Itinerario dalle cose a Dio ovvero la «dialettica degli Esercizi» secondo padre Pio Bruno Lanteri (1759-1830)

di padre Paolo Calliari O.M.V.
Alleanza Cattolica 33 anni fa
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Paolo Calliari O.M.V., Quaderni di Cristianità, anno I, n. 3, inverno 1985

 

Itinerario dalle cose a Dio ovvero la «dialettica degli Esercizi» secondo padre Pio Bruno Lanteri (1759-1830)

 

Chi ha occasione, come ho avuto io, di avvicinare e di approfondire gli scritti teologici e spirituali del venerabile padre Pio Bruno Lanteri — scritti in massima parte ancora inediti — rimane meravigliato dalla ricchezza, novità, profondità e praticità dei concetti che in essi si trovano, tanto da situare l’autore tra gli esponenti più notevoli di quella corrente di spiritualità che fu definita «scuola italiana». Questi scritti, come ho detto, sono ancora per la maggior parte inediti, quindi sconosciuti al grande pubblico di oggi — l’edizione dei più significativi di essi è richiesta da molti e non sembra ormai tanto lontana —, ma non lo erano ugualmente al pubblico di ieri, a un pubblico ristretto all’ambiente in cui Pio Bruno Lanteri visse e operò, cioè il Piemonte.

Certamente non è solo attraverso gli scritti che padre Lanteri potè essere definito «il precursore dell’apostolato dei laici», «il maestro di santi» — l’iniziatore di quella catena di santi che per tutto il secolo decimonono fino ai primi decenni del secolo ventesimo diedero a Torino e al Piemonte un primato unico, non riscontrabile in tale dimensione in nessun’altra area della Chiesa cattolica —, ma tuttavia anche attraverso gli scritti. Gli scritti erano legati e condizionati dalla vita e dall’opera dell’autore. E l’opera si può molto schematicamente sintetizzare nelle tre più importanti sue realizzazioni, l’Amicizia Cristiana, l’Amicizia Sacerdotale e la Congregazione degli Oblati di Maria Vergine, come dirò più avanti.

Ora, nella spiritualità di padre Lanteri si trova evidenziata una linea unica che si fa visibile a intermittenze, aggiungendo di volta in volta elementi nuovi che completano i primi e ne fanno un tutto monolitico e perfetto.

Ci si domanda dove Pio Bruno Lanteri abbia potuto attingere tanta sapienza, lui sacerdote diocesano non cresciuto in una comunità religiosa e solo per pochi anni a contatto con il suo maestro e sua guida spirituale, padre Nikolaus Albert von Diessbach. Non sembrerà esagerato dire che padre Lanteri, nella sua formazione spirituale, fu in grandissima parte un autodidatta nel senso che, da solo, raccolse un vastissimo repertorio di nozioni dagli autori più accreditati di tutte le scuole di spiritualità: benedettina, francescana, domenicana, carmelitana, berulliana, salesiana, specialmente ignaziana, e ne fece una sintesi che servì a lui personalmente e ai molti discepoli, ecclesiastici e laici, che si erano messi alla sua scuola.

Spiritualità specialmente ignaziana, ho detto. Tra le diverse centinaia di autori ascetici che egli ricorda e cita nei suoi scritti, il più gran numero appartiene alla Compagnia di Gesù, e tra questi in modo particolare quelli che avevano commentato e spiegato il libro degli Esercizi Spirituali di sant’Ignazio. Il libretto di sant’Ignazio è stato veramente per Pio Bruno Lanteri il punto di partenza, o meglio il punto di appoggio di tutta la sua struttura spirituale e ascetica. Questo libretto è stato oggetto di lungo studio e di grande amore per tutta la sua vita, e a esso egli ha consacrato più di trenta dei suoi scritti. «Nella conoscenza degli Esercizi ignaziani — diceva uno dei suoi discepoli, il canonico Luigi Craveri (1781-1850), vicario generale di Fossano — il Lanteri cominciava dove gli altri finivano»: riconoscimento che è stato confermato più volte da molti autori, gesuiti e no, anche recentemente.

In questo studio intendo presentare un aspetto particolare della spiritualità ignaziana, che Pio Bruno Lanteri, per primo, ha saputo individuare ed esporre, la «dialettica degli Esercizi» come guida al cammino per arrivare dalla creatura al Creatore, dalle cose a Dio.

