La domenica della gioia

La Quaresima non distoglie gli occhi dal Crocifisso, ma si concede un momento speciale per dare nuovo vigore ai fedeli. «Andiamo avanti» dice il Papa all’ “Angelus”
Michele Brambilla 3 mesi fa
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di Michele Brambilla

Laetare: rallegrati. È il forte invito che, come ricorda Papa Francesco all’inizio dell’Angelus dell’11 marzo, rivolge «[…] l’antifona d’ingresso della liturgia eucaristica» nella IV domenica di Quaresima e si “mischia”, nella pagina di Vangelo (cfr. Gv 3, 14-21), con la simbologia della luce: «la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce» (Gv 3, 19).

La gioia, infatti, viene dall’essere stati redenti dal sacrificio di Cristo. Il motivo di essa, dice il Papa, «[…] è il grande amore di Dio verso l’umanità, come ci indica il Vangelo di oggi: “Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna” (Gv 3,16). Queste parole, pronunciate da Gesù durante il colloquio con Nicodemo, sintetizzano un tema che sta al centro dell’annuncio cristiano: anche quando la situazione sembra disperata, Dio interviene, offrendo all’uomo la salvezza e la gioia».

La Quaresima non distoglie quindi gli occhi dal Crocifisso neppure in questa domenica in cui i paramenti assumono un colore chiaro (il rosa) e agli organisti è permesso qualche virtuosismo in più. L’uomo gioisce perché «Dio […] non se ne sta in disparte, ma entra nella storia dell’umanità, si “immischia” nella nostra vita, entra, per animarla con la sua grazia e salvarla» tramite la croce del Figlio consustanziale al Padre.

«Siamo chiamati a prestare ascolto a questo annuncio, respingendo la tentazione di considerarci sicuri di noi stessi, di voler fare a meno di Dio, rivendicando un’assoluta libertà da Lui e dalla sua Parola. Quando ritroviamo il coraggio di riconoscerci per quello che siamo», semplici creature, «ci accorgiamo di essere persone chiamate a fare i conti con la nostra fragilità e i nostri limiti. […] Noi non dobbiamo scoraggiarci quando vediamo i nostri limiti, i nostri peccati, le nostre debolezze: Dio è lì vicino, Gesù è in croce per guarirci».

Lo comprese bene il cieco nato, protagonista assoluto del brano che la liturgia ambrosiana legge immancabilmente in questa domenica (cfr. Gv 9,1-38). Abituato a essere emarginato come mendicante malato, una volta guarito si ritrovò a condividere con il Messia un altro tipo di emarginazione, quella inflitta dai capi del popolo «[…] se uno lo avesse riconosciuto come il Cristo» (Gv 9, 22). Viene interdetto da ogni sinagoga, ma in Gesù incontra il vero volto del Padre, quello che fa gridare, come dice il Papa, «Dio mi ama» perché «[…] è più grande delle nostre debolezze, delle nostre infedeltà, dei nostri peccati. […] prendiamo il Signore per mano, guardiamo il Crocifisso e andiamo avanti», scoprendo che è Lui ad accompagnare noi nella vita.

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