Le crociate. Una risposta al «jihad» islamico

Brian M. English 10 mesi fa
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Brian M. English, Cristianità n. 380 (2016)

 

[L’articolo The Crusades: A Response to Islamic Jihad è apparso il 7-4-2016 sul periodico online Crisis Magazine. A Voice for the Faithful Catholic Laity ed è consultabile alla pagina web <http://www.crisismagazine.com/2016/the-crusades-response-islamic-jihad> (gl’indiriz­zi Internet dell’intero articolo sono stati consultati il 3-6-2016). Ne pubblichiamo il testo per gentile concessione del direttore del periodico. La traduzione, le inserzioni fra parentesi quadre, le note e la suddivisione in paragrafi sono redazionali].

 

1. Il periodo successivo all’11 settembre 2001 ha conosciuto un rinnovato interesse nei confronti delle crociate, poiché si era alla ricerca di elementi che fornissero una qualche spiegazione ad attentati così brutali. Il susseguirsi di attacchi terroristici nel corso degli anni e la recente nascita dello Stato Islamico hanno fatto sì che l’interesse per le crociate non diminuisse. Purtroppo, la crescita dell’interesse non si è necessariamente tradotta in un aumento di conoscenza. Come lamenta il professor Thomas F. Madden, «chi è interessato all’ar­gomento e si reca in libreria ne uscirà probabilmente con il volume redatto da un romanziere, da un pubblicista o da una ex suora, piuttosto che col libro di uno storico professionista, basato sulle ricerche più aggiornate. Dall’11 settembre 2001, l’accentuato interesse del pubblico per la materia ha creato un mercato librario per le leggende più popolari, che spesso non sono altro che falsi miti, da tempo confutati dagli storici seri» (1).

Fra tutti i miti riguardanti le crociate è particolarmente persistente quello secondo il quale siano state proprio loro il catalizzatore del conflitto fra il cristianesimo e l’islam. Dal discorso dell’ex presidente Bill Clinton all’università di Georgetown, pronunciato a meno di due mesi di distanza dagli attentati del­l’11 settembre (2), al discorso del presidente Obama in occasione del National Prayer Breakfast dell’anno scorso (3), nonché in espressioni della cultura popolare quali il film Le crociate girato da Ridley Scott nel 2005, questo mito viene riproposto in termini pressoché sovrapponibili: il contrasto fra il cristianesimo e l’i­slam avrebbe avuto inizio alla fine del secolo XI, con l’invasione delle terre pacifiche dell’islam da parte di una banda di cristiani barbari e selvaggi. Ciò nonostante, la storia ci racconta qualcosa di diverso.

2. Nel secolo VII una nuova fede proruppe dall’Arabia e cercò di travolgere il mondo intero. Gli eserciti arabi che puntavano alla diffusione in Oriente degl’insegnamenti del profeta Maometto [570 ca.-632] distrussero la Persia sassanide e costrinsero l’impero bizantino entro i confini dell’Asia Minore, l’at­tua­le Turchia. La città di Gerusalemme, fra le prime conquiste delle milizie del­l’i­slam, si arrese nell’anno 638. Verso occidente, gli eserciti musulmani subissarono il Nord Africa e invasero la Spagna nel 711.

L’avanzata islamica verso l’Europa da est fu arrestata nel 718, quando l’imperatore bizantino Leone III Isaurico [675 ca.-731] annientò l’esercito musulmano che aveva assediato Costantinopoli per oltre un anno. L’espansione musulmana da ovest fu invece fermata dai franchi al comando di Carlo Martello [689 ca.-741] con la battaglia di Tours [o di Poitiers], città situata nell’attuale Francia centrale. L’arresto dell’offensiva dei musulmani via terra, tuttavia, non pose fine alle loro conquiste in Europa. I musulmani, conosciuti in Europa con il nome di «saraceni», iniziarono a solcare i mari in una campagna di conquiste e razzie che terrorizzarono il Mediterraneo occidentale per oltre trecento anni (4).

