Alfredo Mantovano, Giovanni Serpelloni e Massimo Introvigne, Libertà dalla droga. Diritto, scienza, sociologia, Sugarco, Milano 2015, pp. 134, € 14,00

4 anni fa
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Simona Martini, Cristianità n. 379 (2016)

 

La liberalizzazione della droga fa diminuire la criminalità? Si può davvero parlare di droghe leggere? Quali sono i frutti della rivoluzione antropologica del ‘68? A queste e ad altre domande rispondono Alfredo Mantovano, Giovanni Serpelloni e Massimo Introvigne nell’opera Libertà dalla droga. Diritto, scienza, sociologia. 

Nel primo capitolo, Libertà dalla droga. Diritto (pp. 11-52), Alfredo Mantovano, socio fondatore di Alleanza Cattolica, magistrato, già sottosegretario al ministero del­l’In­terno e presidente della sezione italiana di Aiuto alla Chiesa che Soffre, traccia un excursus storico sulla legislazione italiana inerente le sostanze stupefacenti, precisando che il problema investe principalmente il campo culturale e solo in seconda battuta quello politico e giuridico. Tuttavia, l’aspetto giuridico ha un’importan­za non secondaria e permette di cogliere «[…] il percorso parallelo fra la minore o maggiore adeguatezza delle norme che di volta in volta si sono succedute e gli effetti nel corpo sociale, e in particolare fra i consumatori di droghe» (p. 12), evidenziando che «[…] la legge non determina un rapporto causa-effetto, ma lo condiziona» (ibidem).

Prima della legge n. 685 del 1975 l’ordinamento italiano considerava reato sia lo spaccio sia la detenzione di sostanze stupefacenti. Con la nuova normativa non è più punibile chi acquista o detiene «modiche quantità» di sostanze psicotrope per «uso per­sonale», cioè una scorta che copra tre-quattro giorni di assunzione di un tossicodipendente medio. Il piccolo e medio spacciatore non subiscono alcuna conseguenza se non vengono provate la vendita o l’intenzione di vendere la droga posseduta. La legge del 1975, inoltre, distingue le droghe «leggere» da quelle «pesanti», così come il profilo del trafficante da quello dello spacciatore di calibro limitato, punito in modo decisamente meno severo. Infine, nel recupero del tossicodipendente si tiene conto solo della dipendenza fisica e non di quella psichica: si escludono, così, le comunità terapeutiche dal processo di recupero.

La successiva legge n. 162 del 1990, confluita nel D.P.R. n. 309 dello stesso anno, prevede una sanzione amministrativa per chi detiene sostanze stupefacenti, anche senza oltrepassare la «dose media giornaliera», stabilita da apposite tabelle, superata la quale si passa alla sanzione penale. Il consumatore di droga è, ora, considerato una persona che ha fatto una scelta nociva per la società, al quale, tuttavia, viene offerta la possibilità di sottrarsi alla sanzione, purché intraprenda un percorso di recupero in comunità.

Nonostante i risultati positivi di questa legge — diminuzione dei morti per droga, incremento degl’ingressi in comunità, recupero di numerosi tossicodipendenti, sequestro di quantitativi sempre maggiori di stupefacenti —, nel 1993 il Partito Radicale promuove e vince un referendum che reintroduce la discrezionalità del giudice, tornando al concetto di «uso personale», non punibile. Da un lato, il recupero non è più la via privilegiata rispetto al carcere, dall’altro lato diventa illecito solo lo spaccio. La giurisprudenza, inoltre, inizia sempre più spesso a ritenere esente da sanzione anche la detenzione di decine di grammi di eroina, nonché la cessione della sostanza per il «consumo di gruppo»: non vi è più, dunque, alcun limite d’illiceità per la detenzione di stupefacenti.

Gli effetti del referendum sono solo dannosi e si rende necessaria una nuova riforma della disciplina. Contro di essa, tuttavia, remano numerosi luoghi comuni — esistono «droghe cattive» e «droghe buone», con effetto socializzante; esistono «spacciatori ricchi» e «spacciatori poveri», che hanno una funzione sociale; ognuno è arbitro della propria salute; alcol e tabacco fanno male eppure sono commercializzati; la legalizzazione delle droghe elimina le organizzazioni criminali —, analizzati e smentiti da Mantovano.

