Comunismo e “sviluppo della persona umana”

46 anni fa
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Giovanni Destri, Cristianità n. 5 (1974)

 

Il comunismo e il demonio hanno grande vantaggio nell’essere ignorati dai più circa la loro natura e il loro modo di essere.

Entrambi, prima di divenir padroni di un popolo o di un’anima, sembrano rinnegare se stessi, proclamando addirittura di non esistere, o tentano di presentarsi come il bene supremo, la pace, la felicità autentica dell’uomo.

Catturata poi la preda, non tardano naturalmente a rivelarsi agli occhi della vittima in tutto il loro orrore e la loro bestialità.

Un alleato, tra i più fedeli, in quest’opera di conquista è la memoria dell’uomo, che di fronte al pericolo, spesso non “ricorda” la realtà e non ha più il soccorso di un insegnamento, di un’immagine o di una parola rivelatrici della verità.

Qui e adesso il nostro intento è di offrire una traccia, un “aiuto” a chi sia assalito dal dubbio, a chi cominci a credere, vinto dall’ipnosi di una sapiente propaganda, che il comunismo sia davvero la grande forza liberatrice dell’umanità, l’autentico paradiso, o più semplicemente che un uomo lo possa tollerare. A questo scopo ci serviremo di dati esclusivamente relativi all’Unione Sovietica.

Dicono infatti Marx ed Engels: “Solo nella comunità [socialista] ciascun individuo ha i mezzi per sviluppare in tutti i sensi le sue disposizioni; solo nella comunità diventa dunque possibile la libertà personale” (1).

Di rincalzo il XXII congresso del PCUS afferma: “Sarà realizzata la parola d’ordine del partito: tutto in nome dell’uomo, per il bene dell’uomo” (2).

Non è da meno il X congresso del PCI, fedele esecutore di ordini e di direttive, che sostiene come l’URSS sia all’avanguardia nel realizzare “il completo sviluppo e rispetto della persona umana” (3).

La medesima assise si augura anche per l’Italia un simile “sviluppo della personalità del lavoratore e del produttore” (4).

In seguito si apprende pure come il PCI sia l’organizzazione degli operai e dei lavoratori che “lottano per la libertà e la valorizzazione della persona umana” e come reclami la piena affermazione “dei diritti di libertà e di eguaglianza” (5).

Fino a questo momento non si potrebbe dubitare della sincerità e dell’impegno umano e sociale dei comunisti, tesi nell’ammirevole sforzo di forgiare una nuova società per una nuova umanità, se, accanto alle prime dichiarazioni, non ve ne fossero altre, meno note, ma non per questo meno autentiche.

Bonch-Bruyevich, fedele seguace di Lenin, scriverà dopo la rivoluzione: “Noi ci eravamo da lungo tempo preparati mentalmente per il giorno in cui avremmo dovuto difendere le realizzazioni della dittatura del proletariato […] col ricorso ad uno dei più radicali ed efficaci mezzi della nostra lotta rivoluzionaria: il terrore rosso” (6).

Lenin nel giugno del ’18 sostiene: “L’energia e il carattere di massa del terrore vanno incoraggiati” (7).

Ancora, il capo della rivoluzione ribadisce nel ’22 che: “Il tribunale non deve abolire il terrore, ma deve convalidarlo e legalizzarlo” (8).

Non sono da meno le affermazioni di Nechaev e Bakunin: “Il rivoluzionario considera morale ogni cosa che aiuti il trionfo della rivoluzione; sentimenti teneri e deboli di parentela, amicizia, amore, gratitudine, e persino onore, devono essere umiliati in lui da una fredda passione per la causa rivoluzionaria. Giorno e notte egli deve avere un solo pensiero, un solo scopo: la distruzione della pietà” (9).

Nell’opera Da dove cominciare, Lenin afferma: “Il terrorismo è una forma di operazione militare che può essere utilmente applicata, o può addirittura rivelarsi essenziale in certi momenti della battaglia” (10).

La violenza è cosa sacra”, incalza Bukharin (11).

Lunaciarski proclama: “Abbasso l’amore del prossimo! Noi abbiamo bisogno di odio!” (12).

Non manca neppure la voce di un poeta; Surkov canta: “Il quarto elemento dell’umanesimo sovietico si esprime nell’idea austera, ma bella, dell’odio” (13).

Di fronte ad affermazioni così contrastanti, non rimane che la prova dei fatti; l’albero si riconosce dai frutti, e infatti gli orrori iniziano nell’ottobre del ’17 e continuano tuttora senza rallentamenti, in esemplare applicazione della dottrina dell’odio.

Dopo il massacro della famiglia imperiale, che il 16 luglio del ’18 segna emblematicamente l’inizio del terrore, la CEKA, l’onnipotente polizia segreta, delibera, in seguito all’attentato a Lenin, l’uccisione di 500 ostaggi (14).

Dal gennaio del ’18 al luglio del ’20 la mortalità supera di 7.000.000 di unità la norma dei decessi per cause naturali (15).

