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Il pensiero del giorno

28 Marzo 2026 by Don Roberto Spataro

In quel tempo, molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di ciò che Gesù aveva compiuto, [ossia la risurrezione di Làzzaro,] credettero in lui. Ma alcuni di loro andarono dai farisei e riferirono loro quello che Gesù aveva fatto. Allora i capi dei sacerdoti e i farisei riunirono il sinèdrio e dissero: «Che cosa facciamo? Quest’uomo compie molti segni. Se lo lasciamo continuare così, tutti crederanno in lui, verranno i Romani e distruggeranno il nostro tempio e la nostra nazione». Ma uno di loro, Caifa, che era sommo sacerdote quell’anno, disse loro: «Voi non capite nulla! Non vi rendete conto che è conveniente per voi che un solo uomo muoia per il popolo, e non vada in rovina la nazione intera!». Questo però non lo disse da se stesso, ma, essendo sommo sacerdote quell’anno, profetizzò che Gesù doveva morire per la nazione; e non soltanto per la nazione, ma anche per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi. Da quel giorno dunque decisero di ucciderlo. Gesù, dunque, non andava più in pubblico tra i Giudei, ma da lì si ritirò nella regione vicina al deserto, in una città chiamata Èfraim, dove rimase con i discepoli. Era vicina la Pasqua dei Giudei e molti dalla regione salirono a Gerusalemme prima della Pasqua per purificarsi. Essi cercavano Gesù e, stando nel tempio, dicevano tra loro: «Che ve ne pare? Non verrà alla festa?». (Gv 11,45-56)


La liturgia ci accompagna sempre più decisamente verso la meditazione della Passione e Morte di Nostro Signore. Il brano odierno contiene la notizia del momento preciso in cui i membri del sinedrio presero la decisione di mandare a morte Gesù Cristo. Oggi, nella città di Gerusalemme è possibile passare anche per il luogo dove quell’iniquo consiglio fu tenuto. Una prima considerazione per l’anima nostra: i miracoli di Gesù sono definiti “segni”. Infatti, essi rinviano a una realtà di cui sono l’indicazione concreta e ineccepibile: la divinità di Nostro Signore e la sua volontà di salvare l’uomo intero, corpo, psiche, spirito. Anche per i miracoli che si compiono ai nostri giorni, da quelli eucaristici alle guarigioni dei santuari, non ci fermiamo allo stupore. Poiché sono segni, essi alimentano la nostra fede in Dio e spingono all’esercizio della carità verso i fratelli. Una seconda considerazione riguarda il Sommo Sacerdote, Caifa. L’evangelista Giovanni, che apparteneva al gruppo dei sacerdoti del Tempio, secondo le ricostruzioni più accreditate e recepite anche da Benedetto XVI nella sua trilogia “Gesù di Nazareth”, istituisce implicitamente un confronto: al sacerdozio giudaico, che si rinnovava di anno in anno, e che poteva essere esercitato da soggetti iniqui e corrotti, come Caifa, è opposto quello eterno, santo e santificatore di Nostro Signore Gesù Cristo che con l’offerta della sua vita, diventa vittima, altare e sacerdote della Nuova Alleanza che mai avrà fine e dalla quale noi siamo beneficiati. Nei prossimi giorni la lettura di alcune pericopi della Lettera agli Ebrei ci aiuterà a meditare sul Mistero del Sacerdozio di Cristo che nella comunione della Santissima Trinità presenta le sue piaghe gloriose, Agnello senza macchia per attirarci alla salvezza. Prima di avviarsi alla Passione, Nostro Signore sente il bisogno di raccogliersi. Si reca in un villaggio e, in compagnia dei discepoli, fa i suoi “esercizi spirituali” per essere pronto alla battaglia. È un monito anche per noi. Abbiamo bisogno di “esercizi spirituali” perché l’assunzione della Croce non ci trovi impreparati.


SAN CASTORE, MARTIRE A TARSO




































































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