Ancora sulla Riforma Agraria in Brasile

Plinio Corrêa de Oliveira 39 anni fa
Prima pagina  /  Cristianità  /  Articoli e note firmate  /  Ancora sulla Riforma Agraria in Brasile

Plinio Corrêa de Oliveira, Cristianità n. 80 (1981)

 

Uno dei temi dominanti della propaganda rivoluzionaria in Brasile è costituito dalla ricorrente richiesta di una riforma agraria socialista e confiscatoria. Di essa si è fatta in qualche modo paladina la stessa conferenza episcopale brasiliana, alla quale ha documentatamente risposto, dal punto di vista dottrinale ed economico, la TFP di quella nazione, pubblicando e diffondendo in più di 20 mila copie il volume Sou católico: posso ser contra a Reforma Agraria (cfr. Cristianità, anno IX, n. 75-76, luglio-agosto 1981). Il tema ha avuto successivi sviluppi, che non escludono esiti drammatici, e di essi fanno stato articoli del prof. Plinio Corrêa de Oliveira, tra i quali pubblichiamo Começa a rajada, Ziguezague, Pode oscilar o Pão de Açúcar e Ocupações, o caos, comparsi rispettivamente sulla Folha de S. Paulo, 20-7-1981; ibid., 21-7-1981; Ultima Hora, 7-8-1981 e ancora sulla Folha de S. Paulo, 15-9-1981.

 

Continua l’azione sovversiva del progressismo

Ancora sulla Riforma Agraria in Brasile

 

1. Comincia la raffica

Nel comunicato che ha fatto seguito alla riunione plenaria di Itaici, nel 1980, la conferenza nazionale dei vescovi brasiliani (CNBB), ha lanciato il documento Igreja e problemas da terra, autentico manifesto agroriformista, che ha avuto una eco simile a un colpo propagandistico in tutto il paese. Il documento rendeva di pubblico dominio la sua cattiva disposizione nei confronti delle proprietà di dimensione media o grande. E proclamava la sua entusiastica opzione a favore della piccola proprietà, cioè di quella che può essere integralmente sfruttata dal lavoro di una sola famiglia, senza la collaborazione di nessun salariato. Andando oltre, Igreja e problemas da terra annunciava per il 1981 un altro documento della CNBB teso alla rivendicazione di una riforma edilizia, che sarebbe l’applicazione dei principi fondiari agroriformistici – per analogia – al suolo urbano. Per una data posteriore si intravvedeva rimanere una riforma – pure analoga – delle imprese industriali e commerciali, che esponenti molto rappresentativi della CNBB non hanno tralasciato di preconizzare.

Nel febbraio del 1981 la CNBB ha tenuto una nuova riunione generale. Ma, contrariamente a quanto si poteva temere, l’organismo, così turbolentemente riformista l’anno precedente, è parso avere dimenticato questa volta il programma aggressivo che un anno fa aveva provocato tanto clamore. Nel comunicato finale di Itaici ‘81, il grande tema abbordato è stato quello delle vocazioni sacerdotali.

Niente di più opportuno di quest’ultimo tema per una riunione di un così elevato organismo ecclesiastico. Tuttavia, essendo di dominio pubblico che i vescovi agroriformisti sono esattamente sulle stesse posizioni dottrinali del 1980, è impossibile non essere in qualche modo sconcertati di fronte al fatto che nel 1981 abbiano giudicato senza importanza né urgenza la cascata di riforme, che avevano proclamata indispensabile e urgente dodici mesi prima.

Come spiegare questa contraddizione? Che potere, che circostanza, che accadimento è sopravvenuto, tanto forte da determinare, da un anno all’altro, una tale diversificazione di indirizzi?

Non lo so. Il fatto è che, negli ambienti cattolici, la triplice riforma è caduta subito in un sorprendente letargo.

