In quel tempo, Gesù, alzàti gli occhi al cielo, disse: «Padre, è venuta l’ora: glorifica il Figlio tuo perché il Figlio glorifichi te. Tu gli hai dato potere su ogni essere umano, perché egli dia la vita eterna a tutti coloro che gli hai dato. Questa è la vita eterna: che Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo. Io ti ho glorificato sulla terra, compiendo l’opera che mi hai dato da fare. E ora, Padre, glorificami davanti a te con quella gloria che io avevo presso di te prima che il mondo fosse. Ho manifestato il tuo nome agli uomini che mi hai dato dal mondo. Erano tuoi e li hai dati a me, ed essi hanno osservato la tua parola. Ora essi sanno che tutte le cose che mi hai dato vengono da te, perché le parole che hai dato a me io le ho date a loro. Essi le hanno accolte e sanno veramente che sono uscito da te e hanno creduto che tu mi hai mandato. Io prego per loro; non prego per il mondo, ma per coloro che tu mi hai dato, perché sono tuoi. Tutte le cose mie sono tue, e le tue sono mie, e io sono glorificato in loro. Io non sono più nel mondo; essi invece sono nel mondo, e io vengo a te». (Gv 17,1-11)
Inizia quest’oggi la lettura del capitolo XVII del Vangelo di Giovanni, uno dei vertici della teologia tout court, perché il teologo per eccellenza è Nostro Signore in persona. Per introdurci con grande umiltà in questa pericope può essere conveniente partire dalla definizione del “genere letterario” di questo testo e di quelli che la liturgia proporrà nei giorni seguenti. Esso è stato precisato da uno dei migliori specialisti del IV Vangelo, Raymond Brown. Si tratta dei “discorsi d’addio” che frequentemente si trovano nella letteratura veterotestamentaria e anche nella letteratura classica, quando si descrivono le ultime ore vissute da un insigne personaggio prima del distacco dai figli o dai discepoli. Si tratta di una sintesi della sua vita, noi diremmo ancora meglio della sua vocazione, e dell’eredità spirituale che egli lascia. Nostro Signore dà un’impronta unica al suo discorso d’addio, incomparabile a quella di ogni altro “testamento”. Il suo è un discorso “sacerdotale”, nel senso che esso è una conversazione celeste con il Padre, una preghiera potente d’intercessione per i suoi discepoli e per tutti quello che crederanno in Lui. È meraviglioso: Nostro Signore ha pregato anche per me nel Cenacolo poco prima dell’inizio della Sua Passione! Ricorrono all’inizio di questo discorso alcune parole-chiave del IV Vangelo. Una di queste è “ora”, apparsa per la prima volta nel dialogo con Maria Santissima a Cana (cap. II): “non è ancora giunta la mia ora”, ossia la mia Passione e Glorificazione. A Cana quest’ora è stata anticipata con un segno miracoloso e il vino prezioso è diventato simbolo eucaristico del Sangue di Cristo. Vi è poi la definizione di “vita eterna”. Essa non è semplicemente una durata che non conosce termine: “Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo”. La vita eterna, dunque, comincia sulla terra e aumenta in proporzione alla profondità della nostra relazione con la Santissima Trinità. Il Paradiso sublimerà quanto vissuto parzialmente nella vita terrena.
