“Questa è l’esposizione delle ricerche di Erodoto di Alicarnasso perché gli eventi umani non svaniscano con il tempo e le imprese grandi e meravigliose compiute sia dai Greci che dai barbari non restino senza fama; in particolare, per quale causa essi si fecero guerra“.
di Lucia Menichelli
Innovatore e tradizionale allo stesso tempo, il “padre della storia” Erodoto di Alicarnasso (484-425 a.C.), all’inizio della sua grandiosa opera, spiega con mirabile consapevolezza caratteristiche e intenti del suo lavoro dedicato al racconto delle guerre persiane.
La parola tradotta con “ricerche” corrisponde in greco a historíe (femminile singolare in genitivo ionico), termine formato sulla radice proto-indoeuropea *weid- che esprime l’azione del vedere. Dal suo grado zero *wid– in latino si forma il verbo video; in greco, persa la consonante iniziale, diventa -id/-eid/-oid, da cui si formano tempi verbali molto diffusi: l’aoristo eídon (“vidi”) e il perfetto oída (“ho visto”); quest’ultima voce più comunemente assume il significato del presente “so”, evidenziando un collegamento tra le due azioni, quella del vedere e quella del sapere (dopo aver visto). Erodoto, dunque, è ritenuto il primo storico in quanto scrive fatti che si conoscono perché sono stati visti.
Ma questi fatti come sono definiti? Essi sono tà genómena (gli eventi) ed érga (le imprese), grandi e meravigliose, compiute non solo dai greci, ma anche dai barbari: considerando che la finalità lucidamente dichiarata da Erodoto è di volerne tramandare ed esaltare la memoria attraverso il racconto, come non andare col pensiero alle gesta degli eroi omerici, greci e troiani! Egli dunque assume gli intenti e lo spirito degli antichi aedi: loro avevano trasmesso oralmente nei secoli precedenti una materia epica attingendo al mito, lui racconta in prosa fatti storici accertati, perché “visti” – da lui stesso o da chi glieli ha raccontati; in comune c’è l’esigenza di sottrarli all’oblio e l’idea che l’eroismo sia proprio tanto dei Greci quanto di quei popoli che non lo sono e che si chiamano barbari perché balbettano la lingua greca. E da qui deriva l’altro tema: perché, quando e come si sono combattuti? Da questa domanda prende il via una narrazione che porterà Erodoto a compiere numerosi viaggi per trovare la cruciale risposta. Non si accontenta di teorie astratte o di antichi racconti mitologici, perché vuole mantenersi fedele al suo intento: scoprire gli uomini, esplorare il loro animo, le loro più segrete aspirazioni, nella consapevolezza che tutti si è accomunati, pur nelle diversità, da un destino che va fronteggiato. E si può credere che proprio da questa realistica disposizione maturi in lui una visione che da un lato lo porta a dividere il mondo (quello da lui conosciuto) in due parti distinte (Grecia e Persia, corrispondenti in sostanza a Europa e Asia, Occidente e Oriente) in un costante e reciproco conflitto, dall’altro a voler conoscere i tanti popoli che componevano l’impero persiano, su cui raccoglie una gran mole di informazioni, proprio come farebbe un reporter o un etnografo dei giorni nostri.
Tale, in effetti, è stato definito da molti suoi studiosi, uno dei quali anch’egli giornalista e reporter, che ha svolto la sua attività nella seconda metà del secolo scorso: si tratta del polacco Ryszard Kapuściński (1932-2007), corrispondente estero dell’agenzia di stampa polacca PAP, che in un agile saggio dal titolo “In viaggio con Erodoto”, racconta come le Storie di Erodoto siano state per lui un punto di riferimento soprattutto nel difficile impegno di mettere insieme e interpretare fatti e notizie raccolti spesso senza sistematicità. E proprio nella parte iniziale del libro, Kapuściński rivela un “aneddoto” molto significativo. Nel 1952 in Polonia si attendeva la pubblicazione delle Storie di Erodoto in traduzione polacca, ma essa fu improvvisamente sospesa senza un motivo ufficiale; si dovette aspettare il 1955. Secondo l’autore le ragioni furono legate alla morte di Stalin avvenuta in questo intervallo, un lasso di tempo in cui l’attenzione sull’Unione sovietica era massima e di conseguenza la censura interna era raddoppiata su ogni testo che potesse contenere minime allusioni ai fatti contemporanei. Le Storie era uno di questi, con le sue vicende di guerre, tradimenti e lotte per potere, ma soprattutto – aggiungiamo noi – con il suo sguardo profondo e senza pregiudizi sugli uomini, protagonisti e responsabili delle loro azioni, verità che l’ideologia non può mai sopportare.
Sabato, 21 febbraio 2026
