Il ritorno della dottrina sociale

Lo auspicano, lo chiedono i vescovi italiani, allarmati dalla debolezza della presenza dei cattolici nella società attuale che la sua ignoranza sistematica ‒ e talora intenzionale ‒ produce
Marco Invernizzi 3 mesi fa
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di Marco Invernizzi

«[…] la debolezza della partecipazione politica dei cattolici è espressione anche di una comunità cristiana poco consapevole della ricchezza della Dottrina sociale e, quindi, poco attiva nell’impegno pre-politico».
Perentorio e preciso il documento dei vescovi diffuso al termine della 71a Assemblea generale della Conferenza Episcopale Italiana, svoltasi dal 21 al 24 maggio sul tema Quale presenza ecclesiale nell’attuale contesto comunicativo: la debolezza della presenza politica dei cattolici è causata, fra l’altro, dalla mancata consapevolezza dell’importanza della dottrina sociale. Ho provato un moto di gioia. Da decenni, sulla scia dell’insegnamento del nostro fondatore Giovanni Cantoni, in Alleanza Cattolica si studia la dottrina sociale della Chiesa Cattolica. Dico «si studia» non a caso, perché della dottrina sociale non basta evocare ogni tanto il nome, ma si deve entrare nell’ordine d’idee di volere fare la fatica di prendere in mano i documenti, di leggerli e di rileggerli, fino a quando si comincia a capirne qualcosa.

La dottrina sociale non è un concentrato di chiacchiere sulla famiglia e sulla povertà, sullo Stato e sulla pace, ma si fonda sui documenti del Magistero sociale, oggi opportunamente ripresi e messi in ordine secondo i diversi argomenti nel Compendio della dottrina sociale, che è un autentico manuale per iniziare a “entrare” nell’argomento.

Ma chi vuole comprendere qualcosa di dottrina sociale deve fare la fatica di leggere i testi, dalla Immortale Dei del 1885 alla Rerum novarum del 1891 alla Libertas del 1888, le lettere encicliche di Papa Leone XIII (1810-1903), alla lettera enciclica Quadragesimo anno del 1931 di Papa Pio XI (1857-1939), dai radiomessaggi del Venerabile Papa Pio XII (1876-1958) alla Mater et Magistra del 1961 e alla Pacem in terris [1963], le lettere encicliche del Papa san Giovanni XXIII (1881-1963), dalla lettera enciclica Populorum progressio del 1963 alla lettera apostolica Octogesima adveniens del 1971 e alla lettera enciclica Humanae Vitae del 1968 del beato Papa Paolo VI (1897-1978), dalla Laborem exercens del 1981 alla Sollicitudo rei socialis del 1987 e alla Centesimus annus del 1991, le lettere encicliche di Papa san Giovanni Paolo II (1920-2005), dalla Spe salvi del 2007 alla Caritas in veritate del 2009, le lettere encicliche di Benedetto XVI, per finire con l’Evangelii gaudium del 2013 e la Gaudete et exsultate del 2018, le esortazioni apostoliche di Papa Francesco.
Mi rendo conto della fatica, ma non credo sia possibile un’altra strada se davvero si vogliono preparare persone che attuino quella «conversione culturale» di cui testualmente scrivono i vescovi italiani.
Perché proprio di questo si tratta: si tratta di “convertire” i criteri di giudizio delle persone, ricavandoli dal Magistero per poi applicarli alla storia e all’attualità. Chiunque può riscontare quanto lavoro ci sia da fare, in questa direzione, nel mondo cattolico, diviso non solo e non tanto sulle scelte politiche (cosa di per sé lecita), ma diviso e soprattutto confuso sui criteri culturali che stanno a monte delle scelte politiche.

Per superare questa difficoltà non bastano un po’ di conferenze, dove spesso vengono invitati a parlare relatori che sostengono opinioni fra loro contraddittorie, ma bisogna ritornare alle fonti, ai documenti, usando il “Compendio” e invitando le persone, nelle parrocchie, nei movimenti e nelle associazioni, a studiare veramente, a incontrarsi regolarmente tutte le settimane per affrontare le encicliche sociali dei Pontefici, che non devono rimanere nelle biblioteche o nei computer.

Da tempo in Alleanza Cattolica cerchiamo di fare questo lavoro, con tutti i nostri limiti. All’inizio, negli anni 1970, venivamo presi per marziani. Era l’epoca in cui non si parlava più di dottrina sociale perché ostacolava il compromesso storico con il marxismo. Poi il compromesso è venuto meno e la dottrina sociale è tornata in auge durante il pontificato di san Giovanni Paolo II. Ma è durata poco, nel senso che pochissimi si sono messi veramente a studiarla e a tenerne conto. Ecco il motivo della gioia nel vederla richiamata, la dottrina sociale, dai vescovi nella speranza che quello da loro auspicato non rimanga un pio desiderio, ma si traduca al più presto in iniziative concrete, nella vita reale della Chiesa italiana, affinché in ogni parrocchia si avvii una scuola di dottrina sociale, così come si trovano la Caritas o la San Vincenzo, il Centro d’ascolto e il gruppo liturgico.

 

Venerdì, 25 maggio 2018

San Beda il Venerabile

 

 

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 Marco Invernizzi

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