In Venezuela si muore. Di fame

Il despota socialista Maduro ha gettato un Paese ricchissimo nella miseria. In due mesi di proteste, sono morte quasi 60 persone. Mentre l’“uomo solo al comando” sovverte la Costituzione per “legittimare” il proprio assolutismo rosso, il presidente dei vescovi, mons. Padrón, lancia l’allarme
Marco Respinti 6 mesi fa
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di Marco Respinti

Il Venezuela sta scivolando verso il comunismo, ed è tutta colpa del presidente Nicolás Maduro Moros. Lo dice senza ritrosie in una intervista più unica che rara, rilasciata a Ludmila Vinogradoff, corrispondente dal Venezuela per il quotidiano spagnolo ABC, monsignor Diego Rafael Padrón Sánchez, arcivescovo di Cumaná e presidente della Conferenza Episcopale Venezuelana. In Venezuela, dice il presule, «[…] i poveri sono sempre più poveri», «non si può camminare per strada a nessuna ora del giorno perché l’insicurezza e la delinquenza sono enormi» e «si muore per mancanza di cibo e di medicine. La gente si nutre d’immondizia. Secondo la Caritas, l’11% dei bambini è denutrita. E la denutrizione è un fenomeno irreversibile».
Il vero volto del socialismo è insomma sempre e solo desolazione e morte. Paradossale, visto che il Venezuela è ricchissimo soprattutto di petrolio. «È in corso», spiega mons. Padrón, «una repressione brutale e assassina che ha causato circa 60 morti. Sono tanti per solo due mesi di protesta. E non si vede la fine. Il governo ha infatti importato ancora più armi per reprimere le manifestazioni». Le semplici «bombe lacrimogene sono letali. Lo studente [Juan Carlos] Pernalete è morto a causa di una bomba lacrimogena: lo ha detto il Procuratore generale del Paese».
Il socialista Maduro è presidente del Venezuela dal 14 aprile 2013, ma in realtà già dal 5 marzo ricopriva la medesima carica ad interim. Subentrò, a mezzo di una successione paradinastica “alla sovietica”, al despota Hugo Rafael Chávez Frías (1954-2013) di cui era delfino (e vicepresidente), ovvero il gran maestro del neosocialismo sudamericano nel Terzo Millennio. Con Maduro l’assurdità del chavismo è giunta al capolinea, mostrandosi apertamente per ciò che davvero è. Ora, la Costituzione venezuelana prevede che a metà del mandato del presidente si possa celebrare un referendum in grado di revocargli l’incarico. È ciò che l’anno scorso ha proposto l’Assemblea Nazionale. Solo che Maduro, attuando un vero golpe bianco, ha bellamente negato quel diritto costituzionale, trasformandosi a tutti gli effetti in un despota. Adesso propone addirittura una riforma della Costituzione che lo sancisca giuridicamente.
Ma la situazione precipita sempre più in basso. Il governo, afferma mons. Padrón, «[…] non importa e non produce», e «ogni giorno c’è meno libertà». Il pericolo, spiega il capo dei vescovi venezuelani, «[…] è che con la costituente il Venezuela diventerà comunista e noi perderemo la democrazia». Quel che serve sono invece elezioni vere. Purtroppo però l’opposizione, riunita nella Mesa de la Unidad Democrática, «[…] non ha un progetto organico per il Paese». E, secondo mons. Padrón, non ci sono oggi nemmeno le condizioni minime per intavolare un nuovo dialogo fra le parti, dopo il naufragio dell’esperimento di cui L’inviato speciale del Vaticano, mons. Claudio Maria Celli, fu il facilitatore, naufragio dovuto al rifiuto da parte del governo di accordarsi su «[…] canale umanitario, prigionieri politici, rispetto delle istituzioni, inclusa l’Assemblea Nazionale, e percorso elettorale».
In teoria, le elezioni dovrebbero celebrarsi a fine anno. Ma prima ancora di domandarsi se Maduro le consentirà, vale la pena di chiedersi in quali condizioni arriverà il Paese a quell’appuntamento. Con quanti morti ammazzati per le strade, cioè, un po’ dalla polizia e gli altri dalla fame?

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 Marco Respinti

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