La società pre-1789 è il modello preferito dal Papa

Il santo Padre lo ha detto a Cesena in Piazza del Popolo, uno «spazio pubblico in cui si prendono decisioni rilevanti per la città nel suo Palazzo Comunale e si avviano iniziative economiche e sociali […] dove i gruppi particolari prendono coscienza che i loro desideri vanno armonizzati con quelli della collettività»
Michele Brambilla 2 settimane fa
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Papa Francesco recita l’Angelus di domenica 1 ottobre a Bologna, al culmine di una visita in Emilia Romagna che ha toccato anche Cesena, patria di Papa Pio VI (1775-1799) e diocesi cardinalizia del Servo di Dio Papa Pio VII (1800-1823).

Scopo della visita pastorale del Pontefice è stato infatti quello di onorare proprio la memoria di Papa Braschi, al secolo conte Giovanni Angelo, nato a Cesena il 25 dicembre 1717. Egli morì in esilio a Valence, trascinato in Francia dal despota rivoluzionario Napoleone Bonaparte (1769-1821), che lo espropriò dello Stato pontificio, divenendo il simbolo della Chiesa perseguitata dalla Rivoluzione Francese (1789-1799) e riscattando, con quelle sofferenze, la debolezza del Papato settecentesco. I giacobini intendevano concludere in questo modo la propria guerra mortale al cristianesimo, iniziata dall’Illuminismo e proseguita dalle ghigliottine, ma la Provvidenza ripassò da Cesena e ne prese, stavolta, il vescovo nel conclave di Venezia, l’unico conclave in età moderna a svolgersi fuori Roma.

Oggi pure negli ambienti cattolici si stenta a trovare una chiara apologia dello Stato della Chiesa, che ha una storia molto più gloriosa di quanto i sussidiari scolastici spesso dipingano.

Ciononostante, Papa Francesco non teme di presentare a modello proprio la società pre-1789, simboleggiata a Cesena da Piazza del Popolo. «Questa piazza», ha detto il Pontefice del discorso svolto alla cittadinanza della cittadina romagnola sempre il 1° ottobre, «costituisce il punto d’incontro dei cittadini e l’ambito dove si svolge il mercato. Essa merita dunque il suo nome: Piazza del Popolo, o semplicemente “la Piazza”, spazio pubblico in cui si prendono decisioni rilevanti per la città nel suo Palazzo Comunale e si avviano iniziative economiche e sociali […] dove i gruppi particolari prendono coscienza che i loro desideri vanno armonizzati con quelli della collettività». Un’armonia connaturata all’uomo della Cristianità medioevale, epoca durante la quale fu edificata la piazza, ma aliena all’uomo post-moderno iper-individualista che vede nelle istituzioni, al massimo, il garante dei propri interessi e, persino, delle proprie fantasie.

La piazza di Cesena, come Piazza Maggiore a Bologna, dove il Papa ha pregato l’Angelus, rievocano un modo di essere comunità che non è quello di una semplice somma d’individui o di un comunitarismo massificante, come quello giacobino, comunista e liberal, bensì la riscoperta della responsabilità personale. «Questo è il volto autentico della politica e la sua ragion d’essere», ha sottolineato il Santo Padre a Cesena: «un servizio inestimabile al bene all’intera collettività. E questo è il motivo per cui la dottrina sociale della Chiesa la considera una nobile forma di carità».  E ancora: «[…] è essenziale lavorare tutti insieme per il bene comune. È questa la base del buon governo della città, che la rende bella, sana e accogliente, crocevia di iniziative e motore di uno sviluppo sostenibile e integrale», lontano dall’asservirsi ad «[…] ambizioni individuali o alla prepotenza di fazioni o centri di interesse», come è invece facilmente riscontrabile nella politica figlia della Rivoluzione.  «E il buon politico sente di essere un martire, diciamo così al servizio perché lascia le proprie idee, ma le mette a servizio per andare verso il bene comune».

Sia Pio VI sia Pio VII pagarono l’amore autentico per il popolo, che si allargava a tutti i cattolici del mondo, con la deportazione rivoluzionaria, dal quale Papa Chiaramonti, a differenza del proprio predecessore, ebbe però la grazia di tornare vivo per testimoniare ulteriormente la misericordia divina: perdonò infatti Napoleone del gesto compiuto e con lui tutto il suo casato, un perdono materializzatosi nell’accoglienza dei Bonaparte esuli a Roma dopo il 1815.

La dimensione del martirio non è stata tipica soltanto del secolo XVIII: quello fu solo l’inizio dell’epoca delle ideologie assassine per eccellenza, culminata agli orrori della storia del Novecento.

All’Angelus il Papa ha accennato alla beatificazione di don Titus Zeman (1915-1969), che fu, come Papa Pio VI, prostrato dalla prigionia, subita per amore di Cristo nelle carceri comuniste cecoslovacche. Come in Francia nel 1794 e in Italia nel 1798, anche nell’Est europeo credere era infatti tornato un diritto esercitabile a completa discrezione dello Stato totalitario.

In fin dei conti lo scontro è sempre stato tra due macrovisioni della realtà. Anche oggi, ha detto il Pontefice nel discorso tenuto durante l’incontro con il mondo del lavoro, i disoccupati, i rappresentanti di Unindustria, sindacati, Confcooperative e Legacoop in piazza maggiore a Bologna sempre domenica, «alla radice della crisi economica c’è un tradimento del bene comune, da parte sia di singoli sia di gruppi di potere»,ì che si può cominciare a rovesciare compiendo gesti come quello che, dopo l’Angelus, il Papa stesso si è apprestato ad attuare. Come nei secoli della Cristianità, la navata di San Petronio a Bologna si è infatti trasformata in una grande sala da pranzo, attorno alla cui tavola ricchi e poveri, potenti e semplici cittadini sono tornati a gustare un senso di festa autentico sotto gli occhi del Signore nel tabernacolo, ovvero a congiungere nuovamente asse orizzontale dei rapporti umani e asse verticale dell’elevazione a Dio.

Ritornando sul piano politico, il Santo Padre ha sottolineato che le circostanze offerte dal nostro tempo non devono affatto scoraggiare i giovani dal farsi avanti anche come possibili candidati a reggere la cosa pubblica: «Da questa piazza», ha detto alla cittadinanza in Piazza del Popolo a Cesena, «vi invito a considerare la nobiltà dell’agire politico in nome e a favore del popolo, che si riconosce in una storia e in valori condivisi e chiede tranquillità di vita e sviluppo ordinato. Vi invito ad esigere dai protagonisti della vita pubblica coerenza d’impegno, preparazione, rettitudine morale, capacità d’iniziativa, longanimità, pazienza e forza d’animo nell’affrontare le sfide di oggi, senza tuttavia pretendere un’impossibile perfezione». La crisi ideale, morale, quindi sociale che la Rivoluzione ha provocato nell’Emilia Romagna e nell’Italia di oggi la fuga dalle urne e il discredito delle poltrone, ma, secondo il Papa, nulla è perduto se, facendo tesoro degli errori del passato, la gioventù comincia fin da ora, nei comportamenti quotidiani, a costruire pazientemente un mondo alternativo, che in realtà non è inedito.

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 Michele Brambilla

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