Riflessioni sul ruolo geopolitico della Turchia dopo il fallito «golpe» di luglio

Valter Maccantelli 10 mesi fa
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Valter Maccantelli, Cristianità n. 381 (2016)

 

Introduzione

Sono trascorsi pochi mesi dal tentato golpe in Turchia. Un tempo ancora breve per trasformare la cronaca in storia, neppure con i tempi frenetici che la modernità c’impone, sufficiente però per valutarne le prime conseguenze. Si tratta pur sempre di destreggiarsi fra elementi spesso contrastanti e quindi occorre rimanere prudentemente nel campo delle ipotesi.

È facile intuire che quanto accade in Turchia ha pesanti ripercussioni sulle aree circostanti, sull’intero Medio Oriente, sul bacino del Mediterraneo, sul­l’Europa e oltre. Prenderemo la Turchia come epicentro e cercheremo di analizzare quanto troviamo all’interno della sua area di influenza a partire, ovviamente, dalla Turchia stessa.

1. Turchia vs. Turchia

Il golpe del 15 luglio ha scoperchiato per molti il vaso di Pandora della politica interna turca. Tutti conoscono la Turchia e il suo presidente, Recep Tayyip Erdoğan, ma quanti, prima di luglio, avevano sentito nominare Fethullah Gülem o il suo movimento Hizmet?

Tre sono, dunque, i protagonisti della storia: Erdoğan, presidente della Repubblica di Turchia e capo del principale partito turco, il Partito per la Giusti­zia e lo Sviluppo (AKP); Gülem, figura religiosa importante, fondatore del movimento Hizmet — i «gulemisti» delle nostre cronache giornalistiche —, profondamente radicato nella società turca, prima alleato e ora acerrimo nemico di Erdoğan; e i «kemalisti», principalmente militari, eredi e custodi, almeno autopro­clamatisi tali, della «tradizione laica» dello Stato turco risalente a Mustafa Kemal Atatürk (1881-1938), padre di quella parte della Turchia sopravvissuta alla sconfitta ottomana nella Prima Guerra Mondiale (1914-1918). Altro discorso è la Questione Curda che, per ragioni contingenti e nonostante la sua conclamata importanza, rientrerà marginalmente nelle nostre riflessioni.

1.1 Erdoğan

È senza dubbio il vincitore dello scontro, al punto che qualcuno ha ipotizzato un auto-golpe, quella che ai tempi del KGB sovietico — i servizi segreti — si sarebbe chiamata una maskirovka, cioè un camuffamento. Messa in questi termini la teoria mi sembra improbabile: neppure il più audace dei leader politici, almeno di quelli vivi, correrebbe un rischio del genere. Il classico «al mio segnale scatenate l’inferno, ma fermatevi quando ve lo dico io» è un giochetto che non funziona più neppure al cinema; il fuoco, una volta appiccato, prende vita propria e spesso divora anche il piromane. Molto più credibile, ma non risolutiva, appare l’ipotesi che i servizi segreti abbiano avuto una percezione abbastanza chiara dei preparativi del putsch ed Erdoğan abbia lasciato ai golpisti il guinzaglio lungo per poi tendere loro l’imboscata fatale.

La reazione istantanea e mirata contro una opposizione identificata e censita con estrema precisione, da alcuni addotta come prova per la teoria dell’au­to-golpe, è frutto di una storia diversa. Erdoğan e i suoi fedelissimi sventano «colpi di Stato» da più di dieci anni. Prima, dal 2003 al 2009 in collaborazione con Gülem, neutralizzando i numerosi tentativi dei kemalisti di mantenere le redini dello Stato laico contro la sua politica di re-islamizzazione della società e dei suoi apparati; dopo, dal 2010, anno della rottura con Gülem, difendendosi dai tentativi, veri o presunti, degli stessi apparati statali infiltrati dal suo vecchio alleato di rimuoverlo dal potere per via giudiziaria o mediatica. Tutti ambienti e personaggi che Erdoğan conosceva già benissimo perché da lui inseriti, sostenuti e usati in chiave anti-kemalista. Le liste di oppositori erano quindi pronte ben prima che il golpe di luglio fosse concepito. Sembra invece probabile che i golpisti siano stati costretti a passare all’azione prima del previsto proprio per la voce di un’immi­nente, ore non giorni, azione dell’apparato erdoganiano tesa a sradicare una volta per tutte l’opposizione interna, a partire ovviamente dalla parte ostile degli stessi vertici militari. Solo così si spiegano una serie d’ingenuità operative nel­l’esecuzione del putsch altrimenti difficili da spiegare per una forza militare di ottimo livello e con una lunga tradizione di colpi di stato alle spalle.

Erdoğan ha vinto ma lascia comunque sul campo qualcosa su tre fronti principali: l’immagine, la forza militare, la prospettiva economica.

a) L’immagine, ma qualcuno potrebbe dire più malevolmente la maschera. A partire dalla sua prima vittoria, nel 2003, alcuni osservatori hanno guardato a Erdoğan e al suo partito come a un possibile interlocutore, islamista ma non necessariamente radicale, in grado di rappresentare autorevolmente, anche dal punto di vista del consenso elettorale, una società islamica nel dialogo con l’Europa e con l’Occidente. Non era una cattiva idea e, a quel tempo, neppure infondata. Il principale problema del dialogo con l’islam politico è sempre stato la mancanza d’interlocutori autorevoli. I personaggi con i quali periodicamente pensiamo di poter instaurare un rapporto di collaborazione perché vestono in giacca e cravatta e adorano lo stile di vita occidentale difettano di rappresentatività: di solito, quando si azzardano a lasciare le loro residenze europee per mettere piede nei territori dei loro presunti sostenitori rischiano il linciaggio. Erdoğan non era così: era certamente rappresentante di una società islamica, oltretutto sunnita, godeva del consenso della netta maggioranza del suo popolo e rispettava il «galateo politico». Un politologo italiano avrebbe potuto paragonarlo a un nostro democristiano del 1948. Un’evoluzione possibile ma che di fatto non si è verificata: la versione isla­mica della Democrazia Cristiana sembra destinata o a una dubbia rilevanza, come nel caso del partito politico egiziano Al Wasat, nato da una scissione «democratica» dei Fratelli Musulmani, o ad una deriva autoritaria, come nel caso di Erdoğan e dell’AKP. Potremmo notare che l’islam «democratico» non sembra disposto a realizzare la profezia dell’i­deo­lo­go comunista Antonio Gramsci (1891-1937) sul cattolicesimo democratico italiano: «amalgama ordina, vivifica e si suicida» (1). Golpe e contro-golpe sancisco­no in maniera definitiva la fine di questa ipotesi.

