In quel tempo, [Gesù, alzàti gli occhi al cielo, pregò dicendo:] «Non prego solo per questi, ma anche per quelli che crederanno in me mediante la loro parola: perché tutti siano una sola cosa; come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi, perché il mondo creda che tu mi hai mandato.E la gloria che tu hai dato a me, io l’ho data a loro, perché siano una sola cosa come noi siamo una sola cosa. Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell’unità e il mondo conosca che tu mi hai mandato e che li hai amati come hai amato me. Padre, voglio che quelli che mi hai dato siano anch’essi con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria, quella che tu mi hai dato; poiché mi hai amato prima della creazione del mondo. Padre giusto, il mondo non ti ha conosciuto, ma io ti ho conosciuto, e questi hanno conosciuto che tu mi hai mandato. E io ho fatto conoscere loro il tuo nome e lo farò conoscere, perché l’amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro». (Gv 17, 20-26)
Questo brano della “Preghiera sacerdotale” di Nostro Signore contiene due verità molto belle. La prima riguarda l’unità della Chiesa. La seconda la presenza della Santissima Trinità nell’anima, ossia l’inabitazione. Ut unum sint. L’unità della Chiesa non potrà mai essere una semplificazione delle diverse sensibilità nel vivere la fede in un processo mondano di negoziazione. L’unità ecclesiale è il riflesso della comunione trinitaria che la Chiesa può guadagnare solamente vivendo la sua relazione verticale con Dio in modo autentico e primario. Nella costituzione dogmatica del Concilio Vaticano II questo mistero è meravigliosamente riassunto con una splendida citazione di un Padre preniceno, San Cipriano di Cartagine, che diceva così: «Ecclesia de unitate Patris et Filii et Spiritus Sancti adunata» (Lumen Gentium 4). Se la citazione ciprianea è contenuta nel suo commento al Padre Nostro, la stessa dottrina è stata illustrata da quel Padre nel suo trattato intitolato proprio De unitate Ecclesiae ove si comprende anche l’antico adagio “Extra ecclesiam nulla salus” perché la Chiesa è un prolungamento trinitario sulla terra. Solo una visione teologica della Chiesa, proprio come quella che Pio XII propose in una delle sue grandi encicliche, Mystici Corporis Ecclesia (1943), ci permette di sentirci attaccati alla Chiesa e privilegiati di esserne parte: essa viene dall’Alto. Anche l’ecumenismo su cui tante domande sorgono non potrà mai essere ottenuto sacrificando parte del depositum fidei che il Rivelatore della Santa Trinità ha consegnato all’unica Chiesa che Egli ha fondato, la Chiesa Cattolica. E Gesù conclude la sua orazione con questa invocazione: «perché l’amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro». La presenza operante di questo amore trinitario è il mistero dell’ inabitazione così presentato in un’accorata supplica della giovane santa Elisabetta della Trinità: «O miei Tre, mio Tutto, mia Beatitudine, Infinita solitudine, Immensità in cui mi perdo, io mi abbandono a voi, come a una preda. Seppellitevi in me, affinché io mi possa seppellire in Voi, nell’attesa di poter contemplare, nella vostra stessa luce, l’abissale vostra grandezza». Di qui l’obbligo dell’orazione personale o meglio ancora dell’unione con Dio alla quale San Paolo VI esortò con queste parole: «Il cristiano deve avere una sua preghiera personale. Ogni anima è un tempio. E quando noi entriamo in questo tempio della nostra coscienza per adorarvi il Dio presente? Saremmo noi delle anime vuote, sebbene cristiane, anime assenti da se stesse, dimentiche del misterioso e ineffabile appuntamento che Iddio, Iddio Uno e Trino, si degna di offrire al nostro filiale e inebriato colloquio, proprio dentro di noi?».
SANTI CRISTOFORO MAGALLANES, SACERDOTE, E COMPAGNI, MARTIRI IN MESSICO
