Contro il governo rosso Andreotti-Berlinguer

Alleanza Cattolica 42 anni fa
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Cristianità n. 36 (1978)

La Democrazia Cristiana ha introdotto i comunisti nell’area di governo. Inescusabile silenzio dell’episcopato di fronte al tradimento: l’interessamento per la sorte dell’on. Moro fa risaltare l’insufficiente interessamento per quella dell’Italia. La farsa dei «cento». Il terrorismo brigatista come strumento per la conquista comunista del potere. Appello alla nazione perché resista alle pressioni dello Stato sovversivo.

 

Per una azione culturale, civica e sociale
CONTRO IL GOVERNO ROSSO ANDREOTTI-BERLINGUER

 

Per chi, come noi, segue la vita politica nazionale con un ritmo più lungo e più disteso di quello affannoso della cronaca, sono certamente minori i soprassalti provocati dai singoli avvenimenti, ma le emozioni sono ben lontane dal mancare, tutte le volte che, dal tratto quotidiano apparentemente insignificante, emerge la figura completa o almeno chiaramente abbozzata; una figura, forse, più difficile da cogliere da parte di quanti sono, necessariamente o volontariamente, piegati in continuazione sul foglio, e non lo contemplano mai con quel distacco, sia pure minimo, che consenta di apprezzare l’insieme.

1. Le ultime settimane della vita politica italiana, dopo il 16 marzo, sono certamente confuse dalla enorme chiazza di sangue del tragico eccidio di via Fani e dalla perdurante cattività del presidente della Democrazia Cristiana, on. Aldo Moro, ma quel sangue non riesce – né tanto meno vi riescono i messaggi e le «gesta» giudiziarie delle Brigate Rosse – a coprire, ai nostri occhi, il rosso di fondo, costituito dall’ingresso dei comunisti nell’area di governo, a conclusione della loro «lunga marcia» attraverso la società, che sta per concludersi al vertice delle istituzioni, senza che nessuno osi più negare il fatto «storico» o levare cortine fumogene a copertura della evidenza.

2. Il ciclo aperto con l’allontanamento dei comunisti dal governo nell’ormai lontano 1947 – una mossa che ha consentito alla Democrazia Cristiana di «esigere» l’unità dei cattolici in funzione anticomunista; di impedire la nascita di un partito conservatore e di trasbordare così a sinistra l’elettorato cattolico – ha avuto il suo tratto ascendente dal ‘48 al governo Tambroni, e ha quindi iniziato la sua discesa con l’apertura a sinistra. Il gabinetto Andreotti, nato dopo la tornata elettorale del 20 giugno 1976, ha rappresentato, con la formula della «non sfiducia», l’immagine sfocata, e ancora «in negativo», di quella ricomposizione del quadro politico anteriore al 21 giugno 1947, di cui il governo in carica costituisce la realizzazione decisiva e ormai «in positivo». La formula della «maggioranza parlamentare» prelude, infatti, a quella della «maggioranza politica», e quindi, scompaginato il mondo cattolico italiano e disarticolata la nazione in genere, il gioco può essere chiuso abbastanza «a breve», anche se non si possono e non si devono assolutamente escludere ulteriori fasi intermedie – «governo di emergenza», «governo di tecnici», «governo di unità nazionale» o «di salute pubblica», con tutt’altro che improbabili irrigidimenti istituzionali, alla peruviana -, suggerite da necessità oggettive del processo rivoluzionario, come sono le ricorrenti vischiosità del corpo sociale a fronte di «eccessivi entusiasmi» di parti politiche.

I termini atti a descrivere una situazione certamente in fieri, ma a meta determinata e determinabile, sono, come si vede, estremamente chiari e telegrafici. La cronaca è decisamente superata dalla storia e immediatamente ricompresa in essa – rivelando così il carattere proprio di ogni tempo «fatale» -, e la considerazione del giorno assurge subito, da opinione approssimativa, a giudizio storico.

Rimangono da fare, solamente, osservazioni a margine, anche se non di margine. Rimangono, soprattutto, decisioni da prendere, perché niente è mai definitivamente perduto, finché uno dei contendenti non si dichiara sconfitto.