1. Il libro degli Esercizi: sintesi dell’assoluto

Il libretto degli Esercizi Spirituali di sant’Ignazio di Loyola, come qualunque capolavoro del genio umano, anzi, per restare più propriamente in questa realtà concreta, come qualunque produzione derivata non dalla mente umana ma da una speciale ispirazione divina, non cessa mai di presentare nuovi aspetti, di far intravedere nuovi filoni e di suscitare continuamente nuove sorprese. La letteratura sorta nel mondo cattolico a commento, a chiarificazione, per una migliore applicazione della dottrina e del metodo esposti nel celebre opuscolo ignaziano, è andata sempre crescendo nei quattro secoli che ci separano dalla sua composizione, e non è difficile prevedere che andrà ancora aumentando nel futuro. Perché?

Perché in questo opuscolo si trova una sintesi dell’assoluto. Poche parole, ristrette al puro essenziale, non una in più e non una in meno, si proiettano nell’eterno e nel definitivo dando lo spunto alle riflessioni più profonde e alle applicazioni più personali.

E come la persona a cui l’opuscolo ignaziano si rivolge non può essere chiusa o definita in uno schema comune, incolore, standardizzato, uguale per tutti, così anche lo scritto diventa strumento di una pedagogia ascetica universale, fuori schema, non standardizzata e non applicabile a tutti allo stesso modo.

2. La Compagnia di Gesù è nata dagli Esercizi

Gli studiosi, i teologi, i maestri di vita spirituale che si sono formati sul libro degli Esercizi Spirituali sono stati moltissimi, e moltissimi quelli che con dotte pubblicazioni ne hanno messo in maggior evidenza i pregi, le risorse e i vantaggi. Il maggior numero di costoro si trova — come era facile prevedere — fra i membri della Compagnia di Gesù di tutti i tempi, ma ve ne sono molti anche fra i non gesuiti, come dirò subito.

Compagnia di Gesù ed Esercizi Spirituali si trovano tra loro in rapporto di effetto e di causa, oppure di germoglio e di seme, di frutto e di fiore. Perché la Compagnia nasce dagli Esercizi e si alimenta continuamente di essi, come afferma il servo di Dio padre Giovanni Roothaan (1785-1853), che fu il 20° generale della Compagnia: «Da questi Esercizi il padre fondatore … ha concepito l’idea di formare questa Compagnia … In essi la Compagnia è nata, è cresciuta, è diventata adulta, è stata nutrita e sostenuta» (1).

Anzi, secondo padre Hugo Rahner, la Compagnia sarebbe nata dalla meditazione fondamentale delle Due Bandiere, dove, in forma così incisiva ed efficace, è presentato lo stato, la mentalità del mondo immerso nel peccato in contrasto con la santità derivata dal Vangelo e la lotta che il cozzo tra queste due mentalità necessariamente comporta nel credente e nella persona consacrata (2).

Gli Esercizi Spirituali di sant’Ignazio sono stati sempre uno strumento validissimo di riforma degli individui e della Chiesa, non solo nei secoli XVI e XVII, tempo classico della Contro-Riforma, ma anche dopo, fino a oggi. Quanti santi hanno trovato nello scarno e povero stile di quelle pagine ispirate uno stimolo e una guida per le più alte ascensioni spirituali!

3. Padre Pio Bruno Lanteri

Tra i non gesuiti un apostolo convinto e infaticabile della pratica degli Esercizi ignaziani è stato il teologo torinese Pio Bruno Lanteri (1759-1830), sul quale credo bene fermarmi alquanto. In padre Lanteri possiamo vedere non soltanto il propagandista di questa pratica in tutti quelli, ecclesiastici e laici, che poteva avvicinare o che si erano messi alla sua scuola, ma anche il teorico sagace, il conoscitore profondo del famoso libretto ascetico, che ha saputo sviscerare a fondo e nel quale ha trovato spunti nuovi che fino allora erano, pare, sfuggiti ad altri studiosi ed esegeti ignaziani.

Pio Bruno Lanteri non apparteneva alla Compagnia di Gesù, ma era molto legato a essa per affinità mentale e per conformazione spirituale. Vissuto nel tempo in cui la Compagnia, soppressa, giuridicamente non esisteva (1773-1814) — ma esistevano ancora molti ex gesuiti che ne conservavano lo spirito e ne continuavano, sotto altro nome, l’attività e il programma —, egli ebbe la fortuna di incontrare molto presto un grande gesuita, padre Nikolaus Albert von Diessbach (Berna 1732 – Vienna 1798), che lo salvò dal pericolo del giansenismo in cui stava per cadere e lo avviò alla forte spiritualità ignaziana degli Esercizi. Il teologo Lanteri sarà, dei discepoli di padre Diessbach, il più fedele di tutti, colui che ne apprese maggiormente lo spirito, il continuatore delle sue opere apostoliche a Torino, l’Amicizia Cristiana, l’Amicizia Sacerdotale; colui che concreterà il programma apostolico diessbachiano nella Congregazione degli Oblati di Maria Vergine fondata nel 1816.

