Il brutto del Sessantotto

Architettura (anche sacra), moda, stile. Come la rivoluzione culturale ha costruito un futuro di macerie
Stefano Chiappalone 2 mesi fa
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di Stefano Chiappalone

Se i mutamenti artistici offrono una radiografia dei fenomeni spirituali che possono dar luogo a cambiamenti epocali, a 50 anni dal 1968 meritano una riflessione anche i differenti universi estetici che si manifestano a cavallo della fatidica data. Si potrà così osservare, lapalissianamente, che il 1968 si pone a metà tra il 1958 e il 1978: una foto risalente a ciascuno di questi due estremi rende ragione della profondità dei cambiamenti avvenuti nel corso di quel ventennio. Una immagine degli anni 1950 mostrerà infatti villette liberty o edifici razionalisti con vaghi richiami alla classicità (echi di quell’altro “ventennio”, che in architettura sopravvive ben oltre il 1945). I capolavori sono già rarefatti, ma permane un senso della grandezza o almeno dell’ordine, ben espresso anche da un abbigliamento composto, forse troppo serioso talora (o forse è solo effetto delle foto in bianco e nero?), con una curiosa uniformazione verso l’alto per cui anche i ceti più umili ci tengono a sfoggiare l’abito della festa. E, last but not least, un mondo in cui gli uomini vestono da uomini e le donne vestono da donne…

Facciamo un salto di vent’anni e troveremo il “bel paese” invaso da una colata lavica di palazzoni e casermoni. Nel suo Maledetti architetti (trad.it., Bompiani, Milano 2001), il giornalista e scrittore statunitense Tom Wolfe (1930-2018) ne attribuisce la genesi anche ideologica agli scatoloni antiborghesi dell’architetto tedesco Walter Adolph Gropius (1883-1969). Negli anni ’60 livellano le identità e oscurano l’orizzonte, crescono come funghi, di pari passo con il proliferare di look sempre più improbabili, tesi soprattutto a prendere le distanze dal “vecchio” mondo borghese.

Proprio la rottura con il passato è infatti uno degli elementi chiave di quella rivoluzione culturale che ha fatto da spartiacque tra i decenni precedenti e quelli successivi. Guerra alla memoria, rappresentata dai templi ricevuti in eredità dai secoli precedenti. Guerra alle convenzioni borghesi, abolendo la cravatta o lasciandosi crescere barboni incolti (da non confondere con la barba postideologica odierna, sia detto a tutela della barba di chi scrive). L’abbigliamento esprime il conflitto tra generazioni e si avvia a passare dall’esaltazione delle differenze sessuali al loro nascondimento. Uomini che si vergognano della cravatta e donne che si vergognano d’indossare la gonna sono però nulla in confronto alla moda unisex che va popolando la nostra epoca di esseri quasi androgini, persino nel taglio dei capelli.

Un discorso a parte meriterebbe quel “Sessantotto ecclesiastico” in nome del quale sono stati segati via altari storici e costruiti stravaganti edifici di culto in cui, a dire il vero, il culto è quasi impraticabile. Lo storico dell’arte austriaco Hans Sedlmayr (1896-1984) vi vede riflessa «[…] la deificazione dello “spirito dei tempi” che […] ha usurpato il posto che lo Spirito Santo occupa nella vita dei cristiani» (La rivoluzione dell’arte moderna. Memorandum sull’arte ecclesiastica cattolica,  trad.it., a cura di Lorenzo Cantoni, Cantagalli, Siena 2006, p. 171).

Se l’esperimento fosse riuscito dovremmo vedere folle di turisti nella cattedrale di La Spezia (popolarmente detta “il gasometro”) invece che a San Pietro e volti estasiati nel casermone di Frosinone invece che per le vie di Siena… Se invece l’esperimento non fosse riuscito e ci andasse un po’ stretta questa indistinta e desolante periferia del mondo moderno, potremmo iniziare trasformando la capillare guerra al passato in gratitudine per le riserve di bellezza e buon senso da tramandare alle generazioni future.

Sabato, 9 giugno 2018

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 Stefano Chiappalone

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