Erdoğan sembra dare scarsa importanza a questo cambio di percezione ma nel tempo la mancanza di questa opzione politica potrebbe rivelarsi un fattore di logoramento importante.

b) Le forze armate. La Turchia ha sempre avuto un apparato militare di prima grandezza, il secondo esercito dell’Alleanza Atlantica (NATO), posizionato «con vista» sia sul bacino mediterraneo che sul Golfo Persico e con un notevole accesso alle migliori tecnologie occidentali. Una forza di questo tipo ha valore se è spendibile e in questo momento non lo è. Per sterilizzare il golpe Erdoğan si è visto costretto a commissariare di fatto le proprie forze armate, accelerando a dismisura quel processo di sostituzione dei vertici in corso da tempo. In tal modo le ha rese non im­piegabili, a breve, per operazioni internazionali su vasta scala, perdendo la pos­sibilità di essere chiamato a intervenire in Siria come a lungo ha sperato. Questo non vuol dire che la forza militare turca non sia uno dei fattori in campo, come dimostra l’operazione Scudo dell’Eufrate.

c) L’economia, fra boom e recessione, è la terza ferita. È un problema non recente, che l’instabilità interna rischia di peggiorare. Nei primi anni 2000, all’i­nizio del cammino politico pubblico di Erdoğan, la Turchia ha vissuto un periodo di boom economico che faceva gridare al miracolo delle cosiddette «Tigri Anatoliche», con percentuali di crescita vicine alla doppia cifra. Nella retorica dell’AKP ciò rappresentava la prova del ruolo messianico che il «capo» andava assumendo. Negli ultimi anni la crescita ha rallentato molto, attestandosi su di un fisiologico 2-4 per cento. La gestione autarchica del dopo-golpe rischia di diminuire ancora queste percentuali, inibendo investimenti e commercio. Ciò avrà dei riflessi sociali e politici sulla popolarità di Erdoğan. Se la crescita economica, che aveva fatto intravedere alle classi medio-basse turche prospettive di benessere impensabili fino agli anni 1990, è stata per lui un potente fattore di consenso, la frustrazione dovuta al mancato raggiungimento di tale benessere rischia seriamente di tramutarsi in un elemento di alienazione del consenso. Cominciano ad avvertirsi i primi scricchiolii: settori importanti della società economica turca, non necessariamente legati all’opposizione, manifestano una velata insofferenza per l’ampio sistema corruttivo-clientelare legato alla famiglia Erdoğan e al suo cerchio magico.

Tre ferite non ancora mortali ma comunque profonde alle quali anche un «uomo forte» deve porre mano rapidamente se vuole sopravvivere a lungo al potere. Le ultime elezioni politiche sono state vinte di stretta misura e con qualche «aiuto» da parte dell’apparato di polizia contro gli oppositori: Erdoğan per sopravvivere deve rilanciare un ciclo se non virtuoso almeno normale.

1.2 Gülem e i gulemisti

Se Erdoğan è il sicuro vincitore, Gülem e il suo movimento Hizmet posso­no essere altrettanto certamente indicati come gli sconfitti: hanno probabilmente avuto poco a che fare con il golpe ma ne pagano le conseguenze più dure. Sem­bra improbabile che vi sia Gülem dietro l’organizza­zione attiva dell’attacco: la strategia del suo movimento, basata sulla conquista dal basso, cioè sulla penetrazione discreta e costante dei gangli dello Stato, male si adatta all’immagine di carri armati che scorrazzano per le vie della città sparando contro le sedi televisive. È pur vero che la lunga serie di epurazioni subite dai membri del suo movimento in Turchia negli ultimi anni ha messo nell’ango­lo i suoi seguaci in settori-chiave, ma risulta difficile immaginare che, abbandonando la sua proverbiale prudenza, egli abbia messo in mano al suo avversario più implacabile un argomento così forte per cancellare, o quasi, la presenza del movimento in Turchia. È molto più probabile che ambienti militari gulemisti abbiano visto crescere i preparativi del golpe e, forse un po’ ingenuamente, li abbiano coperti con discrezione e simpatia; un atteggiamento che ricalca da vicino quello degli Stati Uniti d’America (USA). Gülem ha finito per diventare il principale capro espiatorio del fallito golpe e la situazione per lui rischia anche di peggiorare se, come sembra, Erdoğan vorrà mettere la sua testa sul tavolo delle future relazioni USA-Turchia. Hizmet, un movimento che da noi viene definito — secondo me impro­priamente — di tipo massonico, prenderà le proprie contromisure entrando in una fase di nascondimento che ne renderà più difficile l’individuazione da parte dell’ap­parato di polizia: anche questa non è buona notizia per Erdoğan e lo scontro sembra non essersi concluso.

1.3 I kemalisti

Ossia, i secondi e, a questo punto, definitivi sconfitti della battaglia del 15 luglio. Pagano lo scotto di un’operazione d’ingegneria socio-po­li­ti­ca del tutto artificiosa che ha dominato la Turchia nell’ultimo secolo. Non è un caso che la retorica liberale occidentale parli sempre di «Stato» turco e mai di «società»: lo Stato sarà anche «laico» ma la società certamente non lo è, e ben difficilmente lo diventerà stante la radicale incompatibilità fra la visione islamica della vita pubblica e il concetto tutto europeo di laicità dello Stato. È stato l’Occidente moderno e senza radici a imporre alla storia il mito della Turchia laica, erigendone Atatürk a padre fondatore e i militari kemalisti a testimoni e difensori perenni. Del resto se da un lato si può «capire» l’autoritarismo militare di Atatürk nell’imporre alla Turchia una svolta laicistica di fronte alle resistenze dell’or­di­ne tradizionale, dall’altro lato non si riesce a giustificare razionalmente la necessità di un «richiamo» a cadenza quasi decennale di queste magnifiche sorti e progressive mediante un nuovo colpo di Stato. All’ombra della buona causa della difesa della laicità l’Occidente ha legittimato e giustificato in Turchia putsch di ogni tipo, con tanto di pubbliche esecuzioni capitali, cosa che, per contro e al momento, Erdoğan non ha ancora posto in essere. Erdoğan con la sua prospettiva dichiaratamente islamistica ha saputo cavalcare la società turca portandola lentamente ma inesorabilmente alla conquista dello Stato. Il golpe di luglio nasce probabilmente da questa visione falsata che ha conquistato l’immaginazione di un gruppo di «giovani ufficiali» al punto da convincerli a passare al­l’azione. A­zione avventata e disorganizzata, alimentata dalla fatale ed errata convinzione che non si può perdere quando si sta «dalla parte giusta della storia». La conferma viene anche dai commenti entusiastici degli ultra-liberali nostrani che subito, e contro ogni evidenza, hanno inneggiato all’intervento dei militari come al generoso impegno di liberatori del popolo turco da sé stesso. Quando il popolo non vota come ci si aspetterebbe è perché chiaramente non capisce o è ingannato e allora per rieducarlo vanno bene anche i carri armati. Ciò che possiamo constatare è che in Turchia non è finita bene, per nessuno.