Dopo Nikolaus Albert von Diessbach troviamo accanto a Pio Bruno Lanteri, legati da tenera e sincera amicizia con lui e in costante collaborazione in tutti i campi dell’apostolato, molti altri gesuiti: Luigi Virginio (1756-1805), Giovanni Antonio Grassi (1799-1849), Giovanni Roothaan (1785-1852), Didier Richardot (1769-1849), Giuseppe Sinco della Torre (1762-1842), Antonio Bresciani (1798-1862), Luigi Prospero Taparelli d’Azeglio (1793-1864), Francesco Manera (1798-1847), Pierre Le Blanc (1774-1851) e molti altri meno noti. In un documento del 1816 padre Lanteri si firma «affezionatissimo alla Compagnia di Gesù» e non diceva nulla di eccessivo o di nuovo.

4. Gli Oblati fondati per predicare gli Esercizi di sant’Ignazio

Nello stesso anno 1816, egli fondava a Carignano, presso Tonno, la Congregazione degli Oblati di Maria. Suo primo obiettivo in questa fondazione era l’attuazione del programma apostolico del suo venerato maestro padre Diessbach dando il primo posto alla predicazione degli Esercizi sia nelle comunità religiose — i così detti Esercizi Chiusi —, sia nelle parrocchie — Missioni o Esercizi Pubblici.

Da questo scopo primario sarebbero derivati, sempre nell’alone dell’eredità spirituale di Nikolaus Albert von Diessbach, gli altri tre «scopi» aggiunti: formazione del giovane clero, apostolato del buon libro e lotta contro gli errori del tempo, specialmente giansenismo, gallicanesimo, febronianismo.

Anche la Congregazione degli Oblati perciò, a somiglianza della Compagnia di Gesù, nasceva e trovava la sua ragion d’essere negli Esercizi ignaziani (3).

Quando padre Lanteri fondava gli Oblati nel 1816 — siamo all’indomani della caduta di Napoleone e del ritorno della libertà in Piemonte e in Italia — e li destinava all’evangelizzazione delle campagne, gli ordini religiosi dediti alla predicazione missionaria non mancavano neppure in Piemonte: lazzaristi, francescani, cappuccini e, limitatamente, i gesuiti che stavano ricomponendo le loro file; ma nessuno di questi ordini — Pio Bruno Lanteri lo fa rimarcare in diversi documenti ufficiali — si dedicava esclusivamente alla predicazione delle missioni popolari. Gli Oblati sarebbero stati primi in questo senso. Essi avrebbero predicato solo e sempre gli Esercizi di sant’Ignazio, e qualunque altra iniziativa apostolica — scuola, buona stampa, e cosi via — sarebbe stata soltanto la proiezione, la continuazione della predicazione degli Esercizi.

Le benemerenze di padre Lanteri nella promozione degli Esercizi ignaziani, oltre che nella fondazione di un nuovo istituto religioso specificatamente dedicato a questa forma di predicazione, si manifestano ancora — si e già detto — in tre altri aspetti complementari, teorico, pratico, didattico: nello studio personale per approfondire l’insegnamento ignaziano; nel dettare egli stesso gli Esercizi quando se ne presentava l’occasione e ne aveva la possibilità, e Pio Bruno Lanteri, a causa della sua precaria salute fisica, non poté mai darsi alla predicazione come avrebbe desiderato; e, soprattutto, nell’istradare e nell’incoraggiare — e talvolta anche nell’obbligare — i suoi giovani discepoli, sacerdoti e seminaristi, a prepararsi la «muta», cioè un corso completo delle meditazioni e delle istruzioni per essere in grado di attendere in qualunque tempo a un ministero così importante per la riforma dei costumi e della vita del popolo cristiano.

5. Le quattro settimane ignaziane

Mi fermo sul primo aspetto, sullo studio che padre Lanteri ha fatto privatamente sul libretto di sant’Ignazio. A seguito del suo «lungo studio e grande amore» egli ha saputo effettivamente — per così dire — aggiungere qualche cosa al capolavoro ignaziano mettendo in risalto la «dialettica» in esso contenuta: aspetto, questo, finora non sufficientemente sviluppato e messo in evidenza dai suoi biografi.

Gli Esercizi di sant’Ignazio sono articolati, come è noto, in quattro «settimane», cioè in quattro settori o periodi distinti, staccati ma conseguenti tra loro, che formano un mese di solitudine e di «esercizio» dello spirito per avvicinarsi e unirsi a Dio. Ogni «settimana» ha, ognuna per conto suo, una configurazione e un contenuto proprio che si presenta in movimento ascendente dal basso all’alto, dal meno al più, dal negativo al positivo. Perciò sarebbe un errore vedere le settimane ignaziane come una semplice delimitazione numerica di sette giorni che entrano a formare il mese degli Esercizi programmato dal santo.