3. Cominciamo con le osservazioni. La prima riguarda, evidentemente, l’episcopato. Quali sono le ragioni della sua chiamata in causa? Non sono assolutamente forzate, dal momento che il coinvolgimento è oggettivo. Infatti, la Democrazia Cristiana ha inequivocabilmente aperto ai comunisti, comunque si chiami la formula che sancisce il loro ingresso nell’area di governo e comunque si voglia interpretare la formula vigente. La Democrazia Cristiana ha reiteratamente e variamente promesso all’elettorato di non aprire ai comunisti, e, in ogni caso, di interpellarlo preventivamente ed esplicitamente in proposito. Quindi, la Democrazia Cristiana, avendo aperto ai comunisti, e avendoli introdotti nell’area della titolarità del potere – dopo avere in ogni modo favorito il loro potere reale -, ha apertamente e palesemente ingannato il suo elettorato. Da trent’anni e più la Democrazia Cristiana gode dell’avallo – indispensabile al suo nascere, al suo vivere e al suo vincere – dell’episcopato italiano, e in generale della gerarchia ecclesiastica su suolo italiano. Oggi, di fronte al tradimento consumato, l’episcopato tace, e il silenzio sul dramma di una intera nazione che cade in mano ai comunisti è messo in maggiore risalto e reso causa di ancora più grave scandalo dalle parole spese per l’on. Moro, che cade in mano alle Brigate Rosse. Il cattolico ha titolo a chiedersi le ragioni di questo silenzio, ricercandole nella vasta gamma di cause che si stendono tra la incomprensione per la tragedia in opera – e l’ipotesi non può che turbarlo profondamente -, e l’imbarazzo – e l’ipotesi lo sconvolge, perché all’orizzonte si profila la complicità. Inoltre, la possibilità che le autorità ecclesiastiche abbiano deciso di non «interferire» nella vita politica italiana, dopo più di trent’anni di interventi – sulla cui fondatezza di principio non è lecito ai cattolici avere dubbi -, non esime da un giudizio, sollecitato da una situazione storica di cui tali interventi sono, per dire il meno, da classificare come concause. E questo giudizio non può che essere terribilmente pesante e severo, nonché comportare la nascita e la crescita di una tremenda delusione, cui fanno seguito forzatamente una enorme diffidenza e un profondo distacco.

Così, mentre il mondo cattolico italiano, apertamente tradito dalla Democrazia Cristiana, si appresta ad affrontare terribili difficoltà, la credibilità e l’autorevolezza delle gerarchia ecclesiastica sono scosse in radice, sì che pare lecito chiedersi se, di fronte a futuri suggerimenti dell’episcopato, il cattolico non avrà giusto titolo e fondata legittimazione a ritenerli come estremamente pericolosi, dal momento che quelli precedenti si sono rivelati, senza ombra di dubbio, come irrimediabilmente dannosi e nocivi; né a rimediare al male fatto possono essere certamente sufficienti affermazioni «platoniche» di antimarxismo, che non denuncino e non colpiscano anche canonicamente i filocomunisti, riaffermando la irrinunciabile dottrina e promuovendone la pratica attuazione da parte di laici fedeli. Come potrà, quindi, il cattolico, domani, in un prossimo futuro, sotto il giogo prima velato e poi esplicito del comunismo affiancato o meno da personale politico democristiano, come potrà, dicevamo, evitare di chiedersi: «È forse possibile che mi aiutino a liberarmi dalla schiavitù proprio coloro che tanto hanno fatto per precipitarmi in essa, o che almeno tanto poco hanno messo in opera per farmela evitare?». Come non immaginare, poi, l’eventuale sorgere di drammatici interrogativi, se questi consigli ecclesiastici – tragicamente conformandosi all’esempio traumatizzante e scandaloso di interi episcopati contemporanei – fossero addirittura tali da orientare alla collaborazione – sia pure sub condicione – con i tiranni e i carnefici? In tali ipotesi, non sarà potenzialmente compromessa la stessa fede di tanti italiani? Come impedire, allora, che si sviluppi tra i cattolici la sensazione penosissima propria di chi si sente orfano, o perché il padre non dà il consiglio indispensabile, oppure perché la parola del padre ha perduto e perde il figlio, rivelandosi quindi scarsamente paterna? Non può sfuggire a nessuno come la semplice enunciazione di questi problemi sia già di per sé dilacerante. Come pensare che sia possibile affrontarli senza un eccezionale sensus Ecclesiae, nutrito dalla sovrabbondanza della grazia su una dottrina sicura?