Nei primi anni del secolo IX, sia la Corsica sia la Sardegna caddero temporaneamente sotto il dominio musulmano. Nell’anno 827 i saraceni diedero il via alla conquista della Sicilia, destinata a durare cinquant’anni, e nei decenni successivi stabilirono dei presìdi in Italia e nel sud della Francia. Da quegli avamposti i cavalieri saraceni colpirono in Italia, in Francia e perfino in Germania. Nell’anno 846 ebbe luogo un’incursione tragicamente simbolica: le periferie di Roma furono bruciate e le basiliche di san Pietro e di san Paolo profanate.

La guerra infuriò in Sicilia, come si è detto, per cinquant’anni, devastan­do la terra e la popolazione. Alla fine, nell’anno 878, cadde Siracusa, città-capo­luogo dell’isola. I suoi abitanti furono massacrati e le favolose ricchezze della città depredate. Con quella vittoria la conquista saracena della Sicilia poté considerarsi conclusa, sebbene la resistenza della città fortificata di Taormina sia durata fino al 902, anno in cui le sue mura cedettero e i suoi abitanti furono trucidati.

Le incursioni continuarono per tutto il secolo X, talvolta su ampia scala. Genova fu messa a ferro e fuoco nell’anno 935 da una flotta proveniente dall’A­frica: i suoi abitanti furono uccisi o ridotti in schiavitù. Fra il 950 e il 952 la Calabria venne saccheggiata e la città di Napoli assediata. Il secolo X registra, tuttavia, anche i primi tentativi di contrattacco della cristianità occidentale, sotto l’egida della Chiesa. Il principale insediamento musulmano del­l’I­talia peninsulare, stanziato presso il fiume Garigliano, fu annientato nel 915 da una lega militare promossa e comandata, insieme con altri, dal Papa guerriero Giovanni X [914-928]. Tale successo non fu che l’antesignano della reazione che, in seguito, l’appello alle armi da parte della Chiesa avrebbe suscitato.

 

3. Il secolo XI segnò una svolta nello scontro fra l’islam e la cristianità occidentale. Al termine del suo primo decennio, il califfo fatimide d’Egitto al-Ḥā´kim [985-1021] aveva distrutto il Santo Sepolcro a Gerusalemme — la basilica costruita nel luogo della crocifissione, sepoltura e resurrezione di Cristo — senza che fosse stata possibile una risposta militare di alcun tipo. La fine del secolo avrebbe visto guerrieri cristiani dare l’assalto alle mura della città.

Nel 1016 Papa Benedetto VIII [1012-1024] forgiò un’alleanza tra Genova e Pisa. Le flotte coalizzate delle città commerciali riportarono una vittoria decisiva sul contingente saraceno proveniente dalla Spagna che aveva occupato la Sardegna. Da questa, divenuta poi un protettorato pisano, i musulmani furono scacciati definitivamente. Tale successo militare per opera di due delle maggiori città commerciali d’Europa fu un segno della crescente vitalità economica del­l’Occidente; tale vitalità avrebbe di lì a poco permesso di lanciare una grande offensiva volta alla riconquista dei territori occupati dai musulmani.

Di fatto, la riconquista cristiana dell’Europa iniziò nella seconda metà del secolo XI. All’avanguardia di tale riconquista troviamo un po’ dappertutto i normanni. Essi discendevano da quei vichinghi che, all’inizio del secolo X, si erano stabiliti nella Francia settentrionale, in una regione «donata» loro dal re di Francia in cambio della rinuncia a perpetrare in futuro razzie e saccheggi nei territori francesi. Convertitisi al cristianesimo, i normanni diedero vita a un ducato energico e intraprendente.