Questo movimento ascendente, questo passaggio dal negativo al positivo, costituisce quella che recentemente fu definita la «dialettica degli Esercizi» (4). Sant’Ignazio ne aveva fatto già indirettamente un accenno applicando le sue settimane alle tre «vie» classiche dell’ascetica cristiana, la via purgativa (prima settimana), la via illuminativa (seconda e terza settimana) e la via unitiva (quarta settimana), ma senza insistere oltre e lasciando molto spazio alla fantasia e alla spirito inventivo dei molti commentatori.

Padre Lanteri ha fatto uno studio particolare sulle quattro settimane sia prese singolarmente che prese nel loro complesso, ed è riuscito a scoprire in esse una connessione nuova che fino allora era sfuggita a molti: la «dialettica degli Esercizi». Credo si possa dire che questa è la parte più originale e più personale del suo studio sugli Esercizi di sant’Ignazio. Dalla breve esposizione che intendo presentare, il lettore vedrà che tale giudizio non è errato.

6. La «dialettica degli Esercizi»

La «dialettica» ruota tutta su cinque participi sostantivati che — come si e detto — indicano un passaggio dal meno al più, dal basso all’alto, dall’imperfetto al perfetto, effettuati nel corso delle quattro settimane: deformatumreformatumconformatumconfirmatumtransformatum, ossia:

deformatum reformare, riformare il deforme, via purgativa, prima settimana;

reformatum conformare, conformare il riformato, via illuminativa parte I, seconda settimana;

conformatum confirmare, confermare ciò che è stato conformato, via illuminativa parte II, terza settimana;

confirmatum transformare, trasformare ciò che è stato confermato, via unitiva, quarta settimana.

Ecco come avviene la dinamica di questo passaggio secondo lo stesso padre Lanteri:

«Gli Esercizi della prima settimana fanno parte della via purgativa e si riferiscono principalmente alla riparazione della vita passata. Fine particolare di questa settimana è purgare le passioni e gli affetti cattivi, ossia deformata reformare, riformare ciò che è deforme

«Il fine particolare della seconda settimana è comporre rettamente gli affetti naturali, in sé indifferenti, ossia reformata conformare, conformare a un modello prestabilito ciò che è già stato riformato… Il modo per conseguire il detto fine è l’imitazione di Gesù.

«Il fine particolare della terza settimana è la vittoria sulle difficoltà attraverso l’imitazione di Gesù Cristo nelle cose ardue e difficili, ossia conformata confirmare, confermare la volontà nel proseguimento di ciò che è stato conformato al modello divino.

«Gli Esercizi della quarta settimana fanno parte della via unitiva e riguardano la costanza nel bene in riferimento al futuro. Fine particolare di questa settimana è il rassodamento dell’anima nella perseveranza, ossia confirmata transformare, trasformare in Dio e nell’amore ciò che e stato conferito nella settimana precedente…

«Così l’uomo in questi Esercizi è mosso a fuggire il male e a fare il bene, a vincere gli ostacoli, a formulare dei propositi, da cui deriva la perfetta riforma di se stesso» (5).

Pio Bruno Lanteri, nei suoi scritti, torna diverse altre volte su questo procedimento progressivo dal basso all’alto inseparabile dagli Esercizi e lo applica con grande senso pratico all’esercitante che si e messo sotto la sua direzione (6). Seguendo con fedeltà e con costanza questo procedimento per così dire matematico, o piuttosto geometrico, padre Lanteri era convinto che l’anima, messa alle strette e resa incapace di sfuggire alla logica irresistibile di questi princìpi e di queste premesse, sarebbe presto passata dal peccato alla santità, anzi «sarebbe diventata santa, gran santa e presto santa» (7).

Il deformatum, infatti, indica il peccato in tutte le sue espressioni più negative: la disubbidienza alla legge di Dio e il disordine che deriva da questa ribellione nel mondo esterno e nell’intimo dell’uomo.

La «riforma» — il riformatum — segue immediatamente la constatazione della rovina causata dal peccato. Il peccatore, non appena si rende conto della distruzione di sé stesso che è l’esito fatale della sua disubbidienza, si meraviglia di essere ancora in vita. La morte, che egli sa di avere meritato con il suo peccato, non è ancora venuta. Ed ecco, allora, la percezione che il dono della vita ricevuto da Dio il giorno della sua creazione si è già trasformato in perdono. Il dono che era stato deformato dal peccato è l’Amore. L’Amore sarà all’origine della «riforma» e la riforma avrà come frutto il perdono.

