituisce pegno fermo contro qualsiasi tentazione di scoraggiamento.

Ringraziamo Dio: se non per il presente incerto, facciamolo per il passato eroico di cui siamo orgogliosi e per i l futuro promettente in cui crediamo.

Noi ti lodiamo, Dio! Noi ti benediciamo, Signore!

Te Deum laudamus! Te Dominum confitemur!

† Eurico Dias Nogueira

Arcivescovo Primate

Sede Primaziale di Braga, 9 giugno 1985

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