Sulla strada Edipo in cerca di risposte imbocca un labirinto che demolisce la sua identità e alla fine si acceca per non vedere; sulla strada i discepoli di Emmaus ricevono da Gesù la luce per comprendere le Scritture e poi guardare e capire il reale
di Lucia Menichelli
Aristotele nella Poetica teorizza che gli elementi costitutivi di un racconto sono due, il riconoscimento e il rovesciamento e aggiunge che la tragedia in cui questo meccanismo viene applicato in modo esemplare è l’Edipo di Sofocle (496 – 406 a.C.)
Edipo è un eroe che cerca di sfuggire al proprio destino, ma inutilmente: anzi, le sue stesse iniziative sono le cause del male che lo porterà alla disperazione. Nella trama costruita da Sofocle, il riconoscimento avviene quando l’eroe, al termine di un’inchiesta degna di una spy story, identifica in se stesso l’assassino del padre Laio, re di Tebe, e il responsabile della peste conseguentemente provocata dagli dei nella città profanata; e il rovesciamento è automatico: da vittima egli si riconosce colpevole, si era creduto innocente mentre deve accettare la realtà di essere stato responsabile involontario delle sue cattive azioni. Il paradosso raggiunge l’apice in questa vicenda.
Edipo, esposto dal padre al momento della nascita perché, cresciuto, non lo uccidesse (come da profezia) viene pietosamente risparmiato da un servo e adottato dai sovrani della città confinante. Sospettando che questi non fossero i suoi genitori era andato a Delfi per saperlo dall’oracolo, ma il dio dal canto suo gli aveva soltanto ribadito che avrebbe ucciso suo padre e sposato sua madre. Impaurito, non era tornato a casa ma si era recato a Tebe, proprio la sua città natale, e lungo la strada, a seguito di un incidente e di una rissa, gli capita di uccidere uno sconosciuto…che in verità è proprio suo padre. Arrivato nella città, ormai senza re, risolve l’indovinello della Sfinge e si insedia al potere; inoltre sposa la vedova del re…cioè sua madre.
La vicenda viene drammaticamente ricostruita sulla scena e alla fine Edipo, intrappolato da un destino inesorabile, ma consapevole del male che ha compiuto proprio per aver cercato di sfuggire alle predizioni dell’oracolo, decide, con un gesto, a quanto pare, non tramandato nel mito ma introdotto da Sofocle, di accecarsi per non essere stato in grado fino ad allora di vedere la verità e per non riuscire ora a sopportarla.
Riconoscimento e rovesciamento, vista e verità: questi sono temi che, curiosamente, possono essere esplorati e confrontati al mito di Edipo in un altro episodio molto noto della cultura occidentale; ma questa volta si tratta di letteratura cristiana: dell’episodio evangelico dei discepoli di Emmaus.
San Luca, l’evangelista che riporta questa testimonianza, è di cultura greca e il prologo del suo Vangelo comincia con una dichiarazione metodologica che, nelle parole e nei concetti, si rifà apertamente alla storiografia greca di Erodoto e Tucidide, richiamandosi alle azioni dell’ “autopsia” (osservazione personale) per vagliare criticamente i fatti raccontati e arrivare all’annuncio della verità. Dunque, forse non è un caso che nel passo dei discepoli di Emmaus riecheggino diversi elementi in comune con il mito di Edipo: la strada, (dove Edipo uccide il padre e i discepoli incontrano Gesù), quindi il cammino alla ricerca della verità; i dubbi e le domande poste a se stessi sul senso degli eventi; infine, la vista.
I discepoli hanno visto e conoscono quello che è accaduto a Gerusalemme ma non ne hanno compreso il significato, e non hanno fede nella risurrezione di Gesù perché le donne che hanno riferito della tomba vuota “…lui non l’hanno visto”. Dice Luca che quando incontrano Gesù “i loro occhi non erano capaci di riconoscerlo (come fossero ciechi)”. Ma dopo che Gesù spiega loro tutto ciò che lo riguardava a partire da Mosè e da tutti i profeti, dice il testo, “i loro occhi furono aperti”; il verbo, dianoigo , è lo stesso usato poco dopo per esprimere l’azione di Gesù che spiega le scritture, replicando l’immagine dello schiudere e portare alla luce. La frase continua con “e lo riconobbero”: se il verbo precedente è al passivo perché i due sono stati indotti da Gesù a “vedere”, ora invece il verbo epigignosko è attivo, a sottolineare la consapevolezza della loro azione, più intensa del “vedere”. E proprio a questo punto Gesù si rende invisibile: i due discepoli lo vedranno per sempre con gli occhi delle loro anime finalmente illuminate.
“Riconoscere è molto più del semplice vedere. Anche prima vedevano il Signore, ma senza sapere chi fosse. Ora che sanno come riconoscerlo, il vederlo non serve più. Rendendosi invisibile, Gesù non interrompe la sua presenza. Non abbandona la compagnia dei due, ma rimane con loro nella sua modalità di Ri- sorto. Rendendosi invisibile, il Signore non sminuisce la presenza, ma la compie.”
Esattamente il percorso contrario a Edipo: sulla strada Edipo in cerca di risposte imbocca un labirinto che demolisce la sua identità a causa dell’ambiguità e dell’impenetrabilità dell’oracolo e quindi alla fine si acceca per non vedere; sempre sulla strada i discepoli ricevono la giusta interpretazione del nuovo messaggio di Gesù e alla fine sono capaci di guardare e capire il reale.
E’ da questo momento, da quando cioè il Cristianesimo ha infuso una nuova fiducia nella possibilità nell’uomo di trovare una risposta di senso esistenziale che la strada diventa nella letteratura e nei racconti popolari un luogo o uno strumento di edificazione.
Questi due racconti ci testimoniano che la verità, tanto cercata dai Greci, anche eroicamente, se basata puramente sulle facoltà umane acceca, mentre se insegnata da Gesù e dopo di Lui dalla Chiesa diventa luce che illumina.
Sabato, 18 aprile 2026