Nel frattempo, venivo elaborando, nel silenzio del mio studio, il libro Sou católico: posso ser contra a Reforma Agrária?. Pensato e scritto nelle mie scarse ore di riposo, nel corso di diversi mesi di riflessione e di studio, l’opera è stata indirizzata a rivendicare, di fronte a Igreja e problemas da terra, il mio diritto di cattolico e di brasiliano di oppormi alla Riforma Agraria (1). Non soltanto il mio diritto, ma quello di tutti gli intellettuali cattolici analogamente in disaccordo con Igreja e problemas da terra. Ancora di più. Ossia il diritto di tutti i proprietari rurali o urbani, grandi o medi, di conservare, per il bene loro e per quello del paese, tanto quanto i piccoli, con la coscienza in pace, le loro legittime proprietà. Parallelamente a me, lavorava alla preparazione di una analisi economica del documento, da pubblicare nello stesso libro, il mio giovane e brillante amico, l’economista Carlos Patrício del Campo.

Contrariamente a quanto speravamo all’inizio, la elaborazione dei nostri studi è stata lunga e complessa. Previsto per essere pubblicato prima di Itaici ‘81, è venuto alla luce soltanto all’inizio di marzo del 1981 (2).

Quando abbiamo messo mano al lavoro, supponevamo molto naturalmente che il libro, una volta pubblicato, avrebbe sollevato un chiasso proporzionato alla categoricità della sua argomentazione e delle sue tesi, così come, e principalmente, all’ampiezza della sua diffusione. Insisto sulla diffusione, perché, purtroppo, essa svolge attualmente una parte più rilevante nella storia di un libro, di quella svolta dal suo merito.

Ora, in questi quattro mesi di vita, Sou católico: posso ser contra a Reforma Agrária? sta avendo, dal nord al sud del paese, una diffusione degna di nota. Grazie allo zelo disinteressato e mirabile di giovani collaboratori della Sociedade Brasileira de Defesa da Tradição, Família e Propriedade (TFP) – mi onoro di notare, di passaggio, che ho scritto il mio studio nella veste di presidente del consiglio nazionale di questo organismo – sta per esaurirsi la seconda edizione di Sou católico: posso ser contra a Reforma Agrária?, che porta a 21 mila il numero degli esemplari diffusi. Trattandosi di un’opera di carattere dottrinale e tecnico, e nelle condizioni del mercato librario brasiliano, il risultato è eccezionale.

E – eccoci al punto – non vi è stato nessuno, nel campo degli agroriformisti cattolici, che abbia a esso opposto qualche replica. Così sono placidamente trascorsi marzo, aprile, maggio e giugno. Luglio è già avanzato. E fino a ora niente.

* * *

Intanto, in questi ultimi trenta giorni – cioè cinque mesi dopo Itaici ‘81 e quattro mesi dopo Sou católico: posso ser contra a Reforma Agrária? – si sta facendo sentire una raffica di dichiarazioni riformistiche di fonte episcopale. Si è messo alla testa, parlando nel Rio Grande do Sul, mons. Pedro Casaldáliga, vescovo di São Félix do Araguaia. Ha cominciato con una aspra censura alla stessa Chiesa: se questa, «nei suoi venti secoli, avesse seguito il programma delle beatitudini, avremmo una società socializzata […]. L’ideale cristiano equivale all’ideale del socialismo». Poco più avanti, il prelato è stato ancora più chiaro quanto alle sue propensioni e simpatie: «Non canonizzo il socialismo sovietico o cubano, ma esistono aspetti positivi: Cuba ha dato lezioni di sanità e di educazione a tutto il suo popolo […]. Il socialismo del Nicaragua è una buona strada». E, infine, dopo avere contestato che il socialismo sia causa della insufficienza dei raccolti in Russia, il disinibito prelato afferma: «Nei paesi socialisti il popolo vive meglio e la fame è minore là di quanto non sia nei paesi capitalisti» (3). Il che è propriamente enorme.

A questa sparata propagandistica ne hanno fatto seguito altre. Lo vedremo nel prossimo articolo.

 

2. Zigzag

Violentemente e sbrigativamente agroriformistica nel suo Comunicato di Itaici ‘80, la CNBB sembra avere fatto sorprendentemente marcia indietro nel comunicato di Itaici ‘81. Ma, con uno sconcertante andirivieni, elementi di rilievo dell’organismo hanno iniziato, nel giugno scorso, una violenta raffica riformistica di carattere propagandistico. È quanto ho descritto nell’articolo precedente, nel quale ho registrata la prima detonazione della serie, esplosa con dichiarazioni, nel Rio Grande do Sul, di mons. Pedro Casaldáliga, vescovo di Sao Félix do Araguaia.