Inoltre si calcola, per difetto, che nel periodo ’17-23 le esecuzioni ufficiali siano state circa 500.000 (16).

Si giunge al 1921, l’anno della prima applicazione pratica dell’economia collettivista e quindi della “grande fame”, con i suoi 5.050.000 morti, frutto del genio economico del comunismo; e in questo numero sono ovviamente compresi le decine di migliaia di contadini in disperata rivolta, trucidati dai bolscevici, per ordine di Lenin (17).

Molotov, per lunghi anni il principale esponente della diplomazia sovietica, dichiarerà al XVII congresso dei Soviet – presentandolo come un fatto ineluttabile e in fondo necessario – che tra il 1926 e il 1934, per costringere i contadini a cedere i raccolti e le terre e contemporaneamente a lavorarle, se ne dovettero “far morire” 5.500.000 (18).

Con l’avvento del regno infero di Stalin, fu chiusa definitivamente la “pratica” dei contadini e dei piccoli proprietari terrieri.

Fu provocata artificialmente una nuova carestia, confiscando prima ed esportando poi le ultime riserve alimentari delle fattorie e delle campagne. Il grano e il burro erano inviati all’estero, mentre bambini e adulti ucraini, del Medio-Volga, del Caucaso settentrionale e del Kazhakistan, morivano di fame.

Il presidente dell’ucraina, Petrovsky, disse a un corrispondente estero che i morti di fame si contavano a milioni (19).

Evidentemente i kulaki, piccoli proprietari, non erano uomini ed erano senz’altro privi di quell’umana personalità che il comunismo sviluppa e arricchisce.

Stalin dirà a Churchill di avere risolto il problema dei kulaki con la fame e la Siberia (20).

Il secondo segretario del partito per l’Ucraina, Khatajevich, dichiarò che il raccolto del 1933 “[…] fu la prova della nostra forza e della loro capacità di resistenza. C’era voluta la carestia per far loro capire chi era il padrone. Il costo è stato di milioni di vite umane, ma il sistema delle fattorie collettive ha resistito. Abbiamo vinto la guerra” (21).

Kruscev, per giustificare l’acquisto di grano all’estero, riconosceva nel ’63: “In certe regioni, per mancanza di pane, la gente soffriva e perfino moriva. Sì, compagni, questo è un fatto: nel 1947 in parecchie regioni del paese, per esempio in quella di Kursk, la gente moriva di fame” (22).

A questi genocidi e a questi orrori vanno aggiunti quelli delle prigioni, dei campi di sterminio, delle deportazioni e del lavoro forzato.

Il canale Stalin, tra il mar Baltico e il mar Bianco, così celebrato da Gorky, costò in realtà 300.000 morti di fame, di freddo e di torture (23).

Da fonti sindacali americane si è calcolato, nel ’47, in 10.000.000/15.000.000 il numero dei prigionieri nei campi di lavoro forzato (24). La Civiltà Cattolica conferma la cifra di 15.000.000 (25).

Calcolando, con R. Conquest, una media annuale di 8.000.000 di “ospiti” nei campi, dal ’36 al ’50, con una mortalità media del 10%, si arriva a 12.000.000 di vittime, alle quali vanno aggiunti i fucilati e i morti per inedia delle carestie del ’21 e del ’33 (26).

Secondo Sakharov, migliaia di detenuti furono abbattuti a colpi di mitra solo per ridurre l’affollamento (27).

Non meno allucinante è la deportazione di interi popoli: dai territori baltici della Polonia, dalla Lituania; coreani della provincia marittima intorno a Vladivostock, tartari della Crimea, calmucchi, ceceni, finnici della zona di Leningrado, con un tasso di mortalità variante dal 25% al 46% (28).

Dopo la morte di Stalin vi è stata forse riduzione nel numero delle vittime, ma in compenso si sono perfezionate qualitativamente le tecniche repressive e di annientamento di qualsiasi opposizione, con gli internamenti forzati nei manicomi, dove insieme al bastone operano farmaci capaci di spegnere ogni barlume di lucidità e di intelligenza nei reclusi, “pazzi” perché forse ancora in possesso di un minimo di consapevolezza e di dignità umana, conservate nonostante le “tecniche di sviluppo della personalità”, proprie del comunismo.

Poiché comunque comunismo e morte, comunismo e delitto, comunismo e schiavitù non possono a lungo ignorarsi, l’occidente ha dovuto assistere al massacro degli ungheresi nel ’56, voluto dall’anti-stalinista Kruscev, il quale, nell’occasione, ha dato ampia prova della nuova libertà.

Breznev, poi, iniziata la riabilitazione di Stalin, ha spento la Cecoslovacchia ricacciandola nel buio della peggiore tirannide.

* * *

Chi vorrà ricordare le nude cifre e i crudi fatti potrà avere sicuri argomenti polemici, ma molto meglio sarà meditare e far meditare sul dramma umano degli uccisi, dei deportati, dei prigionieri, dei loro cari, dei figli, dei genitori travolti, torturati e provati dalla più inumana e demoniaca delle utopie.