4. Cambiando piano, la seconda osservazione che nasce a margine della nostra situazione storica, riguarda le forze cosiddette «sane» del personale politico democristiano, che distinguiamo sempre – sia ben chiaro – dall’elettorato democristiano, che forse ha una ridottissima possibilità di esprimersi; che, quando finalmente riesce a emettere qualche messaggio, trova una udienza derisoria presso gli uomini dell’apparato, presso i veri «padroni del partito», e che, comunque, fonda la propria «fedeltà elettorale» sulla disperata considerazione secondo cui «non c’è niente di meglio» e soprattutto sulle autorevoli garanzie di cui si è discorsa precedentemente.

Dunque, che ne è stato dei «cento»? Qualunque fosse e sia il loro numero reale, la loro qualità si è rivelata assolutamente inconsistente e la loro combattività un tracollo e un tranello. Tali tracollo e tranello, però, possono costituire una preziosa premonizione per quanti vogliano capire la natura reale del cosiddetto e futuribile «quarto partito» – che si aggiungerebbe, per «combatterli», a comunisti, socialisti e democristiani -, di cui oggi si va ricomponendo il fantasma, dopo lo scompiglio seguito alla «battaglia», e che si va embrionalmente reclutando all’ombra del «grande Partito Liberale», ben distinto, evidentemente, dagli elettori che amano la libertà e sostengono la proprietà privata e la libera iniziativa.

5. La terza e ultima osservazione che, in questa sede, ci preme fare, intende semplicemente sottolineare con la necessaria energia – e Dio solo sa quanto ve ne sia bisogno! – lo sfruttamento, da parte della Democrazia Cristiana e del Partito Comunista, della fondata emozione suscitata nel paese dall’eccidio di via Fani, per ottenere una rapida stabilizzazione, attraverso le manifestazioni «unitarie», dell’impatto psicologico prodotto dall’avvenuto connubio, evitando così di fare i conti con critiche anche «domestiche», preventivamente segnate dal marchio del cattivo gusto, simile a quello di parlare della eredità quando il defunto è ancora in casa! Ma qualcuno, forse per un lapsus, ha rotto la consegna, e l’on. Gian Carlo Pajetta ha ricordato che il rapimento dell’on. Moro può avere funzione analoga a quella svolta a suo tempo, in Cile, dal sequestro – e quindi dalla uccisione – del generale Schneider, e cioè favorire l’andata al potere delle sinistre! (1). Visto che il bon ton ha ormai ricevuto un fiero colpo, aggiungiamo, di nostro, che nessuno contesta più che le Brigate Rosse nascano nell’area comunista – nazionale, per quanto riguarda il reclutamento: internazionale, per quanto concerne l’addestramento – (2), e che non è assolutamente fantastico immaginare che il «partito armato» non sia altro che una espressione di «deviazionismo» – o di «articolazione»? – di una parte di quella «organizzazione clandestina» e illegale che, per essere accolto nella Terza Internazionale, ogni partito comunista doveva documentare di possedere a norma della 3ª condizione di adesione.

6. A questo punto, non pochi penseranno certamente di potere rispondere alle nostre osservazioni – o almeno di potere prescindere da esse -, esprimendo il sospetto che, se i consigli della gerarchia ecclesiastica sono destituiti di ogni credibilità, quando non infidi; se la Democrazia Cristiana ha tradito e tradisce, e il «quarto partito» tradirà, comunque venga a configurarsi; se le Brigate Rosse sono il braccio armato del comunismo, tutto il nostro discorso, più o meno apprezzabile e bene costruito, mirava, in ultima istanza, soltanto a spingere l’elettore a riversare il suo suffragio fuori dall’«arco costituzionale», a rinchiuderlo nel «limbo» o nel «frigorifero», a vagheggiare lo «scontro fisico», ecc.