Il reformatum segue la via inversa del deformatum. Chi si era allontanato dall’Amore a causa della disubbidienza, ripercorrendo a ritroso la via già fatta, si incontra nuovamente con l’Amore, ristabilisce in sé stesso l’equilibrio già sconvolto, ritrova la libertà perduta e il peccatore diventa santo.

Il conformatum è lo sviluppo logico di questo ritorno all’Amore. Siccome la libertà perfetta si presenta a noi nell’ubbidienza perfetta, ecco che l’anima, resa cosciente del proprio destino e della propria vocazione, vuole ormai ciò che Dio vuole raggiungere. In una parola: l’anima si «conforma» pienamente al disegno che Dio ha su di essa. L’anima ha capito che l’unica maniera di essere libera consiste, ormai, nell’accettare ciò che Dio le vuol fare accettare e nello scegliere ciò che Dio le vuol fare scegliere. E la scelta sarà decisamente quella della nuova creazione in Cristo (cfr. 2 Cor. 3, 17; Gal. 6, 15). La scelta precedente era stata ispirata da Satana. Questa scelta sbagliata deve essere eliminata, combattuta, distrutta, altrimenti si rischia di restare nell’apparenza, nella non-realtà. Prova unica e inequivocabile della riconquistata libertà interiore è la vita nuova totalmente conformata all’immagine del Dio invisibile sulla falsariga del Dio fatto visibile in Gesù Cristo, Uomo-Dio.

Il confirmatum continua questo processo di riforma interiore. Il distacco dall’antico non è facile. Le radici del male e della concupiscenza hanno propaggini molto profonde in noi, possono rigermogliare nuovamente e non è facile estirparle del tutto in breve tempo. Sarà la meditazione della passione del Signore a far capire la necessità dell’eroismo per restare fedeli alla scelta fatta. Non basta cominciare, bisogna continuare, cioè confermare con la continuità, giorno dopo giorno, il proponimento una volta formulato, a rischio altrimenti di mettersi una seconda volta fuori della realtà.

E finalmente abbiamo il transformatum, l’apice supremo della santità nell’amore che comincia nel tempo presente e si consumerà nel tempo futuro, nell’eternità. Vita presente e vita futura sono stabilizzate sulla stessa traiettoria illuminata e vivificata dalla carità «che non viene mai meno» (I Cor. 13, 8). La perseveranza, frutto della «trasformazione», assicura la continuità di questa traiettoria che unisce il presente e il futuro. Conseguenza di quest’ultima fase dell’esercizio spirituale sarà la gioia, con il corredo di tutti gli altri doni che san Paolo elenca nella lettera ai galati: «Amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé» (Gal. 5, 22). Chi è «trasformato» nell’amore non ha più paura di nulla. Gli ostacoli non esistono più per lui. Tutto egli può, tutto si sente di affrontare in Colui, Dio, che gli dà forza (cfr. Fil. 4, 13).

Questa è la «dialettica» che padre Lanteri ha creduto di cogliere nella successione delle quattro settimane e che ha proposta al suo esercitante come mezzo efficacissimo di elevazione e di riforma interiore: «Così l’uomo con questi Esercizi — conclude egli stesso — è mosso a fuggire il male e a fare il bene, a vincere gli ostacoli, a formulare dei propositi, da cui deriva la perfetta riforma di se stesso» (8).

7. Pio Bruno Lanteri studioso delle opere di san Bonaventura

La paternità di questa nuova e geniale interpretazione del testo ignaziano deve essere attribuita — ho detto — al solo padre Lanteri. Si possono anche stabilire il luogo e la data in cui egli ebbe per la prima volta questa felice intuizione, come dirò subito.

Tuttavia, passando in rivista il gran numero di autori che commentarono il libro degli Esercizi — più di un centinaio dei quali, la maggior parte gesuiti, egli conosceva, studiava e aveva sempre a portata di mano (9) — si potrebbe pensare che Pio Bruno Lanteri abbia «copiato» da essi e ripetuto, magari con aggiunte o varianti accidentali, ciò che era già stato intravisto e spiegato nei loro scritti (10). In questo modo merito di padre Lanteri sarebbe stato la diffusione, non però l’invenzione né la paternità della «dialettica» ignaziana.

Ho condotto per mio conto ricerche sugli autori più frequentemente citati da Pio Bruno Lanteri, per vedere se in essi vi fosse un accenno o allusione anche remota a questa «dialettica», ma non ne ho trovato traccia (11). O meglio, un accenno vi è stato, ma non nei commentatori degli Esercizi di sant’Ignazio.