La più famosa delle conquiste normanne avvenne nel 1066 (5). Qualche anno prima, nondimeno, un gruppo di normanni guidati da Roberto d’Altavilla [1025 ca.-1085] — conosciuto come Roberto il Guiscardo, cioè «l’Astuto» — e dal fratello più giovane Ruggero [1031 ca.-1101] era giunto in Sicilia con l’in­tenzione di conquistarla. Sbarcati nel 1061, gli Altavilla e i loro uomini avevano occupato ben presto Messina; Palermo, che sotto i musulmani aveva sostituito Siracusa nel ruolo di capitale dell’isola, cadde nel 1072. Durante questa campagna, Ruggero e i suoi uomini marciarono all’ombra di un vessillo con le insegne papali, segno della benevolenza con la quale la Chiesa guardava la loro impresa militare.

Negli stessi anni in cui i normanni portavano a compimento la conquista della Sicilia, il contrattacco della cristianità occidentale si concretizzò in una seconda offensiva, stavolta intrapresa dai regni cristiani della Spagna settentrionale coadiuvati da cavalieri normanni e francesi. Proprio come in Sicilia, anche a questa campagna fu accordato il beneplacito del Papa. L’iniziativa culminò con la conquista nel 1085 di Toledo — città dal forte rilievo religioso per i musulmani — da parte dell’esercito di Alfonso VI [1030-1109], re di Castiglia e di León.

Un cambiamento radicale quanto alle modalità del contrattacco occidentale si verificò nel 1087: su richiesta del Papa, genovesi e pisani si allearono nuovamente, questa volta muovendo guerra in terra saracena, nel Nord Africa. La città di al-Mahdiyyah, sulla costa dell’attuale Tunisia, era il porto principale che banditi e pirati saraceni utilizzavano come base per le loro scorrerie. La spedizione pisano-genovese, che fra i suoi condottieri annoverava anche un vescovo in qualità di legato papale, ebbe successo. La città marittima fu saccheggiata e la flotta saracena alla fonda nel porto incendiata.

Mentre la potenza delle forze musulmane a occidente declinava, l’e­span­sione musulmana in Oriente fu rinvigorita dalla conversione dei turchi selgiuchidi all’islam, nella seconda metà del secolo X. Questi feroci arcieri a cavallo provenienti dall’Asia Centrale avevano conquistato il territorio corrispondente agli attuali Iran e Iraq già nel 1055. Nello stesso anno un capotribù selgiuchide, Toghrul Beg [990-1063], entrò a Baghdad e nel 1058 fu proclamato sultano, titolo riservato a leader secolari del ramo sunnita dell’islam.

Appena un anno dopo, i selgiuchidi possedevano un impero che si estendeva dall’attuale Iran fino ai confini bizantini dell’Asia Minore e ai confini siriaci del califfato fatimide, un regno islamico che esercitava il proprio potere dall’Egitto. Nel 1071 i turchi sferrarono all’impero bizantino un colpo talmente duro da provocare ondate di sconforto nell’intera cristianità. L’imperatore bizantino Romano IV Diogene [1030 ca.-1072] aveva radunato un esercito numeroso — seppure malamente integrato — e, alla testa di questo, si era diretto in Armenia per affrontare i turchi. Il sultano selgiuchide Alp Arslan [1030-1073], venuto a conoscenza dell’avanzata bizantina, galoppò a fianco del suo esercito per scontrarsi con l’imperatore. I due eserciti si fronteggiarono nella città arme­na di Manzikert, sita nei pressi del lago Van.

Nella battaglia i selgiuchidi annientarono l’esercito nemico e catturarono l’imperatore. L’impero bizantino precipitò allora nel caos. Nonostante l’impe­ra­tore Alessio I Comneno [1056-1118], salito al trono nel 1081, fosse riuscito nei suoi primi dieci anni di governo a stabilizzare la situazione attraverso un’ac­cor­ta combinazione di forza militare e di abilità diplomatica, una serie di rovesci disastrosi in Asia Minore fra il 1091 e il 1095 permisero ai turchi d’i­noltrarsi fino a ottanta chilometri dalla capitale bizantina, Costantinopoli. La minaccia sempre più pressante dei selgiuchidi invasori convinse Alessio a mandare una delegazione presso Papa Urbano II [1088-1099], implorando aiuto militare contro i turchi. Fortunatamente per Alessio, Urbano II e la cavalleria del­l’Europa occidentale erano pronti ad accogliere una tale richiesta di aiuto.