2. Turchia vs. Russia

Nelle ore convulse del golpe e dopo-golpe il meglio della diplomazia europea era alla periferia di Ulan Bator, in Mongolia, a discutere di connettività multidimensionale e il Dipartimento di Stato statunitense farfugliava dichiarazioni contrastanti. Due «telefonate», di quelle che forse non ti aspetti, sono invece arrivate a Erdoğan, e devono avergli fatto piacere. La prima da Teheran, nemico giurato in Siria e altrove, con una dichiarazione di sostegno dai toni quasi imbarazzanti; la seconda da Vladimir Putin, presidente della Federazione Russa, anche lui avversario in Siria e competitor nel Caucaso: «serve una mano? Parliamone». E lo «Zar» e il «Sultano» ne hanno parlato a San Pietroburgo il 6 agosto, in un vertice bilaterale che definirei al momento lo sviluppo geopolitico più importante del dopo-golpe. Per cercare di comprendere l’importanza di questo vertice occorre esaminare una serie piuttosto ampia di antefatti che ci permettano di formulare almeno delle ipotesi. I rapporti fra la Federazione Russa (Russia) e Turchia sono da sempre complessi e articolati e spaziano dalla storia all’economia, dalla politica alla strategia militare. Basti pensare che nel corso degli ultimi cinque secoli i due Stati hanno combattuto circa una ventina di guerre, fino alla Guerra Fredda (1946-1991), durante la quale la Turchia ha rappresentato il fronte più avanzato della NATO a ridosso dell’U­nio­ne Sovietica: il confine orientale turco con Georgia e Armenia è stato fino alla fine degli anni 1980 uno dei due punti di contatto terrestre diretto fra un Paese appartenente alla NATO e il territorio dell’Unione Sovietica (URSS), mentre l’altro punto erano poche decine di chilometri di lande ghiacciate nell’estremo nord della Norvegia. Incirlik, nel cuore della Turchia è stata negli anni 1960 la vera base di armamento per i voli degli U2, gli aerei statunitensi impiegati per lo spionaggio elettronico ad alta quota. Ancora oggi questa base, a cui Erdoğan ha significativamente staccato la corrente nelle ore del golpe e ne ha fatto arrestare il comandante turco, è una delle poche al di fuori degli Stati Uniti a ospitare un deposito di testate nucleari americane. Due nazioni-imperi con una lunga tradizione di attrito. Acquista quindi un significato ancora maggiore il fatto che una delle prime manifestazioni d’interesse sia giunto dalla nazione leader del «campo opposto», comunque oggi lo si voglia intendere.

A volte le agende dei vertici bilaterali dicono molto circa i contenuti dei collo­qui stessi: a San Pietroburgo il 6 agosto i due leader hanno diviso i loro incontri, e quelli delle delegazioni nei giorni successivi, in due sessioni nettamente distinte, la prima dedicata a temi di collaborazione politica, economica, com­merciale e la seconda specificatamente riservata alla spinosa questione siriana, principale argomento di dissidio strategico-militare. Questa separazione, anche formale, tra il piano dei colloqui politico-economici e quello delle questioni militari è da sempre una caratteristica delle relazioni russo-turche. È anche facile immaginare gli argomenti della prima sessione:

— la colossale partnership energetica che lega i due Paesi: la Turchia soddisfa il 60 per cento del proprio fabbisogno energetico con il gas russo ed è per Mosca il secondo cliente mondiale d’idrocarburi. E non da oggi: gli accordi sul gas risalgono al 1984. Dal 2010, con alterne vicende, la società russa Rosatom gestisce il progetto della prima centrale nucleare turca, ad Akkuyu, nella Turchia meridionale;

— l’interscambio commerciale non energetico che oggi non vale molto (circa il 4 per cento dell’export turco) ma che potrebbe crescere d’importanza e valore.

— la comune insoddisfazione per il posizionamento internazionale delle rispettive nazioni, oggetto di ostracismi ed esclusioni che relegano, almeno nella mente dei due leader, questi due imperi in un ruolo marginale rispetto a quello di potenze globali e/o regionali a cui aspirano. Questa frustrazione, costantemente alimentata dagli USA di Barack Hussein Obama e accettata dall’Unione Europea (UE), può spingere Putin ed Erdoğan a superare le questioni tattiche e a dar luogo a un «club degli esclusi» con serie e concrete possibilità di rivalsa. Qualcuno si è spinto anche a immaginare una richiesta di Erdoğan a Putin di favorire l’in­gres­so della Turchia nel cosiddetto Gruppo di Shangai, di cui la Russia è socio fondatore insieme a Cina, Kazakistan, Kirghizistan e Tagikistan. Una sorta di alternativa asiatica all’asse politico economico euro-atlantico. Fantapolitica? Forse, ma non trascurerei l’ipotesi che il caos che domina le strategie dal versante Ovest possa spingere Paesi a vocazione euro-asiatica come Russia e Tur­chia verso l’Asia piuttosto che verso l’Europa. Non si può non notare come una simile cesura fra la penisola europea e la terraferma asiatica favorirebbe molto gli USA, in termini di influenza, e danneggerebbe molto l’Europa.