Nel 1819 padre Lanteri si era recato a Carignano, presso Torino, dove tre anni prima era nata la Congregazione degli Oblati. Vi si trattenne dal 14 al 23 settembre per dettare un corso di Esercizi alla piccola comunità. Padre Giuseppe Loggero (1777-1847), uno dei primi Oblati, ne fece un riassunto che ancora si conserva (12), e alla fine, come conclusione, aggiunse questa nota molto importante: «Epilogo di quanto si fece negli Esercizi, come dice san Bonaventura:

«Deformatum reformare, via purgativa

«reformatum conformare, nella via illuminativa cogli esempi di Gesù Cristo e nella

sua vita e passione

«conformatum confirmare, nella via unitiva colla speranza del paradiso e amor di Dio

«confirmatum transformare, colla corrispondenza nell’amor di Dio, perché l’amore trasforma l’amante nell’oggetto amato».

Da questa nota di padre Loggero si apprendono, tra l’altro, due cose: che la «dialettica» era fondata su un testo di san Bonaventura, e che la «scoperta» di questa «dialettica» era anteriore al 1819. Queste due indicazioni mi sono servite da orientamento per mettere la mia ricerca su una pista più sicura.

Da altre fonti biografiche si sa che vi fu un periodo nella vita di padre Lanteri in cui egli si diede allo studio più approfondito delle opere di san Bonaventura, e precisamente i tre anni di relegazione alla Grangia di Bardassano (1811-1814), ossia di confino obbligato impostogli dalla polizia napoleonica per la sua partecipazione — partecipazione reale, ma che la polizia imperiale non poté provare! — agli aiuti a Papa Pio VII prigioniero a Savona. In quei tre anni di solitudine Pio Bruno Lanteri attese più intensamente alla preghiera e allo studio. E nacque anche la prima idea del nuovo istituto religioso a difesa della Chiesa, quello che più tardi avrebbe preso il nome di Oblati di Maria Vergine. Delle opere teologiche e ascetiche esaminate e studiate in quel periodo egli ci ha lasciati ampi riassunti, che oggi formano la parte più rilevante dei suoi scritti autografi, moltissimi ancora inediti, conservati nell’archivio dei suoi religiosi. In essi si trova il riassunto di una dozzina di opere di san Bonaventura, che da allora divenne uno dei suoi autori preferiti, spesse volte citato negli scritti posteriori (13).

8. Il Soliloquium di san Bonaventura

La «dialettica degli Esercizi», era chiaro, risaliva a quel triennio passato alla Grangia

e a uno scritto di san Bonaventura.

Ma quale?

Altre ricerche mi hanno fatto individuare anche lo scritto bonaventuriano a cui padre Lanteri si era ispirato per la sua nuova visione degli Esercizi ignaziani: Soliloquium de quattuor mentalibus exercitiis (14).

Il Soliloquium bonaventuriano si potrebbe considerare, senza averne l’apparenza, un commento ante litteram agli Esercizi Spirituali di sant’Ignazio perché spiega magistralmente i quattro novissimi, morte, giudizio, inferno e paradiso. A queste meditazioni sono premessi due capitoletti introduttivi, De anima e De vanitate bonorum mundi. Nel prologo e nel primo capitolo, De anima, troviamo lo spunto che ha dato origine alla geniale intuizione di padre Lanteri.

Ecco questi testi tradotti dal latino: «Oggetto dell’esercizio della mente devota sono le cose interiori ed esteriori, inferiori e superiori.

«L’anima devota con l’esercizio mentale della contemplazione deve far riflettere la sua luce primieramente sulle sue cose interiori per vedere come è stata formata per natura,

«deformata per colpa,

«riformata dalla grazia» (15).

Il primo capitolo ripete anche nel titolo lo stesso concetto che poi amplia e commenta nel testo: «Considera diligentemente, o anima, quanto generosamente il sommo Artefice ti ha formato secondo la natura, quanto vigorosamente la tua volontà ti ha deformata per mezzo della colpa, quanto immeritatamente la divina bontà più volte ti ha riformata con la sua grazia».

A questa impostazione generale della tesi sul trinomio natura-caduta-grazia segue la spiegazione condotta con la solita profondità e unzione che si riscontra in tutto lo stile bonaventuriano. L’umanità, prima della caduta originale, era nello stato di natura pura fatta «a immagine e somiglianza di Dio», con le tre facoltà, memoria, intelletto, volontà, orientate verso Dio, quindi verso la verità, verso il bene e verso l’amore.

La deformazione è venuta attraverso la colpa. L’anima, spogliata della grazia, è diventata «adultera Christi, tugurium diaboli». I sensi dell’uomo, dono di Dio, sono usati ormai con finalità capovolte ed errate. È possibile risorgere da questo stato? Sì, specialmente per mezzo di Maria (16).

La riforma dell’anima avviene sia per il «lavacrum contritionis, quo caligo mentis detergitur», sia dall’alta sapienza, dalla profonda clemenza, dalla meravigliosa potenza di Dio». L’anima, «reformata per gratiam», è così anche «trasformata per la carità»: «Tribuit enim tibi per gratiam ut sis socia mensae, socia regni, socia thalami» (17).