La legge n. 49 del 2006 — detta «Fini-Giovanardi» — supera finalmente la distinzione fra droghe leggere e pesanti e riafferma il principio secondo cui drogarsi è un atto pericoloso. La risposta dell’opposizione è mendace: si va in galera anche solo per aver fumato uno spinello. Invece, il carcere può essere evitato sia con l’ingresso in comunità sia con lavori di pubblica utilità, mentre alla custodia cautelare si possono sostituire gli arresti domiciliari in comunità o a casa, purché, nel secondo caso, ci si metta in relazione con i Servizi per le Tossicodipendenze (SerT), per un programma terapeutico. Nella determinazione della pena, inoltre, se vi sono più condanne dovute a reati diversi, riconducibili allo stato di tossicodipendenza, si parte dalla sanzione per il reato più grave e si calcola un incremento di pena per gli altri illeciti, abbassando la sanzione finale che si otterrebbe applicando la sommatoria delle pene per ciascun reato. La riforma del 2006 «[…] senza trascurare il richiamo alla responsabilità, derivante da un chiaro giudizio negativo sulla droga, a cominciare dal suo semplice uso, investe sulla prevenzione e spinge con decisione verso il recupero» (p. 37), come testimoniano i risultati: «contrazione del consumo complessivo di droga, riduzione dei decessi e diminuzione degli ingressi in carcere di tossicodipendenti» (p. 38).

La legge n. 49, però, viene dichiarata incostituzionale dalla Consulta, il 12 febbraio 2014, non per ragioni di merito ma per un vizio formale. Per questa via vengono dichiarate illegittime l’equiparazione fra droghe leggere e pesanti e le relative disposizioni.

Il governo Renzi, il 20 marzo 2014, vara un decreto-legge che reintroduce la distinzione fra droghe leggere e pesanti, contro ogni evidenza scientifica, e riduce le pene per detenzione, spaccio e traffico relativo a cannabis e derivati. Tenendo presente l’ingente incremento di percentuale di principio attivo nella cannabis — dal 2,5 per cento degli anni 1990 a una media del 16,8 per cento —, tale manovra appare ingiustificata. A ciò bisogna aggiungere la funzione di «droga d’in­gresso» svolta da tale sostanza, nonché gl’innume­revoli risvolti negativi sulla salute fisica e psichica conseguenti al suo uso.

Con la conversione del suddetto decreto-legge la situazione peggiora ulteriormente per tre motivi: innanzitutto, se la detenzione di stupefacenti è finalizzata all’uso personale, la sanzione è solo di tipo amministrativo. Questa è una vera e propria depenalizzazione per qualsiasi droga. In secondo luogo, chi spaccia ha molte meno probabilità di essere arrestato: tale misura, infatti, diventa facoltativa e, considerando l’ostilità verso iniziative delle forze dell’ordine non autorizzate dal magistrato, l’arresto in flagranza di reato diviene una remota possibilità. Infine, sono classificati come leggeri anche i derivati della cannabis con percentuali di principio attivo superiori al 60 per cento.

In conclusione, la conversione in legge avviene con una certa superficialità — assenza di confronto con gli addetti ai lavori, mancanza di adeguato dibattito e di approfondimento dei singoli passaggi — che calpesta dati appurati scientificamente. Il tutto nella completa indifferenza di ogni forza politica. Per questa via, il termine libertà ha consolidato un significato post-sessantottino, cioè la possibilità di fare tutto ciò che si vuole, compreso darsi la morte. «Chi contrasta questa deriva è convinto invece che la libertà consista nel porsi nelle condizioni di rispettare sempre se stessi e la propria dignità» (p. 52).

Giovanni Serpelloni, medico, responsabile del Dipartimento delle Politiche Antidroga della Presidenza del Consiglio dal 2008 al 2014, descrive, nel secondo capitolo, Libertà dalla droga. Scienza (pp. 55-107), il consumo di sostanze stupefacenti in Italia, nonché i danni derivanti dall’uso di cannabis.