L’occasione è propizia per venire a conclusione e parlare delle decisioni che la situazione richiede. Dunque, il nostro pensiero – e quindi la nostra risposta al sospetto – parte dalla considerazione secondo cui gli italiani, prima di essere elettori – tra l’altro, con periodicità molto irregolari e ad nutum dei «padroni dei partiti» – sono cittadini: elettori una tantum, cittadini tutti i giorni. Cosa facciano da elettori, se non irrilevante, è certo sempre meno importante – ha ormai un significato quasi esclusivamente statistico -, dal momento che tutto quanto conta, in Italia, è esplicitamente ed esclusivamente extra-parlamentare, a cominciare dalle crisi di governo e dalle loro soluzioni per arrivare alle Brigate Rosse. È quindi assolutamente indispensabile che, di fronte a questa situazione, l’elettore ceda il posto al cittadino, la «partitica» ceda il posto all’azione culturale, civica e sociale. La «partitica» è ancora confusa, e qualcuno potrebbe forse nutrire qualche dubbio sulla identità di chi comanda in Italia, ma l’impegno culturale, civico e sociale chiariscono il quadro e confermano a tutte lettere che in Italia comandano i comunisti e i loro manutengoli. Ergo, il cittadino deve difendersi tutti i giorni dal comunismo, deve attaccare tutti i giorni il comunismo e i suo complici, diretti e indiretti, rianimando la società, costituendo nuclei e corpi di resistenza alla oppressione statale e trascurando serenamente la «partitica», che è un falso scopo e un luogo di potere irreale, e alla quale basta e avanza dedicare il tempo necessario per fare una crocetta su una scheda, in occasione di quei censimenti segreti che sono denominati elezioni. Il cittadino, cioè, deve assumere un atteggiamento più realistico – prima intellettuale, poi psicologico e quindi operativo -, e passare dalla «partitica», politicamente pressoché irrilevante, all’azione culturale, civica e sociale.

La società civile non è ancora tutta comunista o corrotta – il che è tutt’uno -; se rimangono ambiti sani, tali ambiti non hanno riferimenti e reale rappresentanza parlamentare e partitica, sono, cioè, tecnicamente, extraparlamentari ed extra-partitici, anche se non certo gruppuscolari, ma culturali, civici e sociali. I comunisti, per giungere al potere, hanno infiltrato ampiamente la società. Mentre stanno facendo il passo decisivo, bisogna tentare di risvegliare la società, prima che il loro potere si stabilizzi definitivamente e si irrigidisca. Allo scopo è necessario denunciare nel governo Andreotti-Berlinguer la intronizzazione del disagio della nazione e il compimento della sua crisi, mettendo in guardia contro tutte le longae manus partitiche nella vita culturale, civica e sociale; rompendo il pactum sociale con la classe dirigente attuale e i suoi tentacoli nella società, in primis quelli sindacali; dissolvendo il consensus che lega il corpo del paese allo Stato comunista e ai suoi complici, ovunque siano annidati e comunque siano travestiti.

Quando gli Stati non perseguono il bene comune – che è a un tempo naturale e soprannaturale -, sono, al dire di sant’Agostino, latrocinia magna, e la stessa natura umana non giustifica la convivenza volontaria, e tanto meno la collaborazione, con i «ladroni», il cui potere di fatto si fonda anche sulla disponibilità delle vittime a essere tali.

La mossa che suggeriamo – e che è certamente la nostra – non è facile, né il successo è garantito, ma è l’unica azione razionale che, tra l’altro, escluda per principio il rischio di fondare la propria sicurezza presente e futura sul suffragio dato a qualche «ultima raffica», pronta a dichiarare, a elezione avvenuta, che per lui «la pregiudiziale anticomunista è caduta da tempo» (3)! Infine, poi, non si deve dimenticare che il corretto uso di ragione è almeno implicito ossequio al Creatore, che ha voluto l’uomo razionale, e quindi fondata premessa a richiederne e a riceverne la indispensabile grazia, per superare il terribile frangente in cui ci dibattiamo.

 

Note

(1) Cfr. il Giornale nuovo, 19-3-1978. Il concetto è meno scopertamente espresso da GUIDO VICARIO, Quando in Cile uccisero il generale Schneider, in L’Unità, 18-3-1978.

(2) Cfr. in proposito ANTONIO BERNARDI, Reggio Emilia fucina delle Br?, in Rinascita, anno 14, n. 35, 7-4-1978.

(3) Affermazione attribuita ai dirigenti di Democrazia Nazionale in Il Corriere della sera, 9-2-1978.

 

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