Hanno fatto dichiarazioni di sapore agroriformistico anche mons. Edmundo Kunz, vescovo ausiliare di Porto Alegre (4); mons. Antonio Zuqueto, vescovo ausiliare di Teófilo Otoni (5); mons. Clemente Isnard, vescovo di Nova Friburgo e vice-presidente della CNBB (6): e mons. José Rodriguez, vescovo di Juazeiro (7).

* * *

Come non poteva non essere, si è pronunciato anche mons Quirino Schmitz, vescovo di Teófilo Otoni: «Quando le famiglie povere sono sempre più povere e i ricchi affermano […] che va tutto bene, il popolo deve utilizzare mezzi aggressivi per rivendicare i suoi diritti». Poco prima il prelato aveva sottolineato che «san Tommaso d’Aquino […] parla delle prospettive di conflitti civili armati, come strategia per il ristabilimento della giustizia e della libertà».

Significa andare lontano, non trova, lettore? Forse per essersene reso conto, mons. Quirino Schmitz aggiunge subito dopo di pensare che «la soluzione non è la violenza». Un passo indietro, dunque. O meglio, semplicemente mezzo passo: egli afferma poco dopo che comprenderebbe l’atteggiamento di rivolta del popolo, al quale «non farebbe nulla per impedire […] di difendere la propria vita».

Ma, dopo questa avanzata, viene una nuova ritirata. Infatti, subito dopo mons. Schmitz afferma che «non è il clero che inciterà il popolo a mettere mano a mezzi aggressivi». E, zigzagando tra la cautela e la imprudenza, ecco il vescovo di Teófilo Otoni insinuare che, in certi casi, il clero deve applaudire la violenza: «per esempio in Nicaragua, per la caduta di Somoza». E avverte, infine, che in Brasile il popolo ormai sta «perdendo la pazienza» (8). Che cosa fa qualcuno – popolo o individuo – quando gli scappa la pazienza? Insulta, minaccia, aggredisce…

L’uso di questo linguaggio non comporta uno zigzagare sull’orlo dell’abisso? Come spiegare questo zigzag?

* * *

Chi cerchi una risposta e queste domande non la troverà certamente nella recente conversazione tenuta a Porto Alegre, in occasione della chiusura del seminario della Frente Agrária Gaucha, da mons. Ivo Lorscheiter, vescovo di Santa Maria e presidente della CNBB. Di fronte ai lavoratori rurali riuniti, non ha avuto dubbi nell’affermare che, «in casi estremi, l’unica soluzione per la conquista di mutamenti sociali, […] è la lotta armata, e la Chiesa deve accettare questa situazione come inevitabile».

Più avanti asserisce che il clero «non può restare a braccia incrociate […] in attesa che le cose succedano. Deve essere combattivo». Passo temerario! Ma, secondo il nuovo stile del riformismo agrario progressista, mons. Lorscheiter aggiunge subito dopo che «essere combattivo» non comporta «incitare ad atti violenti». È lo zigzag. Facendo ancora di più un poco di marcia indietro, il prelato aggiunge che la Chiesa condanna «ogni specie di violenza […]. Vogliamo una lotta attiva, ma non violenta».

Tuttavia, nel vortice della ritirata, va avanti, perché afferma essere possibile che, in determinati casi, il clero appoggi movimenti armati contro regimi dittatoriali.

In che modo? Mons. Lorscheiter pensa di prendere le armi? No certamente. Preferisce restare a meditare, «analizzando», nella retroguardia. Infatti, il prelato osserva che, ovviamente, «non saranno i preti e i vescovi ad andare in prima linea. […] Questa soluzione estrema deve essere profondamente analizzata». Chi, allora, adottando la «soluzione estrema», andrà «in prima linea»? Il popolo. Lui. mons. Lorscheiter, e probabilmente altri che pensano come lui, si installeranno nella retroguardia, ad «analizzare», «prima che il popolo parta per il confronto radicale».