Nel primo paragrafo, dopo aver analizzato i dati relativi al consumo dei diversi tipi di droghe nella popolazione scolastica (15-19 anni), analizza il fenomeno delle nuove droghe sintetiche, «[…] potenti molecole chimiche di sintesi vendute sotto mentite spoglie, delle quali molte volte lo stesso acquirente non conosce l’esatta composizione» (p. 65), per concludere con l’analisi delle acque reflue, attraverso cui rilevare il consumo di stupefacenti nelle aree urbane.

Nel secondo paragrafo illustra la situazione delle persone dipendenti da sostanze, suddividendole in base alla regione geografica e al sesso, per poi analizzare i dati forniti dal Sistema Informativo Nazionale Dipendenze. Tali informazioni — relative al numero di persone che richiedono trattamento per uso di stupefacenti, all’età media dell’utenza e della «nuova utenza», alla tipologia di sostanze primarie e secondarie consumate, all’andamento annuo dei consumi e alla distribuzione sul territorio nazionale relativo ai consumi di ogni singola sostanza — vengono valutate e confrontate con i dati europei.

Il terzo paragrafo è dedicato agli effetti della cannabis sulla salute. Ne vengono messe subito in evidenza la funzione di «droga di passaggio», nonché la maggiore probabilità di policonsumo rispetto all’alcol o al tabacco. L’uso precoce e prolungato di cannabinoidi, inoltre, risulta pericoloso per la materia bianca encefalica. Da ciò seguono alterazioni della connettività cerebrale, probabilmente alla base di deficit cognitivi, vulnerabilità a disturbi psicotici, depressivi e d’ansia, difficoltà decisionali. Emerge che l’assunzio­ne di cannabis durante la gravidanza, anche per breve periodo, può incidere negativamente sullo sviluppo del feto, mentre in adolescenza provocherebbe disturbi della condotta e, nel caso di consumo persistente, declino del funzionamento neuropsicologico, anche dopo l’interruzione dell’assunzione. L’uso di tale sostanza, poi, provoca alterazioni cognitive, come deficit dell’attenzione sostenuta, dell’apprendimento, della memoria a breve termine e della percezione; e, contrariamente a quanto si crede, studi sul pensiero divergente mostrano che esso ostacola la creatività. Il consumo a lungo termine provoca anche dipendenza e sindrome d’astinenza, in modo simile a quanto succede per le altre sostanze d’abuso. Non minore risulta la correlazione fra consumo di cannabinoidi e cancro: i primi alterano, infatti, la composizione genica del DNA, aumentando i rischi di sviluppare tumori. Gli organi maggiormente colpiti risultano bronchi e polmoni, ma anche il cuore sembra risentirne: a un’ora dall’assunzione di cannabis, il rischio d’infarto au­menta da 4 a 8 volte. È poi da rilevare l’effetto negativo della sostanza in campo sessuale, sia negli uomini sia nelle donne. Infine, si assiste al duplicarsi del rischio d’in­ci­denti stradali, in particolare se l’assunzione avviene, come spesso accade, contemporaneamente ad alcolici. Tali sostanze, tuttavia, sono state, e sono, ritenute prive di rischi per motivi di ordine ideologico e antropologico. A ciò deve essere aggiunto che il mercato della cannabis coin­volge imponenti interessi economici e organizzazioni criminali a livello internazionale.

Il quarto paragrafo prende in considerazione i gravi danni per la salute causati dall’uso di sostanze stupefacenti, analizzando i ricoveri alcol/droga-correlati e le patologie infettive droga-correlate, in particolare infezioni da HIV, da virus epatitici e da tu­bercolosi. Ovviamente, all’uso di sostanze stupefacenti conseguono dei costi sociali, analizzati nel quinto paragrafo, nonché interventi del sistema giudiziario-penitenziario, analizzati nel sesto paragrafo. In conclusione, Serpelloni osserva che in Italia interventi a differenti livelli (nazionali, regionali, di volontariato) hanno permesso una riduzione e un contenimento dei consumi, rispetto a quanto succede nel panorama europeo. Da tale contrazione di consumi, tuttavia, rimane esclusa la cannabis, che gode di una forte campagna pubblicitaria favorevole. A ciò corrisponde una riduzione della disapprovazione sociale verso l’uso, anche presso gli adolescenti, che fa presagire conseguenze negative non solo in campo sanitario, ma anche nella sicurezza stradale e nei luoghi di lavoro.

