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Il pensiero del giorno

6 Aprile 2026 by Don Giuseppe Zanghì

Abbandonato in fretta il sepolcro con timore e gioia grande, le donne corsero a dare l’annuncio ai suoi discepoli. Ed ecco, Gesù venne loro incontro e disse: “Salute a voi!”. Ed esse si avvicinarono, gli abbracciarono i piedi e lo adorarono. Allora Gesù disse loro: “Non temete; andate ad annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea: là mi vedranno”. Mentre esse erano in cammino, ecco, alcune guardie giunsero in città e annunciarono ai capi dei sacerdoti tutto quanto era accaduto. Questi allora si riunirono con gli anziani e, dopo essersi consultati, diedero una buona somma di denaro ai soldati, dicendo: “Dite così: “I suoi discepoli sono venuti di notte e l’hanno rubato, mentre noi dormivamo”. E se mai la cosa venisse all’orecchio del governatore, noi lo persuaderemo e vi libereremo da ogni preoccupazione”. Quelli presero il denaro e fecero secondo le istruzioni ricevute. Così questo racconto si è divulgato fra i Giudei fino ad oggi (Mt 28,8-15).


Gesù risuscitato continua ad essere sempre più drammaticamente segno di contraddizione, motivo di fede e di rifiuto come dall’inizio del suo ingresso nel mondo. Ora, con la sua risurrezione, le guardie, poste a custodia della morte, possono solo fuggire travolte dallo spavento per il terremoto (cfr. Mt 28,2), primo segno potente del Risorto.  Esse, ignare e inconsapevoli del significato dei fatti, chiusi come sono nella loro mera funzionalità, tremano tramortite (cfr. v. 4), fuggono e si mettono a servizio della menzogna meschina e inconcludente dei capi dei sacerdoti e degli anziani, blindati a loro volta nel pregiudiziale rifiuto. Le donne invece, alla ricerca sincera della verità che è Gesù stesso, avvolte nel timore del segno del terremoto, sono consolate dalla gioia per la visione dell’angelo che appare e annuncia loro che il Nazareno è risorto e non è più lì dove l’avevano posto, ma desidera incontrare i suoi (vv. 5-8). 

Di tempo in tempo, da oltre due millenni, uomini e donne soffriamo o esultiamo rispettivamente per il rifiuto o l’accoglienza di Gesù che, avendo vinto il peccato e la morte, è il Vivente, il Signore della storia, l’unico Salvatore che verrà di nuovo a giudicare i vivi e i morti, il cui regno non avrà mai fine. Chi, sino all’ultimo momento, si crogiolerà nella chiusura di una vita refrattaria e dura alla conversione a Cristo, continuerà ad essere asservito nello squallore del buio della menzogna e dell’inganno del Nemico della natura umana e non avrà che disperazione nel vedere gli “incalcolabili danni” di un mondo che morirà definitivamente, restando per sempre fuori dai cieli nuovi e terra nuova (Is 65,17; 2Pt 3,13; Apc 21,1).  Noi cristiani, in questo bel tempo di Pasqua appena cominciato, ci sentiamo ancor più motivati e consolati nell’opera della riforma e restaurazione personale e sociale, liberi dalle false accuse e dalle pretese di coloro che malignano contro la nostra fede bollandoci come sognatori o tentandoci a fomentare la secolarizzazione di un mondo da cui presumono cacciare Dio. Non ci lasciamo sedurre, non li seguiamo e continuiamo la nostra buona battaglia (2Tm 4,7). Noi infatti sappiamo che “l’attesa di una terra nuova non deve indebolire, bensì piuttosto stimolare la sollecitudine nel lavoro relativo alla terra presente, dove cresce quel corpo dell’umanità nuova che già riesce a offrire una certa prefigurazione che adombra il mondo nuovo. Pertanto, benché si debba accuratamente distinguere il progresso terreno dallo sviluppo del regno di Cristo, tuttavia, nella misura in cui può contribuire a meglio ordinare l’umana società, tale progresso è di grande importanza” (CCC 1049). “Infatti i beni della dignità dell’uomo, della comunione fraterna e della libertà, cioè tutti questi buoni frutti della natura e della nostra operosità, dopo che li avremo diffusi sulla terra nello Spirito del Signore e secondo il suo precetto, li ritroveremo poi di nuovo, ma purificati da ogni macchia, illuminati e trasfigurati, allorquando Cristo rimetterà al Padre il regno eterno e universale”. (CCC 1050).


SANTA GALLA, VEDOVA ROMANA

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