Padre Lanteri ci ha lasciato un ampio riassunto del Soliloquio (18), nel quale sono messe in risalto le tre posizioni «dialettiche» che il Dottore Serafico aveva sottolineato: formata, deformata, reformata.

Solo tre posizioni, per ora, non le cinque che abbiamo esaminate sopra. Il quadro bonaventuriano è appena abbozzato, e ancora incompleto. Pio Bruno Lanteri vi costruirà sopra attingendo da sant’Ignazio.

9. La «dialettica» bonaventuriana applicata alle quattro settimane di sant’Ignazio

Ecco a poco a poco il quadro completarsi, diventare omogeneo e organico: la «dialettica degli Esercizi» si presenta con una fisionomia nuova.

Le tre posizioni antitetiche di san Bonaventura dovevano applicarsi, conservando la stessa posizione antitetica, alle quattro settimane di sant’Ignazio. Avevano bisogno, perciò, di qualche elemento in più, che non era difficile trovare, in riferimento specialmente alla via unitiva che era riallacciata alla quarta settimana in cui l’anima, già conformata a Cristo con l’imitazione della sua vita, e confermata nel suo proposito con la meditazione della sua passione e morte, veniva trasformata con la partecipazione alla sua risurrezione e alla sua vittoria sulla morte.

Nella quarta settimana di sant’Ignazio si respira già aria di cielo. La grazia germoglia e fiorisce nella gloria, l’ascetica sfocia nella mistica, la ricerca diventa possesso, e possesso eterno nella carità eterna: «Se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù… pensate alle cose di lassù e non a quelle della terra: la vostra vita è ormai nascosta con Cristo in Dio» (Col. 3, 1-3).

In questo modo il quadro va completandosi fino a diventare omogeneo e organico: la «dialettica degli Esercizi» si presenta con una fisionomia nuova senza uscire dal testo ignaziano, senza forzare il pensiero del santo autore, ma mettendone in bella luce i concetti più fondamentali e più determinanti.

L’itinerario dalle cose a Dio è, come si vede, non solo molto lungo, ma anche complesso. È un cammino che porta dal finito all’infinito, anzi da oltre il finito fino alla perfezione dell’Essere assoluto, dal non-amore alla fruizione unitiva, dal peccato alla santità. Il deformatum da cui si parte non è più la creatura in sé stessa, quale era uscita dalle mani del Creatore — «E Dio vide che era cosa buona» (Gen. 1, 9) —, ma è la contaminazione della creatura «in sé buona» per la violenza fattale dalla cattiva volontà umana. L’abisso che separa il deformatum dal transformatum è allora molto più largo e spaventoso, il cammino da percorrere per congiungere i due estremi più arduo, la misericordia divina che fa superare le distanze più grande, e più grande e più sentita la riconoscenza del beneficato.

In questo modo padre Lanteri ha dato un forte contributo alla conoscenza del capolavoro ignaziano e nello stesso tempo un grande aiuto a tutti coloro che, alla scuola di questo grande maestro di spiritualità, vogliono arrivare a una maggiore conoscenza di Dio, a un amore più sentito e a una più intima unione con Lui.

Paolo Calliari O.M.V.

 

NOTE:

(1) GIOVANNI ROOTHAAN, Litt. Encycl. Saepe ac multum, del 27-12-1834.

Nel Directorium Exercitiorum di Padre Muzio Vitelleschi, del 1599, Proemium, n. 7, si legge: «Et vere dici potest societatem nostram hoc maxime medio et initio coaluisse, et postea incrementum accepisse».

Lo stesso concetto è stato ripetuto recentemente da padre Peter Hans Kolvenbach, eletto 29° generale della Compagnia, nel suo primo messaggio all’ordine, del 14 settembre 1983: «I gesuiti sono chiamati a vivere una stessa vocazione, una stessa missione apostolica, basata sugli Esercizi spirituali e sulle Costituzioni di sant’Ignazio».

(2) HUGO RAHNER S. J., St. Ignace de Loyola et la genèse des Exercices, Apostolat de la Prière, Tolosa 1948, p. 128, in Christus 33 (1962) 89.

(3) Cfr. TIMOTEO GALLAGHER O. M. V., Gli Esercizi di S. Ignazio nella spiritualità e carisma di fondatore di Pio Bruno Lanteri, Università Gregoriana, Roma 1983.

(4) Cfr. GASTON FESSARD S. J., La dialectique des Exercices spirituels, 2 voll., Aubier, Parigi 1956 e 1966. Un terzo volume doveva completare lo studio, ma non fu pubblicato per la morte dell’autore avvenuta nel 1978.