Non credo che la sua enfasi sinistrorsa sia mai arrivata così lontano. Ma, ora al culmine della avanzata, eccolo ritirarsi più di una volta. È lo zigzag. Egli ricorda che san Tommaso considera i conflitti civili armati la «estrema strategia per il ristabilimento della giustizia e della libertà», e fa notare: «Chi ci garantisce che sono esaurite tutte le forme pacifiche di negoziato con i regimi di forza?». Ossia, forse – il lettore noti il «forse» – in Brasile non è ancora ora che il popolo prenda le armi.

Così, forse è ora di prenderle… e rimesso al giudizio di ciascuno decidere. Se alcuni, o molti, pensano di sì, allora vadano avanti. Il presidente della CNBB non li scoraggerà.

Ma viene subito una ritirata. Per mons. Lorscheiter sarà necessario che si aspetti «minimo più di cento anni per concludere che sono impraticabili i metodi pacifici di mutamento del nostro sistema». Vi può essere qualcosa di più ambiguo? Più di cento possono essere centouno, come possono essere mille. «Minimo più di cento» che cosa vuole dire in questo contesto? Si ha la impressione che, scherzando così con il non sense oppure con l’assurdo, mons. Lorscheiter voglia eccitare le impazienze che ha appena esasperato in passi precedenti.

Egli chiude dicendo che, prima di questa data vaga, è «una precipitazione molto rischiosa parlare di lotta armata» (9).

Ora, che cosa sta facendo lui, se non parlare di lotta armata? Quando fa marcia indietro, da chi mons. Lorscheiter cerca di coprirsi? Perché non lo dice? Di chiaro, nelle sue parole, vi è soltanto un punto: la identità di chi cerca di attaccare.

Cioè, oggi, i proprietari rurali. Domani, secondo il documento di Ittici ‘80, i proprietari urbani.

Perché tutto questo zigzagare che, dal febbraio del 1980, sta agitando, con ritmo più lento all’inizio, e negli ultimi trenta giorni con ritmo frenetico, la opinione pubblica cattolica del Brasile?

La opinione pubblica cattolica del Brasile! Quindi tutto il Brasile…

 

3. Il Pão de Açúcar può oscillare

Da un estremo all’altro del Brasile, oggi si sente parlare della necessità di «riforme delle strutture socio-economiche». La insistenza a tale proposito sta assumendo toni con l’aspetto di una vera manovra di guerra psicologica rivoluzionaria. Infatti, esaminata accuratamente la formula – martellata con la insistenza di uno slogan -, essa lascia vedere che ha una andata e non ha un ritorno.

Infatti, la parola «riforma» vi è impiegata con ampiezza indefinita. Non specifica se il suo indirizzo è verso la sinistra, oppure verso la destra. Ma, in realtà, quasi tutti quelli che se ne servono lasciano vedere che, attraverso di essa, mirano unicamente a trasformazioni ugualitarie. Alcune più. Altre meno. Ma tutte, infine, ugualitarie.

Il clamore per tali riforme sta costituendo così un vero fronte comune di opinione pubblica, che raccoglie, per la realizzazione di un solo sforzo, tutti coloro che desiderano un mondo nuovo, meno lontano dal mondo comunista di quello attuale. Questa diminuzione di distanza, alcuni la desiderano rapida e radicale, altri la desiderano più lenta e discreta. Altri, infine, quasi infinitesimale. Ma, in tutti i casi, è una diminuzione di distanza.

È come se si formasse, nella città di Rio de Janeiro, una unione di sforzi fisici magnificamente collegati per spostare il Pão de Açúcar (10). Alcuni fra quelli che portano il loro contributo a questo sforzo globale vorrebbero spostarlo soltanto di qualche millimetro. Altri, più drastici, di qualche centimetro. E, da lì in avanti, vi è persino una minoranza che vorrebbe gettarlo in fondo al mare. Per questa ultima, tutti gli adepti dello spostamento dell’attuale equilibrio del gigantesco monolito sarebbero indiscriminatamente alleati. Infatti, tutti concorrerebbero all’essenziale, che consisterebbe nel piegare, non importa verso quale lato, la colossale roccia. Una volta che si fosse messo a vacillare, sarebbe meno difficile sfruttare un momento opportuno per gettarlo in mare.