Il golpe e i suoi postumi hanno rappresentato per entrambi i leader una vera manna dal cielo. Le intense relazioni di cui abbiamo appena parlato avevano raggiunto il loro minimo storico con l’abbattimento del cacciabombardiere SU24 russo da parte di due caccia F16 turchi per una presunta violazione dello spazio aereo il 24 novembre 2015. La mano tesa di Putin a Erdoğan, fuori dal coro unanime di esecrazione per la repressione sfociata nel summit del 6 agosto, salva la faccia di tutti. I piloti responsabili dell’abbattimento sono stati arrestati in quanto «golpisti» e l’e­mer­genza istituzionale permette a entrambi di giustificare l’inversione di rotta nelle relazioni reciproche. Il futuro riserverà certamente a questa nuova prospettiva momenti alti e bassi, forse anche rovesciamenti di fronte, ma al momento sia il Sultano che lo Zar stanno raccogliendo il massimo. Putin, e il suo abilissimo ministro degli esteri, Sergej Viktorovič Lavrov, mettono un piede importante nella politica medio-orientale, come non accadeva dai migliori tempi dell’URSS, preservano, e anzi intensificano, le relazioni con un cliente di peso e contrastano in modo incisivo l’influenza del fronte euro-a­tlantico in uno degli scacchieri geopolitici più importante del pianeta. Erdoğan dimostra al mondo la sua capacità, o almeno possibilità, di reazione a un’even­tuale strategia d’isolamento da parte occidentale e acquisisce un’importante arma di trattativa per i benefici che intende ottenere dall’Europa nella partita migratoria e nella sua lotta contro i curdi, come ha già fatto ottenendo l’appoggio americano all’operazione a Jarabulus, in Siria, il 28 agosto. Un modo davvero brillante per uscire dall’angolo in cui s’intendeva relegarlo.

3. Turchia vs. Siria

La crisi siriana soffre di una notevole sottovalutazione da parte delle opinioni pubbliche europee: se noi continuiamo a considerare, dal punto di vista analitico, la Siria soltanto una fabbrica di profughi e di vittime, focalizziamo la nostra attenzione sugli effetti e non sulle cause e quindi allontaniamo la soluzione di quei drammi anziché avvicinarla.

Siamo abituati a considerare il petrolio come l’unico fattore scatenante dei conflitti in Medio Oriente e quindi tendiamo a non comprendere a fondo il valore politico, storico e religioso del conflitto in Siria. Qui non si combatte per il petrolio o per il gas, per la buona ragione che praticamente non ve ne sono; si combatte un conflitto, o meglio una serie di conflitti paralleli, nei quali, direttamente o per procura, sono presenti tutti gli Stati dell’area mediorientale e numerose potenze internazionali e il cui esito, se mai ve ne sarà uno, è in grado di cambiare significativamente la mappa geopolitica della regione e non solo. Nelle guerre siriane alla debolezza del movente economico classico fa da contraltare l’enorme importanza della posizione geografica, dei significati storici e della particolarità sociale e religiosa. Quello siriano più che un teatro di guerra sembra un’idrovora che continua a ingoiare strategie di politica internazionale e piani di guerra o di pace di tutte le potenze mondiali e, dopo averli massacrati, ne risputa in giro frammenti macchiati di sangue.

La situazione nasce, a mio parere, da due errori: uno storico e l’altro tragicamente attuale.

Quello storico risale allo scoppio della guerra civile nel 2011. Vedendo ciò che si desiderava vedere piuttosto che quello che stava accadendo, molti hanno interpretato le «primavere arabe» come una specie di Sessantotto islamico in cui masse di giovani «moderni» rovesciavano le corrotte dittature dei loro Paesi per iniziare un nuovo corso. Il rapido crollo dei fragili sistemi autocratici in Tunisia, in Egitto e di lì a poco in Libia lasciava poche speranze al regime siriano. Allo scoppio dei moti di piazza a Damasco e in altre città siriane nella primavera del 2011 il copione sembrava già scritto: rivolta studentesca e popolare, fuga o linciaggio dell’odiato dittatore e poi festa di popolo con fiori nei cannoni. Non è andata così da nessuna parte e men che meno in Siria.

Il presidente Bashar al-Assad ha resistito quel tanto che è bastato a im­pedire il crollo istantaneo del suo regime e a trasformare le sommosse prima in guerra civile e poi in guerra di posizione. Ciò perché il suo regime è frutto di un processo pluridecennale di egemonizzazione degli apparati, in primis di un esercito ben attrezzato grazie a una solida alleanza con l’URSS, e di un insieme di minoranze clanico-religiose che il padre, Hafiz al-Assad (1930-2000), aveva abilmente composto. Da questo punto in avanti lo scontro siriano è diventato un magnete d’interessi esterni che le milizie sul campo hanno combattuto per procura in cambio di soldi e di armi. La Russia si è da subito schierata con il regime di Assad per l’evidente interesse a mantenere il suo vecchio alleato, l’u­nico rimasto a garantirle lo sbocco sul bacino mediterraneo con le basi lungo la costa. Le petro-monarchie del Golfo Persico, affiancate dagli USA e dal fronte euroatlan­ti­co, hanno appoggiato la «resistenza anti-regime» per estendere a nord la continuità territoriale sunnita contro gli odiatissimi pluri-scismatici musulmani alauiti, cardine del regime siriano. Tutti hanno armato e finanziato tutti senza chiedersi che fine facevano armi e soldi: l’importante era che chi sparava sul campo lo facesse, o dicesse di farlo, contro il regime e nell’interesse futuro del proprio sponsor.

Fra queste milizie per procura si è fatto notare subito un fronte ultra-fon­damentalista facente capo a una milizia-network chiamata Jabhat al-Nusra (Fron­te del Soccorso al Popolo di Siria) — di recente rinominatasi Jabhat Fatah al-Sham (Fronte della Conquista del Levante) —, al tempo egemonizzata da al-Qaeda. All’interno di questo fronte, anch’esso sostenuto dalle monarchie del Golfo e, quindi, dagli USA e dall’UE, chi meglio di tutti ha saputo tesaurizzare il sostegno acritico a proprio vantaggio, senza troppo impegnarsi nella lotta al regime, è stato un personaggio fino ad allora rimasto nell’ombra e improvvisamente balzato alle cronache con il nome di Abu Bakr al-Baghdadi. Dopo aver trascorso gli anni 2011-2013 a rafforzarsi all’interno di Jabhat al-Nusra, al-Ba­ghdadi decide nel 2014 di «brandizzare» la sua fazione e di capitalizzare tre asset principali: una porzione di territorio controllato al confine fra Siria, Iraq e Turchia; un esercito piccolo ma discretamente armato e addestrato e un apparato di propaganda molto efficiente e moderno, decisamente orientato al mondo social. Nasce così lo Stato Islamico — IS, ISIS, Daesh, acronimo di ad-Dawla al-Islā­mi­yya fī al-ʿIrāqi wa sh-Shām (Stato Islamico dell’Iraq e della Siria) o comunque lo si voglia chia­mare —, di cui si proclama califfo, cioè capo supremo. Nasce certamente grazie al sostegno anche americano e occidentale attraverso la mediazione di ambienti sauditi, nonché sostenuto anche da «noi» esattamente come si può dire che al-Qaeda in Afghanistan si è sviluppata grazie al ruolo svolto nella resistenza antisovietica, finanziata dal­l’Occidente tramite la intermediazione pakistana, ma non necessariamente in ragione di un complotto consapevole, come da più parti si viene affermando in questi tempi, complice il clima avvelenato delle prossime elezioni presidenziali USA.