4. Il 27 novembre 1095, Urbano II rivolse a Clermont — una città della Francia Meridionale, che in quei giorni ospitava un concilio — un appello alla cavalleria francese per liberare i cristiani d’Oriente e la città santa di Gerusalemme dal flagello dei turchi. Tale liberazione si sarebbe realizzata grazie a una forma inedita di pellegrinaggio: il pellegrinaggio armato. I pellegrini di Urbano non sarebbero stati semplici penitenti in abiti dimessi, come quelli che si erano recati a Gerusalemme in passato; sarebbero stati guerrieri rivestiti di ferro, con l’obiettivo di sottrarre con la forza Gerusalemme ai turchi. Tale impresa appariva così ardua e rischiosa che, per chi se ne addossava il fardello, Urbano decretò l’indulgenza plenaria (6).

Sebbene l’appello di Urbano fosse stato rivolto specificamente ai francesi, cavalieri provenienti da tutta Europa s’impegnarono a farsi largo verso Ge­ru­sa­lemme. Gli unici cui fu impedito di partire furono gli spagnoli: Urbano pensò che l’impegno di cavalieri spagnoli in Terra Santa poteva rivelarsi controproducente, poiché l’assenza di costoro in patria avrebbe messo in pericolo i cristiani di Spagna. Urbano II, del resto, concepiva la crociata in Oriente come l’apertura di un secondo fronte nella guerra di liberazione cristiana che già si stava combattendo nella Penisola Iberica.

Contrariamente a ciò che comunemente si crede, l’opportunità di conquistare terre e ricchezze in Oriente non fu, per la maggior parte dei crociati, la motivazione principale. Né la crociata fu considerata una facile scappatoia per spedire lontano i figli cadetti cui, in base alle leggi di successione vigenti, non spettava alcuna porzione dei possedimenti paterni.

Un crociato e la sua famiglia dovevano patire penosi disagi e, per procurarsi il necessario per affrontare il pericoloso viaggio verso Gerusalemme, inoltre, bisognava sostenere spese ingenti. E tali costi erano ancor più considerevoli se, come spesso accadeva, era più di un membro della famiglia a voler partire. È molto improbabile che, fra i partecipanti alla crociata, fossero maggioritari quelli sciocchi a tal punto da credere davvero di essere destinati a recuperare le spese e ad ammassare grandi ricchezze. Nella stragrande maggioranza dei casi, i cavalieri dell’Europa Occidentale, ove presero minimamente in considerazione l’ap­pello di Papa Urbano, giudicarono troppo ardui da superare gli ostacoli cui sarebbero andati incontro rispondendo alla chiamata.

I benefici cui principalmente puntavano i cavalieri che indossarono la croce erano di una natura meno materiale. Certamente, il perdono dei peccati risultò un forte incentivo: molti crociati avevano trascorso la propria vita immersi in una cultura di violenza e tale violenza era stata rivolta contro altri cristiani. Avendo verosimilmente compiuto atti per i quali provavano vergogna, ricevere il perdono per quel tipo di trasgressioni fu per costoro una motivazione potente.

Unirsi alla crociata faceva anche appello allo spirito di avventura. Partire verso l’ignoto in una missione divinamente comandata presentava una combinazione di sacro e di secolare che nessun membro della cavalleria con qualche ideale si sarebbe lasciato scappare. Non solo il pellegrinaggio armato gli avrebbe offerto l’opportunità di cimentarsi in atti di valore, ma tali atti sarebbero stati addirittura compiuti al servizio della Chiesa.