L’attuale ordine di cose è paragonabile al Pão de Açúcar. Per quanti lo vogliono gettare nel pelago comunista, l’importante è farlo vacillare. E, a questo scopo, può concorrere mirabilmente il vociare a favore delle riforme di struttura. Tanto più quanto, come ho detto, questo vociare enfatizza una formula che va soltanto verso la sinistra, cioè verso l’ugualitarismo, alla cui estremità sta il comunismo.

Ai nostri giorni, nei quali la gerarchia socio-economica viene scossa, corrosa e contestata persino da molti di coloro che occupano in essa posizioni elevate, sarebbe il caso di includere nell’elenco delle riforme almeno alcune misure che rafforzassero questa gerarchia. Ma chi la proponesse in una riunione di riformisti, avrebbe contro di sè il fronte comune di tutti i presenti. Proprio come chi, in una via molto trafficata, fosse entrato in automobile contro mano. 

* * *

Queste osservazioni suggeriscono cautela rispetto alla attuale ondata riformistica. Cautela che potrebbe esprimersi in una presa di posizione molto semplice, cioè in una richiesta a ogni riformista perché definisca chiaramente quali sono le riforme che desidera. Il disaccordo reciproco tra tutti i riformisti diverrebbe allora evidente.

Sarebbe equivalente a spezzare l’onda e a scomporla in mille goccioline…

Proponendo una tale presa di posizione, devo a mia volta precisare la mia. Non voglio, infatti, essere male interpretato.

Desidero anzitutto affermare che non sono ostile a ogni e qualsiasi riforma. Voglio, sì, che la riforma non sia intesa come mezzo per fare una giustizia unilaterale in favore dei poveri contro i ricchi, oppure dei ricchi contro i poveri. Infatti, sia detto di passaggio, anche i ricchi hanno diritti, compreso… quello di essere ricchi. Una giustizia unilaterale è assurda quanto una bilancia alla quale si sia strappato un piatto.

D’altro canto, dal fatto che ogni regime ugualitario è intrinsecamente ingiusto non concludo che ogni disuguaglianza sia necessariamente giusta. Penso anche che la struttura socio-economica capitalistica tenda a costituire disuguaglianze così enormi da fare il gioco dell’ugualitarismo. Se tutto il patrimonio privato di un paese grande come il Brasile finisse per appartenere a un nucleo di mille o duemila plutocrati, si produrrebbe di conseguenza uno squilibrio a causa del quale o essi dominerebbero lo Stato, oppure questo dovrebbe dominarli. La corda si spezzerebbe naturalmente dal lato più debole.

La multitudine, disinteressata al mantenimento del principio della proprietà individuale, rimarrebbe indolente oppure si manifesterebbe forse persino entusiasta, nel caso che lo Stato attaccasse questo microcosmo di supernababbi. E come sarebbe facile allo Stato farlo, armato dei mille mezzi che oggi gli offrono le tecniche di pressione propagandistica, finanziarie, fiscali e poliziesche!

L’auge della disuguaglianza sarebbe così l’ultimo passo verso la uguaglianza completa. E non vi è niente di più utile per la conservazione delle disuguaglianze legittime del mantenerle integre e vigorose, ma proporzionate all’ordine naturale delle cose.

* * *

Fatto salvo tutto questo, è tuttavia il caso di esigere dai riformisti che attualmente seguono il new-look socio-economico, che siano espliciti e precisi. Fra essi, quanti non vogliono servire da «utili idioti» o da «compagni di strada» del comunismo, si ritirino dall’onda. Quanti vogliono essere una cosa oppure l’altra, lo dicano apertamente. In questo caso, non tarderanno a sentire quanto, dall’alto al basso della scala sociale, vi sarà chi li respinga come collaboratori del massimo nemico della civiltà cristiana.

 

4. Occupazioni, il caos

Il Brasile è scosso da un capo all’altro dalle occupazioni di immobili rurali e urbani. «Scossi da un capo all’altro 8 milioni e mezzo di chilometri quadrati? Non vi è esagerazione in questa affermazione, quando le aree occupate costituiscono soltanto minuscole porzioni all’interno di questa totalità?». Questo si chiederanno molti lettori.