Da subito Russia e Turchia si sono trovate schierate sui fronti opposti del cam­po di battaglia siriano. Le ragioni per cui Mosca sostiene al-Assad sono evidenti: Damasco è un alleato storico e va difeso anche per dimostrare al mondo che la Russia non abbandona i pochi amici rimasti; l’intervento diretto in Siria è una ghiotta occasione per dimostrare agli americani e al mondo che anche la Russia è un potenza globale che si permette d’intervenire dove e quando ritiene opportuno, pure al di là dei propri interessi immediati; le basi aree e navali di Latakia, Gabla, Banyas e Tartus rappresentano l’unica breccia nell’accerchiamento di cui soffre la Russia verso i «mari caldi»; il timore di una diaspora migratorio-terro­ristica dal «Siraq» verso la Russia tramite il vicino e instabile Caucaso.

Più celate e fungibili sono le ragioni di Ankara. Solo l’adiacenza territoriale è un fattore palese, le altre sono assai più variabili. Molto è stato scritto, spesso a mezze parole, sul sostegno fornito dal regime di Erdoğan a Daesh. L’ap­poggio certamente vi è stato: a confermarlo basterebbero le dichiarazioni del­l’allora primo ministro Ahmet Davutoğlu all’indomani dell’attentato ad Ankara del 10 ottobre 2015, rivendicato dall’autoproclamato califfato, secondo le quali «Daesh è ingrato, traditore e abietto». Le ragioni di questo appoggio però non vanno, secondo me, ricercate nell’islamismo ideologico di Erdoğan, che pure esiste ma che si esprime con una grammatica molto diversa da quella di al-Baghdadi. La spiegazione più convincente sembra essere riconducibile a motivazioni di natura geopolitica e strumentale: Erdoğan spera(va) da un lato di rimuovere un regime ostile ai propri confini e dall’altro di far crescere il livello di caos al punto da essere chiamato dalla NATO a intervenire militarmente e quindi annettersi di fatto la Siria settentrionale, abitata da popolazioni turcomanne e tradizionalmente parte del­l’Impero Ottomano. In aggiunta, un tale intervento permetterebbe di liquidare la presenza curda ai confini meridionali, evitando l’accerchiamento.

In realtà la Turchia aveva già mosso, prima dell’operazione militare Scudo dell’Eufrate a Jarabulus il 28 agosto 2016, il proprio esercito all’interno del territorio siriano con una vera e propria micro-invasione temporanea. La notte fra il 21 e il 22 febbraio un piccolo contingente militare turco era penetrato per 35 chilometri in territorio siriano vicino ad Aleppo per reimpossessarsi della tomba di Suleyman (1178 ca.-1236 ca.), nonno di Osman I (1258 ca.-1326), considerato fondatore dell’Impero Ottomano. Un gesto di natura simbolica, pur impegnando più di cento mezzi blindati, che la dice lunga sulle mire imperiali di ri-espansione del Sultano di Ankara. U­nendo poi l’utile al dilettevole esiste più di un indizio che negli ultimi due anni una parte molto importante dell’export illegale dello Stato Islamico — principalmente greggio ed opere d’arte fintamente distrutte —, sia transitato per la Turchia grazie alla lucrosa e compiacente intermediazione di società commerciali e di trasporto legate alla famiglia Erdoğan o a suoi stretti collaboratori. L’episodio dei bombardieri russi che prima filmano e poi distruggono migliaia di cisterne e di camion ferme al confine Turchia-IS potrebbe essere stato un warning inviato da Putin a Erdoğan: uno di quei colpi bassi che da sempre zar e sultani amano scambiarsi prima di cominciare a discutere sul serio.

Tre elementi sembrano fondamentali per azzardare — e sia chiaro che di azzardo si tratta — qualche ipotesi sul futuro del coinvolgimento russo-turco in Siria: 1) la Russia ha un interesse assoluto a esservi presente, specie sulla fascia costiera, ed è intenzionata a restarvici; 2) l’appoggio espresso dalla Turchia nei confronti di Daesh ha natura assolutamente strumentale rispetto all’afferma­zione del proprio ruolo di potenza regionale; 3) entrambi i leader in questi ultimi mesi si sono trovati, per ragioni diverse, nell’impossibilità di realizzare i propri piani: Mosca perché comincia a faticare nel trovare risorse per sostenere il sempre più debole alleato, anche in considerazione delle pressioni del fronte euro-atlantico nel teatro Ucraina-Bielorussia-Polonia-Repubbliche Baltiche; Anka­ra perché, dopo il fallito golpe, ha definitivamente concluso che non viene più considerata un partner affidabile dalla NATO. Come già sottolineato, la debolezza strutturale delle sue forze armate in questo momento rende pressoché inefficace la risorsa più importante che Ankara aveva da offrire: le famose truppe con i piedi sul terreno che nessuno vuole mettere ma che tutti cercano disperatamente. Nessun governo NATO e neanche quelli estranei all’Allean­za, tranne quello turco (e quello russo), sopravvivrebbe al primo aereo pieno di bare di propri soldati di ritorno dalla Siria.

Acquista quindi una rilevanza davvero potenzialmente storica quella sessione separata sulla Siria dell’incontro bilaterale del 6 agosto. Lo Zar e il Sultano saranno forse un po’ megalomani ma sono negoziatori scaltri, fra di loro e verso terzi, informati, più di molti leader occidentali, e soprattutto molto sicuri dei propri scopi. Due personaggi del genere non possono non aver considerato che un asse Mosca-Ankara, magari aperto verso Teheran, pur essendo la somma di due momentanee debolezze, sarebbe una delle poche cose in grado di smuovere radicalmente l’incancrenito teatro siriano. Potrebbero essere cattive notizie per l’autopro­clamato califfo da un lato, la cui utilità strumentale si trasformerebbe rapidamente in ostacolo da rimuovere, e per le strategie (se esistono) euro-atlantiche dall’altro. Il 20 agosto vi è stato un attentato a una festa di nozze a Gaziantep, vicino al confine siriano: pronta l’attribuzione a Daesh (peraltro probabilissima) da parte dei parlamentari dell’AKP e la sottolineatura di Erdoğan circa l’intenzione d’intervenire con qualunque mezzo; una buona occasione colta al volo per separare ulteriormente la posizione turca in vista di azioni forti contro lo Stato Islamico.