(5) PIO BRUNO LANTERI, Analysis Exercitiorum Sti Ignatii, Torino 1857, pp. 192 ss.

(6) Ecco alcuni altri riferimenti bibliografici che riguardano la «dialettica degli Esercizi»:

1. Synopsis Exercitiorum Sti Ignatii, ibid., pp. 205-207.

2. Compendium quattuor Hebdomadarum, ibid., pp. 208-209.

3. «…l’anima sufficientemente istruita con un ordine mirabile si riforma colle massime eterne, si conforma sull’esempio di Gesù Cristo, si conferma nelle virtù meditando la passione del divino Redentore, e si perfeziona con la considerazione del paradiso e dell’amor di Dio» (Promemoria sugli Oblati di M. V. al Senato di Torino, marzo 1827, in Carteggio Lanteri, Torino 1975, vol. IV, p. 353).

(7) Il pensiero è meglio sviluppato da Pio Bruno Lanteri nell’opuscolo dal titolo: Disposizioni per fare bene gli Esercizi, in Archivio degli Oblati di Maria Vergine (AOMV), serie II, doc. 307.

(8) P. B. LANTERI, Analysis Exercitiorum Sti Ignatii, cit., p. 204 (vedi nota 5).

(9) L’elenco degli autori consultati da padre Lanteri comprende un centinaio di nomi, in maggioranza di gesuiti, italiani, francesi, spagnoli, tedeschi e qualche polacco. Eccone alcuni a caso, italiani: Spinola, Cattaneo, Bartoli, Petrignani, Agnelli, Bordoni, Muzzarelli, Pinamonti, Scaramelli, Tornielli. Segneri, Siniscalchi, Ettori; francesi: de la Colombière, Baudrand, Bourdaloue, Griffet, Huby, Judde, Saint-Jure, Vaubert, de Caussade, Crasset; tedeschi: Bellecio, Peymair, Diessbach, Neumayr; spagnoli: Vallegas, de Nieremberg, da Ponte, Rodriguez, de Ribadeneira, de la Figuera; inglesi: Personio; polacchi: Dubrinski.

(10) Padre Giuseppe Rambaldi S. J., in un suo studio sugli Esercizi di padre Lanteri, scrive: «Più difficile è il determinare quanto il Lanteri debba propriamente al padre Diessbach… Sarebbe interessante potere conoscere quale eredità e quali tendenze, in argomento di Esercizi spirituali, della soppressa Compagnia di Gesù sono arrivati attraverso il Diessbach…» (A proposito di un manoscritto sugli Esercizi spirituali contenuto tra le carte del P. Taparelli, in Analecta Gregoriana, Roma 1964, vol. 133, p. 446).

(11) Padre Fessard (vedi nota 4) non dice chi sia l’autore della «dialettica» ignaziana: l’accetta così com’è, senza indagare sulla sua origine.

(12) AOMV, serie II, doc. 333. Padre Loggero, in questi appunti stesi in fretta, confonde alquanto il pensiero di Pio Bruno Lanteri quando parla della quarta settimana e della via unitiva.

(13) Ecco i titoli delle opere di san Bonaventura di cui si conserva il riassunto steso di propria mano da Pio Bruno Lanteri:

1. Stimuli Amoris; 2. Soliloquio; 3. Amatorium; 4. De regimine animae; 5. Speculum disciplinae ad novitios; 6. Breviloquio; 7. Incendium divini amoris; 8. De septem Donis Spiritus Sancti; 9. De septem itineribus aeternitatis; 10. Itinerarium mentis in Deum; 11. Speculum Beatae Mariae Virginis; 12. Exaemeron.

Alcune di queste opere bonaventuriane sono considerate spurie — Stimuli Amoris, Speculum Beatae Mariae Virginis; De septem Donis Spiritus Sancti —, ma al tempo di padre Lanteri la critica bonaventuriana era ancora agli inizi ed egli le riteneva autentiche.

(14) Ho sott’occhio l’edizione critica stampata a Quaracchi (Firenze) nel 1900: Septem Opuscula… pp. 43-167. Nel riassunto autografo di Pio Bruno Lanteri — AOMV, serie III, doc. 405 — si trovano sei capitoli intitolati rispettivamente De anima, De vanitate bonorum mundi, De morte, De judicio, De inferno e De beatitudine coelesti.

(15) Ed. Quaracchi, 1900, Prologo, p. 45.

(16) Un bel passo sulla devozione a Maria santissima si trova a p. 78 dell’edizione citata.

(17) Il pensiero e la frase sono presi da san Bernardo (ibid., p. 88).

(18) AOMV, serie III, doc. 405, autografo, pp. 39 in 8° piccolo.

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