Rispondo. Il potere di distruzione di un atto contrario alla legge di Dio e a quella degli uomini si misura molto meno dal numero delle vittime che dalla rilevanza del precetto trasgredito, E dalla gravità della lesione. Ora, nel caso concreto delle occupazioni, viene leso uno dei diritti naturali basilari dell’uomo, quello di proprietà. Esso deriva dallo stesso ordine naturale delle cose. Ed è definito nei comandamenti della legge di Dio. Per di più, lo garantiscono le leggi temporali vigenti.

Affermandolo, ho davanti il fatto concreto che di queste o di quelle terre, o terreni, stanno venendo spogliati i legittimi proprietari. Tuttavia, tali fatti non hanno soltanto una portata personale locale. Ma la lesione del diritto di proprietà viene portata molto, molto più avanti dalle occupazioni. In modo più o meno esplicito, quanto in esse è affermato è che la proprietà privata non esiste più. Ossia, che chiunque ha il diritto di proclamarsi bisognoso, secondo un criterio assolutamente soggettivo e arbitrario. E che, a partire da questo, può liberamente mettere mano su quanto è degli altri.

Soltanto per argomentare, accetto in questa occasione, senza le sfumature né le indispensabili indicazioni di circostanza, il principio secondo cui, quando qualcuno è bisognoso del necessario, e non ha nessuna soluzione a portata di mano, può appropriarsi di quanto è altrui.

Ugualmente soltanto per argomentare, registro l’ipotesi, evidentemente contrastante con la realtà, che in questo paese con circa il 60 per cento di terre incolte, e appartenenti al potere pubblico, l’unico mezzo per un brasiliano di trovare spazio di abitazione o di lavoro consiste nel piantarsi sulla terra degli altri, invece di fare quanto si è fatto da quando il mondo è mondo. Cioè, le braccia che eccedono vanno a sfruttare le terre che pure eccedono. Povero Brasile, se il Portogallo non avesse fatto così! Se l’eccesso di braccia del Portogallo dal secolo XVI al secolo XX, invece di emigrare verso l’America, l’Africa e l’Asia, fosse rimasto nel proprio paese, a dividere e a suddividere all’infinito minifondi, tutto il Portogallo sarebbe oggi una immensa e miserabile favela!

Ribatto a chi mi obietta che le terre demaniali non servono al lavoratore urbano oppure rurale che abita lontano da esse: se egli è scontento della megalopoli nella quale lavora troppo e guadagna meno, e se il salario del lavoratore rurale gli sembra insufficiente, ha il diritto di richiedere al potere pubblico trasporto, finanziamento iniziale, strumenti di lavoro e terra, nella quale vivere di quanto produce con le proprie mani. Se con questo ne patiranno le industrie, peggio per il padrone poco sveglio. L’esodo dei bisognosi sarebbe il più colossale degli scioperi…

È vero che, per realizzare una tale soluzione, sarebbe necessario montare tutto un sistema di sfruttamento di terre, molto incompletamente in vigore. In realtà, il tema avrebbe dovuto avere il posto principale nei dibattiti dei partiti politici, negli organi di comunicazione sociale. Ma non è stato quanto è accaduto. Se si fosse fatto in favore di un vasto popolamento dell’hinterland brasiliano da parte dei lavoratori rurali e urbani bisognosi tutto quanto si è fatto per discutere la questione, per altro importante, della liberazione di criminali politici, e del ritorno degli esiliati, l’attuale crisi sarebbe ben più blanda, e sarebbe in via di soluzione.

D’altronde, si sa che vi è miseria nelle favela. Ma si sa anche che non ogni abitante delle favela è un indigente: al contrario, diversi tra loro posseggono radio, televisione, frigorifero, e succede che, talora, abbiano anche l’automobile. In che misura il semplice fatto che qualcuno abiti nelle favela prova che è bisognoso, e che ha diritto di insediarsi nell’immobile dell’altro?

La problematica potrebbe estendersi a perdita d’occhio, oltre lo spazio di questo articolo.

Un punto è certo. Il fatto che da questo stato di bisogno non si può dedurre, nel caso concreto, la norma secondo cui qualsiasi persona può essere giudice della propria causa, proclamandosi bisognoso e installandosi nella proprietà altrui.