Quando poi tutti coloro per i quali “vita umana”, “amore”, “famiglia”, “uomo” non sono solo semplici formule vuote e prive di senso, si saranno confrontati con una delle vittime o avranno immaginato con dolore e sofferenza se stessi e le loro famiglie nello stesso inferno, allora potranno convenientemente valutare e stimare nel giusto valore l’affermazione del complice Palmiro Togliatti, secondo cui il regime sovietico “pone lo sviluppo libero e multiforme della persona umana al centro di tutta la vita sociale” (29).

GIOVANNI DESTRI

 

Note:

(1) K. MARX- F. ENGELS, L’ideologia tedesca, trad. it., Editori Riuniti, Roma 1958, p. 72.

(2) La costruzione del comunismo programma e statuto del PCUS al XXII congresso, trad. it., Editori Riuniti, Roma 1963, p. 11.

(3) X congresso del PCI, Editori Riuniti, Roma 1963, p. 652.

(4) Ibid., p. 696.

(5) Ibid., pp. 761 e 697.

(6) BONCH-BRUYEVICH, Na boyevich postakh fevralskoi i oktyabrskoi revolutsii, Mosca 1930, pp. 177-178, cit. in CONQUEST – WALKER – HOEMER – EASTLAND, Il costo umano del comunismo, Edizioni del Borghese, Milano 1973, p. 31. Questo volume contiene la traduzione parziale della documentazione raccolta da Robert Conquest per la Commissione Giustizia del Senato degli Stati Uniti, il cui titolo originale è The Human Cost of Soviet Communism prepared at the request of Senator Thomas J. Dodd for the Subcommitee to investigate the Administration of the Internal Security Act and other Internal Security Laws of the Commitee on the Judiciary United States Senate, U.S. Government Printing Office, Washington 1971. Le citazioni successive saranno semplicemente indicate come tratte da R. CONQUEST, Il costo umano del comunismo, e si riferiranno alla traduzione italiana controllata con l’originale.

(7) V. I. LENIN, Opere complete, 4ª ed. russa, vol. XXXV, p. 275, cit. in R. CONQUEST, op. cit., p. 33.

(8) V. I. LENIN, Opere complete, 2ª ed. russa, vol. XXVII, p. 926, cit. in R. CONQUEST, op. cit., p. 41.

(9) NECHAEV – BAKUNIN, Catechismo rivoluzionario, cit. in W. GURIAN, Introduzione al comunismo, trad. it., Cappelli, Bologna 1962, p. 36, n. 1.

(10) V. I. LENIN, Da dove cominciare, cit. in W. GURIAN, op. cit., p. 11, n. 1.

(11) Citato in GUIDO MANACORDA, Il bolscevismo, Sansoni, Firenze 1940, p. 94.

(12) Citato in G. MANACORDA, op. cit., p. 107.

(13) Citato in G. MANACORDA, op. cit., p. 107.

(14) Cfr. Isvestia, 3-9-1918, cit. in R. CONQUEST, op. cit., p. 35.

(15) Cfr. L. KRITSMAN, The Heroic Periode of the Revolution, 2ª ed., Mosca 1926, p. 187, cit. in R. CONQUEST, op. cit., p. 38, n. 19.

(16) Cfr. R. CONQUEST, op. cit., p. 39.

(17) Cfr. G. LOIACONO S. J., Il marxismo, Edizioni Domenicane Italiane, Napoli 1966, p. 120.

(18) Ibid., p. 121.

(19) Cfr. FRED E. BEAL, Word from a Native, Londra 1937, pp. 254-255, cit. in R. CONQUEST, op. cit., p. 43, n. 26.

(20) Cfr. W. S. CHURCHILL, The Second Word War, vol. IV, pp. 447-448, cit. in R. CONQUEST, op. cit., p. 45, n. 34.

(21) VICTOR KRAVCHENKO, Chose Freedom, Londra 1947, p. 130, cit. in R. CONQUEST, op. cit., p. 45, n. 35.

(22) Pravda, 10-12-1963, cit. in G. LOIACONO S. J., op. cit., p. 120.

(23) Cfr. G. MANACORDA, op. cit., p. 101.

(24) Cfr. International Free Trade Union News gennaio 1947 in Schiavismo Rosso Il lavoro forzato in Russia documentato all’ONU dalla Federazione Americana del Lavoro, Salani, Firenze 1952, p. 14.

(25) Cfr. Civiltà Cattolica, novembre 1952, cit. in G. LOIACONO S. J., op. cit., p. 121.

(26) Cfr. R. CONQUEST, op. cit., p. 66.

(27) Cfr. A. D. SHAKAROV, Progress, Coexistence and Intellectual Freedom, ed. ingl., Londra 1968, p. 55, cit. in R. CONQUEST, op. cit., p. 52. n. 45.

(28) Cfr. R. CONQUEST, op. cit., p. 57.

(29) X congresso del PCI, cit., p. 50.

 

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