Permangono naturalmente molti e potenzialmente letali ostacoli: le alleanze fra «uomini forti» sono sempre a rischio di collasso repentino per ragioni anche banali; la Russia sta giocando nell’area una partita difficile volta a tenere insieme Turchia, Iran e Arabia Saudita, con la quale cerca un modus vivendi per non scontrarsi nella battaglia asimmetrica sul ribasso del prezzo del greggio; la Turchia continua ad avere molti problemi interni che configurano un rischio, non enorme ma comunque reale, d’implosione. Però qualcosa si muove e l’im­pres­sio­ne è che per la prima volta da cinque anni i giochi non siano a somma zero.

4. Turchia vs. USA 

L’area geopolitica sulla quale il golpe di luglio ha avuto gli effetti probabilmente peggiori è stata quella delle relazioni USA-Turchia; talmente disastrosi da far immaginare che siano stati se non pianificati da qualcuno almeno desiderati. Le cronache e le analisi si sono soffermate molto sulle ore di ritardo nel sostegno formale del Dipartimento di Stato al governo alleato della Turchia. È un fatto significativo, specialmente nel villaggio globale dell’informazione in cui le ore contano per giorni, e lascerebbe intendere che gli americani, pur non avendo parte attiva nel putsch, hanno voluto aspettare per vedere come andava a finire. Probabilmente non è questo il punto che ha irritato Erdoğan: in politica internazionale e con quel tipo di interessi in gioco un po’ di attendismo peloso ci sta. Ciò che invece può essere interpretato come un vero e proprio sgambetto volto a favorire il golpe è stata la notizia, quasi certamente falsa, che nella tarda serata i media hanno diffuso come «di fonte militare USA», circa la presunta fuga di Erdoğan dalla Turchia. Un tentativo di disinformatia palesemente volto a indurre nei suoi seguaci l’idea della fuga ignominiosa del capo al primo fischiare di pallottole, sventato da Erdoğan con un intervento televisivo a mezzo FaceTime.

Ciò, ben più dell’indecisione delle prime ore, deve aver fatto capire a Erdoğan che una parte dell’establishment a stelle e strisce non lo ama. Le purghe post-golpe hanno finito con il toccare più di un amico degli americani, fra i pochi rimasti, nelle file dei generali delle forze armate turche. Ovviamente un politico avveduto sa bene che non può scontrarsi frontalmente con gli USA e quindi Erdoğan manda segnali: la rimozione di personaggi di spicco, la doccia scozzese sull’utilizzo delle basi militari a doppia chiave, l’abboccamento strategico con la Russia, la richiesta, imbarazzante per gli USA, di estradizione di Fethullah Gülem. Tutte potenziali monete di scambio che, se non incassate dagli americani, potranno essere spese altrove. L’avallo turco all’attivismo russo in Siria, al mo­mento molto ben mascherato, rafforzerebbe anche, come detto sopra, il ruolo di Mosca come «l’altro sceriffo del mondo», un ruolo che gli americani hanno esercitato in splendida solitudine negli ultimi venti anni e che potrebbe aver trovato un pericoloso competitor.

Una parte di questo Grande Gioco a tre dipende, ovviamente, dall’esito del­le elezioni presidenziali statunitensi di novembre: in caso di vittoria del candidato repubblicano Donald Trump, paradossalmente, i toni si smorzerebbero di fronte all’isolazionismo del candidato repubblicano; non dico spegnersi perché, se dovesse essere eletto, anche Trump dovrà ben presto prendere atto che una parte significativa del benessere americano deriva dalla proiezione globale del­l’american way of life. Nel caso, al momento più probabile, di vittoria di Hillary Rodham Clinton esisterebbe un rischio assai più concreto di un acuirsi dello scontro. La candidata democratica sembra voler proseguire, anzi di più, sulla strada dell’o­stracismo globale verso la Russia e i suoi alleati, reali o potenziali, puntando tutte le sue carte in Medio Oriente su uno stato di caos controllato per mezzo degli alleati del Golfo. Una strategia davvero rischiosa vista la non grande simpatia di cui gli USA godono fra le popolazioni arabe e la scarsa disponibilità di potenze globali, come Russia e Cina, o regionali, come Turchia e Iran, a cederle galantemente il passo.

5. Turchia vs. UE e «noi»

Negli organigrammi aziendali quando non si sa cosa dire o come dirlo, op­pure non si vuole scontentare nessuno e non lo si vuole ammettere, si usa il comodo acronimo «TBD» (To Be Defined, o Discussed). TBD dovrebbe essere stampato sulla bandiera UE e anche sulla fascia bianca del tricolore italiano. La cosa è perfino comprensibile: è la prova definitiva che la configurazione attuale della UE non è fisiologicamente in grado di andare oltre l’unione monetaria. Nell’Eu­ro­pa, frazionata nei nazionalismi, sigillata in questa compartimentazione dalle due Guerre Mondiali, decolorata da ogni residuo di valore unificante etico-cul­turale, è perfettamente normale che, specialmente su temi con pesanti risvolti politici interni, ciascuno vada per sé, in ordine caotico più che sparso. Il destino è segnato: l’irrilevanza globale. Plastica la rappresentazione andata in scena nella notte fra il 15 e il 16 luglio. Mentre un Paese aderente alla NATO, considerato la marca di confine del lato sud-orientale più importante, per il cui ingresso in Europa si sono spesi finora quindici anni di trattative e fiumi di parole e d’in­chiostro, conflagrava in uno scontro interno dalle conseguenze potenzialmente devastanti, i responsabili degli Esteri di quasi tutti i Paesi UE partecipavano ignari all’Asia-Europe Meeting (ASEM) di Ulan Bator, in Mongolia, su 20 anni di ASEM: partenariato per il futuro attraverso la connettività.

Nel pieno della notte viene emesso un brevissimo comunicato: «La Turchia è un partner fondamentale dell’Unione europea. L’UE sostiene pienamente il governo democraticamente eletto, le istituzioni del paese e lo stato di diritto. Chiediamo che sia ripristinato in tempi brevi l’ordine costituzionale in Turchia. Continuiamo a seguire attentamente gli sviluppi e a coordinarci con i 28 Stati membri dell’UE». Poi il nulla, fino al giorno dopo, quando inizia una raffica di dichiarazioni volte a sollecitare il rispetto dei diritti umani e ad esecrare il paventato utilizzo della pena di morte per gli artefici del golpe; preoccupazione legittima e doverosa ma che davvero non può essere l’asse portante delle relazioni euro-turche del dopo-golpe.

