Il referendum visto da sud

«Ecco perché da meridionale voterei “Sì” ai referendum di Lombardia e Veneto».
Francesco Cavallo 2 settimane fa
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Intervista dell’Avvocato Francesco Cavallo ad Andrea Caroppo, consigliere della Regione Puglia sui referendum in Lombardia e Veneto.

Da dove sorge la novità dell’autonomia territoriale?

Il nuovo e crescente interesse per autonomie e regionalismo non è una novità per i popoli europei. Per oltre un millennio l’Europa (e l’Italia stessa) è stata la federazione di tante entità territoriali politiche indipendenti, accomunate da una visione del mondo fondata sul riconoscimento delle radici cristiane e sul rispetto del diritto naturale. La stessa tradizione istituzionale italiana affonda le sue radici non nello stato-nazione ma in 8.000 comuni con storie, lingue, dialetti, tradizioni, cucine, identità da preservare e valorizzare. L’Italia non è nata nel 1861, è lì che sbagliano alcune forze politiche: l’Italia e gli italiani c’erano anche prima del tricolore e dell’inno di Mameli.

Detto questo, la questione ora non è sostituire il centralismo di Bruxelles e di Roma con un altro centralismo, quello delle Regioni, ma avviare un percorso che porta a rovesciare la piramide e ripartire da ciò che è più vicino ai cittadini, alle famiglie, alle imprese, dai municipi.

 

Federalismo e autonomia possono essere pericolose per il Sud?

Il Sud – che negli ultimi 10 anni ha perso il 10% del PIL e il 7% di occupati, i cui giovani al 40% sono “neet” e che è in piena crisi demografica – è stato distrutto dal centralismo, non dall’autonomismo. L’inferiorità del Sud – con tante eccezioni e con tante eccellenze – non è un dato di natura, esistito da sempre, è da una certa data che i suoi problemi sono cresciuti a dismisura. Il processo di unificazione è stato un processo forzato e soprattutto minoritario, nato nella testa di pochi, contro le masse popolari e violentando gli interessi del sud, incamerandone le finanze, prostrandone l’economia e provocando la tragedia dell’emigrazione. Le cose ormai sono andate così e nessuno mette in discussione l’unità nazionale.

Tuttavia la partita del Sud va giocata non contro il resto del paese, bensì utilizzando al massimo le risorse di cui disponiamo: il federalismo rappresenta un’occasione irripetibile per riqualificare le classi dirigenti meridionali, avvicinarle ai cittadini e rilanciare lo sviluppo.

Se il nostro ordinamento fosse realmente sussidiario, il Presidente della mia Regione, anziché nascondersi dietro il governo nazionale, dovrebbe dare conto ai pugliesi della mancata lotta alla Xylella, dei 220 milioni di € di mobilità sanitaria passiva (viaggi della speranza), del perché chiude ospedali, reparti e punti nascita anziché ridurre sprechi, inefficienze e clientele, dell’isolamento infrastrutturale e via discorrendo.

 

E la “distribuzione diseguale di risorse pubbliche tra Nord e Sud”?

Sono stufo del falso meridionalismo piagnone che si accontenta di denunciare torti per pretendere risorse pubbliche senza offrire efficacia, qualità e risultati. Da 50 anni, il ceto politico locale enfatizza la questione meridionale solo per legittimare la sua richiesta di soldi pubblici e per porsi poi come mediatore nella loro distribuzione clientelare. Non mi pare che il saccheggio della spesa pubblica abbia prodotto risultati all’altezza.

Va bene, abbiamo ricevuto meno negli ultimi anni, ma come lo abbiamo speso? E’ forse colpa del nord se anziché realizzare il collegamento ferroviario diretto, spendiamo ben 40milioni di € per collegare l’aeroporto e la stazione di Brindisi con un bus che porta alla stazione dell’Ospedale Perrino? E’ colpa del nord se chi ci ha governato in questi decenni non ha saputo scegliere e realizzare un porto hub del Mediterraneo perdendo investimenti, risorse e occupazione? E’ colpa del nord se non si riesce a realizzare una strada degna di questo nome che colleghi Lecce al capo di Leuca? Smettiamola…Cominciamo piuttosto a dimostrare di essere capaci di utilizzare fino in fondo le risorse disponibili.

Allora, se FS utilizza il 19% di investimenti in conto capitale per il Sud è un problema e bisogna battere i pugni; ma se invece – come ha ben spiegato il direttore generale della Banca d’Italia Salvatore Rossi – in tre asset come istruzioni, sanità e giustizia, a parità di risorse e con un numero enormemente maggiore di impiegati pubblici, il sud rende meno del nord vuol dire che c’è un problema. Il federalismo autonomico può innescare un circuito virtuoso che avvicinando le scelte al territorio costringe a maggiore responsabilità gli amministratori.

Quanto alla questione del cosiddetto residuo fiscale, che in chiave solidaristica nessuno vuole azzerare ma ridurre significativamente, è facilmente superabile attraverso gli accordi “dal basso” tra regioni, tra enti locali, come già proposto da Maroni e Zaia. Alla Puglia, ad esempio, farebbero benissimo.

 

Sono questioni che la Lega Nord sta mettendo al centro del dibattito politico: può funzionare anche per il Sud?

Mi pare che la Lega di Salvini sia tornata alle origini: valorizzazione delle identità territoriali, autonomia e sussidiarietà, nella prospettiva di un’Italia e di un’Europa dei popoli. Nessuna spinta secessionista né indipendentista, nessuna pulsione antimeridionale, anzi, la consapevolezza che la autonoma ripresa del sud trainerebbe tutta l’Italia.

Su questo, a dire la verità, ho la netta impressione che la gente del sud sia più avanti degli addetti ai lavori, media compresi, alcuni dei quali si ostinano a dipingere la proposta politica della Lega come una minaccia anziché come un’opportunità.

Ho dato vita a una rete di persone, movimenti, associazioni e amministratori, tra Puglia, Basilicata, Campania e Calabria, che si chiama Sud In Testa, all’insegna del meridionalismo consapevole che, puntando sull’automomia e sull’identità faccia in modo che il Sud diventi un altro centro abbandonando il ruolo di perenne periferia in cerca solo di risorse da distribuire. Ebbene proporre il nostro contributo di idee e di uomini al progetto di Matteo Salvini e della Lega ci è parsa la cosa più naturale, anche perché nell’attuale panorama ci pare che essi siano rimasti pressoché gli unici con un certo peso elettorale a declinare le parole chiave proprie della tradizione e del sentimento profondo degli italiani, meridionali compresi: difesa dei principi tradizionali e delle identità territoriali, sussidiarietà sicurezza, famiglia e libertà educativa, libertà d’impresa, lotta all’oppressione fiscale, merito.

E il popolo che rifiuta l’imposizione mondialista e omologante delle sinistre, come sappiamo, è vivo più che mai, anche nel mezzogiorno d’Italia; tuttavia anche lì pare privo di interlocutori e rappresentanti: proviamoci.

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 Francesco Cavallo

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