Il grande esercito che rispose alla chiamata di Urbano II si riunì a Costantinopoli nella primavera del 1097. Stava giusto per cominciare l’era delle crociate, un capitolo intermedio — e non iniziale — della storia del conflitto fra cristianesimo e islam.

 

Note:

(1) Thomas F. Madden, Le crociate. Una storia nuova, 1999, trad. it., Lindau, Torino 2005, pp. 6-7.

(2) Cfr. William Jefferson «Bill» Clinton, A Struggle for the Soul of 21st Century, discorso tenuto presso l’università di Georgetown (Washington D.C.) il 7-11-2001, consultabile nel sito web <http://www.salon.com/2001/11/10/speech_9/>.

(3) Cfr. Barack Hussein Obama, Remarks by the President at National Prayer Breakfast, discorso tenuto il 5-2-2015 all’Hotel Hilton di Washington D.C., consultabile nel sito web <https://www.whitehouse.gov/the-press-office/2015/02/05/remarks-president-national-prayer-breakfast>. Il National Prayer Breakfast è un convegno ecumenico di preghiera — fino al 1969 denominato Presidential Prayer Breakfast — che si tiene annualmente dal 1953 nella capitale federale degli Stati Uniti d’America alla presenza del titolare della Casa Bianca. Fra i commenti della stampa italiana al discorso di Obama, cfr. Marco Respinti, Due cose a Obama sulla (vera) storia delle Crociate, in l’Intra­pren­dente, giornale d’opinione dal Nord, Milano 11-2-2015, consultabile nel sito web <http://­www.lintraprendente.it/2015/02/­due-cose-a-obama-sulla-vera-storia-delle-crociate/>.

(4) Il Mar Mediterraneo sarebbe tornato insicuro alla fine del secolo XV. Le incursioni, perpetrate principalmente in Italia Meridionale e nelle sue isole da pirati e corsari musulmani, erano soprattutto tese ad approvvigionare il mercato orientale degli schiavi e a procurarsi del denaro tramite i riscatti. Questo fenomeno subì un forte ridimen­sio­na­mento solo nel secondo decennio del secolo XIX, con l’indebolimento degli Stati «barbareschi» di Marocco, Algeria, Tunisia e Tripoli seguito alla sconfitta militare inflitta loro dai soli Stati Uniti d’America nella prima guerra barbaresca (1801-1805) e da una coalizione fra Stati Uniti, Regno Unito d’Inghilterra e d’Irlanda e Regno Unito dei Paesi Bassi nella seconda (1815). Il commercio di schiavi europei cessò del tutto nel 1830, con la colonizzazione francese dell’Algeria. Cfr. Robert C[harles]. Davies, Christian Slaves, Muslim Masters: White Slavery in the Mediterranean, The Barbary Coast, and Italy, 1500-1800, Palgrave MacMillan, New York 2003.

(5) L’autore si riferisce all’invasione normanna del regno anglosassone d’Inghilterra che culminò con la battaglia di Hastings, combattuta il 14 ottobre 1066, e la successiva in­co­ronazione di Guglielmo I «il Conquistatore» (1028-1087).

(6) «Intraprendete dunque questo cammino in remissione dei vostri peccati, sicuri del­l’immarcescibile gloria del regno dei cieli» (Urbano II, Discorso pronunciato a Clermont il 27-11-1095, in Francesco Saverio Barbato Romano, Gianandrea de Antonellis e Corrado Gnerre, La via francigena e l’idea di crociata. Valle Caudina, tappa del pellegrinaggio, Edizioni Il Chiostro, Benevento 2009, pp. 67-70 [p. 69]). Il discorso di Cler­mont non è giunto a noi in originale. Ne sono state tramandate varie versioni. Quella citata è di Roberto il Monaco — noto anche come «Roberto di Reims» e con ogni probabilità presente al concilio —, autore di una Historia Hierosolymitana ultimata entro l’anno 1107.

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