Se ammettessimo questa norma, giungeremmo direttamente all’assurdo. Infatti, perché il bisognoso ha diritto soltanto alla terra o al terreno? In virtù dello stesso «diritto» non potrebbe strappare il gioiello alla signora che passa per la strada per venderlo, strappare il portafoglio al marito che la accompagna, «occupare» l’automobile che hanno lasciata accostata al marciapiede, entrare in un qualsiasi negozio e «occuparne» la mercanzia, per consumarla oppure, ancora una volta, per venderla? Perché soltanto in materia di immobili la occupazione assume toni di prodezza, e in materia di ricchezze di altro genere la occupazione è… «occupazione»?

In questa prospettiva, perché arrestare un ladruncolo? Non può anche lui sostenere di essere un bisognoso?

Su questa strada il lettore vede chiaramente verso quale caos, verso quale pandemonio sta venendo portato il Brasile. Portato da chi?

Provo simpatia con tutta l’anima per i bisognosi autentici. So che in nessun modo possono essere equiparati, da un moralista, ai ladruncoli e simili. Ho compassione della loro situazione. E peroro a loro favore una vasta distribuzione di terre, a spese del maggior latifondista del Brasile, che è il potere pubblico, l’Unione, gli Stati, i municipi.

Semplicemente non mi trova d’accordo che la loro situazione sia risolta attraverso la applicazione di un principio falso che porterebbe il Brasile e loro nel pandemonio e nel caos. Gettare il Brasile nel caos può soltanto pregiudicare la soluzione che propongo, che, al contrario, richiede ordine.

Chi incolpo, allora, se non lo faccio con gli occupanti?

La grande responsabile del fatto è la sinistra detta cattolica, pilotata, nel caso concreto, da quello di cui è, da circa quarant’anni, la grande, facile e costante compagna di strada.

Di questo sono testimone. La mia lotta contro la infiltrazione sinistrorsa nella Chiesa è cominciata nel 1943, quando, nella veste di presidente della giunta archidiocesana di Azione Cattolica, ho pubblicato il libro Em defesa da Ação Católica (11). Lo avevo scritto espressamente per mettere in guardia gli ambienti religiosi del Brasile contro il male che cominciava a svilupparsi.

Da allora a oggi, la mia azione pubblica è consistita in un lungo aprire gli occhi di tutti di fronte al pericolo. Libri di enorme tiratura sono stati letti con interesse. Ma si «lascia stare tutto, per vedere come va a finire».

E il risultato è questo. La sinistra detta cattolica sta guidando le occupazioni, seguita da quella formichina velenosa che è il Partito Comunista del Brasile.

Plinio Corrêa de Oliveira

 

Note:

(1) Con Riforma Agraria con le iniziali maiuscole si intende fare riferimento a una riforma agraria rivoluzionaria, di sinistra e insana, che comporta il colpire a fondo e persino l’eliminare la proprietà privata. Perciò, le critiche rivolte alla Riforma Agraria non si riferiscono in alcun modo a eventuali misure che promuovano un autentico progresso nella vita agricola oppure agro-zootecnica, in armonia con la tradizione brasiliana (ndr).

(2) Cfr. PLINIO CORRÊA DE OLIVEIRA e CARLOS PATRÍCIO DEL CAMPO, Sou católico: posso ser contra a Reforma Agrária, Vera Cruz, San Paolo 1981.

(3) Jornal do Brasil, 17-6-1981.

(4) Cfr. Zero Hera, 30-6-1981.

(5) Cfr. Noticias, bollettino settimanale della CNBB, 2-7-1981.

(6) Cfr. Jornal do Brasil, 11-7-1981.

(7) Cfr. Ibid., 15-7-1981.

(8) Ibid., 6-7-1981.

(9) Ibid., 5-7-1981.

(10) Gigantesco massiccio che domina la baia di Guanabara, una profonda insenatura dell’Oceano Atlantico, di cui Rio de Janeiro occupa la riva sud occidentale (ndr).

(11) Cfr. PLINIO CORRÊA DE OLIVEIRA, Em defesa da Ação Católica, Editora «Ave Maria», San Paolo 1943.

 

Categorie:
  Articoli e note firmate, Cristianità
Autore

 Plinio Corrêa de Oliveira

  (48 Articoli)