Le questioni sul tavolo comune sarebbero molte ma è stato Erdoğan a ricordare le due principali, la migratoria e la energetica. Entrambe riguardano l’Europa in generale e più direttamente il Sud-Europa e l’Italia in primo luogo.

Le statistiche sul punto vanno sempre prese con beneficio d’inventario, specialmente perché spesso giocano sulla differenza fra flussi e stock, ma secondo molte stime la Turchia è il secondo Paese al mondo per numero di profughi presenti sul suo territorio, quasi tre milioni. Qualora così non fosse sarebbe comunque uno dei primi e le persone in fuga sul territorio turco sarebbero una enormità. Come già aveva fatto Muʿammar Gheddafi (1942-2011) durante una visita a Roma, Erdoğan pone all’Europa un semplice domanda: «Quanti volete che ve ne mandi?». La minaccia è quella di concedere a questi profughi centinaia di miglia­ia di passaporti turchi; al momento la cosa sembra poco importante perché viene ancora richiesto un visto e quindi il pericolo è momentaneamente scongiurato, ma non è detto che continui così. La Germania si è affrettata a chiudere una pace separata e sta cercando di non arretrare rispetto a questa «linea del Piave», anche pagando in moneta sonante. La Francia, in stato di emergenza per l’of­fensiva terroristica, ha esplicitamente dichiarato tramite il ministro degl’In­ter­ni che per evidenti necessità di sicurezza chiude le frontiere. L’Au­stria, costretta ad annullare le elezioni presidenziali per brogli, cerca di arginare il montante «po­pulismo» interno irrigidendo la propria posizione. La Svizzera neppure a parlarne. I Paesi balcanici e dell’Est a uno a uno dichiarano chiuse le frontiere e qualcuno costruisce pure reticolati che non si vedevano dai tempi della Seconda Guerra Mondiale (1939-1945). All’insegna di un generalizzato «qui non c’è posto» quasi tutti si rifiutano di applicare gli accordi di ricollocamento già concordati.

Restano Spagna, Grecia e Italia. La Spagna è la più distante e comunque è più coinvolta dalle dinamiche migratorie dall’Africa Occidentale. La Grecia sof­fre ma fino ad un certo punto perché è luogo di passaggio e qualcuno è riuscito perfino a trasformare la cosa in un business. Resta l’Italia con il mare aperto a Sud e le frontiere sigillate a Nord. È molto chiaro che la UE a trazione nordica in questo momento ha il massimo interesse a lasciare le cose come stanno il più a lungo possibile anziché cercare soluzioni vere. Nei prossimi dodici mesi sono previste le nuove elezioni presidenziali in Austria, le elezioni presidenziali e quelle politiche in Francia e nel settembre 2017 le elezioni politiche in Germania. Nell’Europa del dopo Brexit il rischio di un effetto slavina è più che concreto e l’Italia, di fronte a questi interessi colossali all’immobilismo, rischia di fare la fine del classico vaso di coccio tra vasi di ferro, magari arrugginiti ma pur sempre di ferro. Due sole sembrano essere le soluzioni: mettere la faccia di bronzo e concludere accordi separati di fronte alla minaccia turca o fare il viso feroce e bloccare in ogni modo il funzionamento della macchina burocratica europea fino a quando questa non si deciderà a trovare una soluzione condivisa, anche da noi.

La seconda grande questione, passata quasi inosservata nel clima vacan­ziero, è quella energetica. La posta oggi non è tanto il greggio quanto il gas che, anche se con consumi in lieve calo, è considerato più «ecologico» e quindi di gran moda; questa partita si gioca, per l’Italia, fra Russia, Libia e Algeria. Sarebbero disponibili anche altre fonti più lontane ma il trasporto richiederebbe la costruzione sul territorio nazionale di impianti di rigassificazione, cosa apparentemente difficile. In Libia la situazione è confusa, se non drammatica; l’Algeria è una buona fonte ma è pericoloso farvi un affidamento esclusivo; resta il gas russo, sul quale vi sono due problemi: i gasdotti principali passano quasi tutti per l’Ucraina, che lo riceve dalla Russia e lo ridistribuisce esponendo tutti ai rischi della sua insolvenza; gli hub per la distribuzione intra-europea sono quasi tutti localizzati a nord. L’Italia, dunque, riceve porzioni consistenti di gas tramite un doppio passaggio, e quindi corre un doppio rischio politico ed economico. Da decenni si discute di un corridoio meridionale per il gas russo verso l’Eu­ro­pa, il South Stream. Progetto definitivamente naufragato nel 2014 con il blocco dei lavori da parte della Bulgaria su esplicita pressione degli USA che, pur d’impe­dire la dipendenza dell’Europa dal gas russo offrono in alternativa il loro shale gas, costosissimo, per noi intrasportabile e soggetto al vincolo legale americano che vieta l’e­sportazione di risorse energetiche verso Paesi che non abbiano stretto con gli USA accordi di libero scambio.

Nel 2014, subito dopo aver dichiarato defunto il progetto South Stream, Putin ha lanciato un nuovo progetto di corridoio meridionale del gas, il Turkish Stream: partenza dalla sponda russa del Mar Nero, percorso sottomarino lungo le coste turche, primo approdo in Turchia, al confine con la Grecia, fine dei lavori previsto nel 2016. Accordo raggiunto subito con la Turchia, protocollo d’in­tesa firmato nel 2015 con la Grecia, disponibile a ospitare il proseguimento verso le sponde elleniche dell’Adriatico, possibilità di aggancio alla rete italiana mediante un «costruendo» TAP (Trans Adriatic Pipeline) che convoglierebbe il gas russo-turco-greco verso le coste pugliesi e da lì nella rete nazionale ed europea. Un’occasione unica per il nostro Paese di acquisire una centralità strategica importante nel campo energetico della quale non stavamo esattamente approfittando quando, a novembre del 2015, il progetto turco-russo ha subito un repentino stop per le ritorsioni russe a fronte dell’abbattimento del SU24. Terminati i colloqui a livello di leadership del 6 agosto, gl’incontri sono proseguiti a livello di delegazioni e il 9 agosto, alla luce di una ritrovata intesa, il ministro per l’E­ner­gia russo Aleksandr Novak ha annunciato ufficialmente la ripresa del progetto, termine previsto 2019: per noi una seconda occasione nella quale francamente non speravamo. I contratti da parte italiana sono in corso di assegnazione e le pratiche burocratiche hanno preso la loro strada, ma alcuni comitati spontanei già si oppongono all’opera e qualcuno comincia a dire che non è il caso di collaborare con i despoti russo-turchi. I tempi sono essenziali e incompatibili con le eterne discussioni che caratterizzano il sistema di grandi opere in Italia: intendiamo farci sfuggire anche questa opportunità, oppure con un briciolo di realismo decidiamo di entrare davvero nel progetto?

