In quel tempo, Pietro prese a dire a Gesù: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito». Gesù gli rispose: «In verità io vi dico: non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi per causa mia e per causa del Vangelo, che non riceva già ora, in questo tempo, cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e la vita eterna nel tempo che verrà. Molti dei primi saranno ultimi e gli ultimi saranno primi». (Mc 10,28-31)
Con l’odierna giornata, la liturgia riprende la lectio semicontinua del Vangelo di Marco interrotta all’inizio della Quaresima. Dopo l’episodio del “giovane ricco”, si svolge il dialogo tra il Signore e Pietro sul tema della ricchezza. Molti Padri della Chiesa, che spesso hanno meditato sul tema dei beni materiali, del loro uso e del loro possesso secondo lo spirito del Vangelo, hanno commentato queste parole di Nostro Signore Gesù Cristo. Già al principio della storia della Chiesa San Clemente di Alessandria escluse per sempre l’interpretazione pauperistica che, assolutizzata, diventa sempre cifra di un atteggiamento eterodosso. È il distacco interiore quello che il Signore chiede ai suoi perché dei beni materiali si possa fare un uso sobrio, senza dipendenze, e aperto all’elemosina: uti, non frui, avrebbe dichiarato Sant’Agostino. È questo il succo della celebre omelia di Clemente, intitolata Quis dives salvetur. Questo distacco interiore rende l’anima davvero libera e l’affranca dalla terribile schiavitù dell’avidità e dell’avarizia. Lo ricordava anche San Giovanni Crisostomo ai cristiani del IV secolo che ascoltavano con entusiasmo la sua appassionante predicazione: «Cristo non promette solo il futuro, ma dà anche il presente. Chi lascia tutto per Lui gode di una libertà e di una pace che chi possiede grandi ricchezze non conoscerà mai. Questa pace è il “cento volte tanto”. Gli apostoli, pur non avendo nulla, erano padroni del mondo perché non erano schiavi di nulla». Sant’Agostino, doctor caritatis, alla luce della suprema virtù della carità, spiega bene il miracolo compiuto da chi dona e non trattiene: «Come può essere che riceviamo cento volte tanto? Lo riceviamo nella carità. Se ami nel tuo fratello ciò che egli possiede e tu no, lo possiedi anche tu in lui. La carità moltiplica i beni: ciò che ciascuno ha in proprio, diventa di tutti nel corpo di Cristo. Così, chi ha lasciato una casa, ne trova cento aperte dall’amore dei fratelli».