Massimo Introvigne, reggente nazionale vicario di Alleanza Cattolica, sociologo delle religioni di fama internazionale, nel terzo capitolo Libertà dalla droga. So­ciologia (pp. 111-125), parla degli stupefacenti come simbolo della «rivoluzione antropologica» (p. 111) del Sessantotto: l’incredibile numero di persone decedute direttamente o indirettamente a causa di essi, infatti, è simile a quello di una guerra o di una rivoluzione. Secondo il pensatore e uomo d’azione brasiliano Plinio Corrêa de Oliveira (1908-1995) la scristianizzazione dell’Europa è l’esito di un processo denominato appunto «Rivoluzione», articolato in più fasi: mentre le prime tre — la protestante, la liberale-illuminista e la comunista — «[…] distruggendo tutti i legami organici — religiosi, politici, economici — che rendono l’uomo sociale, hanno mirato a ridurlo a semplice individuo isolato e atomistico» (p. 112), quella del Sessantotto è «soprattutto una rivoluzione nelle tendenze e sovversione in interiore homine» (ibidem). Ciò comporta necessariamente una «rivoluzione nella vita quotidiana» (p. 113), il cui esempio peculiare e doloroso è proprio l’uso della droga, espressione della crisi profonda della civiltà.

La legalizzazione delle droghe — seguendo quanto afferma il Pontificio Consiglio per la Famiglia nel documento intitolato Liberalizzazione della droga?, del 21 gennaio 1997 — ha notevoli ricadute sociali, in termini di criminalità, malattie, incidenti stradali. Tuttavia, secondo una tesi sociologica la legge, per essere credibile, deve ade­guarsi alle preferenze manifestate dalla popolazione attraverso i propri comportamenti. Ci troviamo di fronte, qui, ad affermazioni che hanno il loro fondamento nel relativismo estremo: infatti, se le leggi devono adeguarsi ai comportamenti delle persone, qualsiasi condotta può essere legalizzata.

Il capo hippie australiano Richard Neville, inoltre, afferma che la droga permette agli uomini di «sgusciare dalla camicia di forza della logica aristotelica» (p. 120): tale av­versione per il grande filosofo greco è indicativa di un’avversione verso l’uso retto della ragione, nonché verso l’idea che esista una verità oggettiva conoscibile dalla ragione. La nostra epoca assiste, dunque, all’esito ultimo di tale presa di posizione, cioè la morte della ragione, proclamata dalle teorie post-sessantottine e praticata dal drogato: dal momento che l’uomo non può, per natura, svincolarsi dalla logica, si ottiene artifi­cialmente detto effetto attraverso l’uso di sostanze stupefacenti. Tale «filosofia chimica» è rivelatrice dell’odio tipico della Rivoluzione, odio metafisico contro l’ordine del mondo e contro la ragione, atta a riconoscerlo e comprenderlo, nonché odio teologico verso Dio, creatore di tale ordine, e verso l’uomo, immagine di Dio. Essendo, però, Dio irraggiungibile, tale odio aggredisce le Sue opere: l’universo e, in particolare, l’uomo.

In conclusione, Introvigne riflette sul modo di affrontare la rivoluzione della droga e osserva che sono auspicabili interventi non solo di carattere medico e giuridico ma anche tendenti a operare una vera restaurazione culturale ed educativa. Sarà, però, indispensabile anche una «restaurazione morale della società» (p. 125), ossia una «contro-rivolu­zione, intesa come ascesi del corpo sociale» (ibidem). La quies animi, infatti, è frutto dell’esercizio della virtù della temperanza e, per raggiungerla, è necessario il timore di Dio, principio di ogni saggezza: Initium sapientiae timor Domini (Sal. 110,10).

Simona Martini

 

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