Conclusione

Dire che viviamo in un mondo complicato è, forse, un luogo comune ma dire che viviamo in un mondo complesso è certamente una verità. La Turchia e ciò che la circonda sono, in questo momento, uno dei maggiori elementi di complessità di un panorama politico internazionale in vorticoso divenire. Non è quindi facile trarre delle conclusioni. La sua posizione e la sua storia le conferiscono un ruolo di ponte e di balcone nello stesso tempo. Ponte fra Europa e Asia e asse di vitale importanza per entrambi i continenti; balcone su quella parte dell’A­sia che definiamo Medio Oriente. Una regione che comprende diciotto stati e 450 milioni di abitanti, al centro di scontri di natura geopolitica, religiosa, energetica e militare che nessuno vuole perdere — ma sembra che nessuno voglia neppure vincere — e il cui esito ha ripercussioni a livello planetario: in primo luogo in ragione di uno scontro geopolitico fra gli USA, che cercano di difendere il ruolo di sceriffi del mondo, dal 1989 loro appannaggio esclusivo, e una rinascente volontà della Russia di ritrovare quel ruolo di «altra potenza globale» che fu suo negli anni della Guerra Fredda. Nell’epicentro di questo grande scontro che sta riprendendo vita se ne svolge un altro, più profondo e radicale, di natura religiosa fra le due facce del mondo islamico e delle sue implementazioni politiche: l’islam sunnita, maggioritario per numero e per censo, che ha nell’Ara­bia Saudita la sua bandiera anche se non unanimemente condivisa, e che maneggia la sua egemonia in più direzioni, e l’islam sciita, minoritario e perseguitato, che vede il suo alfiere principale nell’Iran, che con la rivoluzione attuata nel 1979 dall’ayatollah Ruḥollāh Khomeynī (1902-1989) ha alzato la testa e non intende abbassarla. Sullo sfondo, gli scontri di interessi economici: il petrolio e le sue vie di passaggio, ma anche risorse idriche e alimentari, che in una regione desertificata e popolosa valgono altrettanto e forse di più, almeno per chi vi risiede.

Negli interstizi di questi confronti asimmetrici s’insinuano scontri militari tradizionali che alternano alta e bassa intensità. Dalla Siria all’Afghanistan, dallo Yemen alla Palestina, è un pullulare di battaglie e di schieramenti ciascuno dei quali è in grado, per gl’interessi che le forze in campo rappresentano, di fungere da innesco per qualcosa di più grande. Il politologo statunitense Samuel Huntin­g­ton (1927-2008) quando, dopo l’implosione dell’impero sovietico e la fine del mondo bipolare, teorizzava la rinascita di quello che esisteva prima, un mondo di civiltà destinate a scontrarsi lungo le linee di faglia dei propri confini storici, ha dimenticato di considerare che queste civiltà non erano più le stesse: dopo un secolo di dominio della cultura rivoluzionaria, nella sua declinazione sia comunista sia liberale, quel sostrato di valori che, accanto a scontri ciclopici, generava anche convivenze possibili si è dileguato nella cinica ed egoistica violenza della modernità (2). Per questo motivo il nostro mondo non è solo complesso ma sembra allevare nel proprio seno con compiaciuta leggerezza i germi della propria distruzione.

Senza nulla concedere a catastrofismi e a millenarismi, il cui esito non è nel­le mani d’uomo, non si può non notare come le agenzie specializzate stilino mensilmente la lista dei programmi di riarmo tradizionale di numerosissime nazioni e generali di altissimo livello parlino serenamente, non su siti complottisti ma in interviste a giornali e televisioni mainstream, di «tempi di dispiegamento» e di «prontezza operativa», come non si sentiva da decenni, dando per naturale se non nei tempi certamente nei fatti l’avvio di uno scontro di grande portata. Venti di guerra che soffiano sul piano inclinato e abbondantemente saponato di quel caos (forse) controllato che sta diventando il panorama internazionale. Conoscere è necessario per provare a capire e lo sforzo di capire è a sua volta pre­messa per elaborare una visione globale di lungo periodo che, coniugando realismo e senso del bene comune, conduca l’umanità a realizzare quel tanto di pace e giustizia possibile in questa valle di lacrime: direi che è questa la migliore definizione che mi sovviene per delineare quella che potremmo chiamare «capacità di leadership», la grande assente dalla politica europea e nazionale.

Restano a monito perenne le parole con le quali l’allora card. Joseph Rat­zinger, il 1° aprile 2005, a Subiaco, poco prima della sua elezione a Pontefice, individuava l’embrione della nascente Europa del secolo VI: «Abbiamo bisogno di uomini il cui intelletto sia illuminato dalla luce di Dio e a cui Dio apra il cuore, in modo che il loro intelletto possa parlare all’intelletto degli altri e il loro cuore possa aprire il cuore degli altri. 

«Soltanto attraverso uomini che sono toccati da Dio, Dio può far ritorno presso gli uomini. Abbiamo bisogno di uomini come Benedetto da Norcia [480-547] il quale, in un tempo di dissipazione e di decadenza, si sprofondò nella solitudine più estrema, riuscendo, dopo tutte le purificazioni che dovette subire, a risalire alla luce, a ritornare e a fondare a Montecassino, la città sul monte che, con tante rovine, mise insieme le forze dalle quali si formò un mondo nuovo» (3).

 

Note:

(1) Antonio Gramsci, I popolari, in L’Ordine Nuovo, anno I, n. 24, 1-11-1919, in L’Ordi­ne Nuovo. 1919-1920, Einaudi, Torino 1954, pp. 284-286 (p. 286).

(2) Cfr. Samuel Phillips Huntington, Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale, trad. it., Garzanti, Milano 2006.

(3) Joseph Ratzinger, L’Europa di Benedetto nella crisi delle culture, trad. it., Cantagalli, Siena 2005, pp. 63-64.

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  Articoli e note firmate, Cristianità
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 Valter Maccantelli

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