Contro il pericolo dell’arrendismo e del neutralismo

Alleanza Cattolica 37 anni fa
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Philip Metthew Hannan, Cristianità n. 94 (1983)

 

Dal 15 al 18 novembre 1982, la conferenza episcopale degli Stati Uniti si è riunita a Washington per una assemblea plenaria esclusivamente dedicata alla discussione di un progetto di lettera pastorale sugli armamenti atomici e sulla politica di dissuasione nucleare. Il testo di questo progetto di lettera pastorale ha una storia molto travagliata: redatto da una «commissione sulla guerra e la pace», presieduta da mons. Joseph L. Bernardin, arcivescovo di Chicago, è stato presentato, in una prima stesura, a una assemblea straordinaria di tutti i vescovi americani, nel giugno del 1982. Il progetto ha incontrato una infinità di reazioni e di osservazioni, al punto che la commissione preposta ha deciso di redigere un secondo progetto, che è stato appunto discusso nella assemblea plenaria di novembre. In questa sede, 12 vescovi hanno espresso un voto di sostanziale disaccordo con il testo del progetto, mentre 71 hanno richiesto alcune modifiche essenziali e 195 si sono dichiarati fondamentalmente d’accordo. Degli interventi svolti nel corso della assemblea, pubblichiamo quello di mons. Philip Metthew Hannan, arcivescovo di New Orleans, che ha ravvisato nel progetto di lettera pastorale un sostanziale distacco dal magistero di Giovanni Paolo II sul tema della pace e una grave omissione per non avere menzionato il mancato rispetto dei diritti umani da parte dei regimi totalitari, e in particolare di quelli comunisti. Titolo, sottotitoli e traduzione sono redazionali, sulla base del testo apparso in La Documentation Catholique, anno 65, n. 1844, 16-1-1983, pp. 106-108.

 

Per la doverosa legittima difesa dell’Occidente

Contro il pericolo dell’arrendismo e del neutralismo

 

Propongo rispettosamente alla Conferenza nazionale dei vescovi cattolici di sostituire il progetto di lettera pastorale con il messaggio sul disarmo che il Santo Padre ha inviato alle Nazioni Unite l’11 giugno 1982, ed eventualmente con il suo messaggio per la giornata della pace. Le dichiarazioni del Santo Padre sono di gran lunga superiori al progetto di lettera pastorale, che presenta numerosi difetti. 

 

Il magistero sulla pace di Giovanni Paolo II e la violazione dei diritti dell’uomo nei paesi comunisti

I messaggi del Santo Padre danno prova di prudenza per quanto riguarda il processo o le condizioni necessarie alla instaurazione di una pace giusta (ivi compresi negoziati di lunga durata), di una preoccupazione ben più profonda e più universale per tutti i diritti dell’uomo, oggi grossolanamente disprezzati. Egli ha una percezione ben più acuta del pericolo rappresentato da tutti i tipi di armamento (ivi compresi quelli per la guerra chimica e batteriologica), non cade nella trappola di prendere posizione in campi strettamente tecnici e politici, è ben più profondamente cosciente delle importanti differenze ideologiche che separano gli Stati Uniti dalla Unione Sovietica, e riconosce il dovere del governo di proteggere i suoi cittadini.

Il Santo Padre ha descritto con cura il processo o le condizioni necessarie per una pace giusta, ivi compresi pazienti negoziati. Nel suo messaggio sul disarmo ha dichiarato: «Anche oggi riaffermo davanti a voi la mia fiducia nella forza di trattative leali per arrivare a soluzioni giuste ed eque. Tali trattative richiedono pazienza e costanza e devono tendere precisamente ad una riduzione degli armamenti equilibrata, simultanea e controllata internazionalmente» (1).

Al contrario, la lettera pastorale esige un’azione immediata che non tiene conto della necessità delle condizioni avanzate del Santo Padre.

Il Santo Padre fonda il suo appello alla pace sul riconoscimento preliminare, da parte di tutti i governi e di tutte le persone, dei diritti di ogni uomo. Nel suo messaggio per la giornata della pace, del 1 gennaio 1982, ha detto: «Il rispetto incondizionato ed effettivo dei diritti imprescrittibili ed inalienabili di ciascuno è la condizione sine qua non perchè la pace regni in una società» (2). Per ciò che concerne la violenza imposta alle coscienze dai comunisti, ha dichiarato che «è il più doloroso colpo inferto alla dignità umana. È, in un certo senso, peggiore dell’infliggere la morte fisica, dell’uccidere» (3).

La lettera pastorale non si preoccupa affatto delle orribili sofferenze fisiche e spirituali sopportate da coloro che sono sotto il giogo del comunismo e di altre dittature, con disprezzo dei diritti dell’uomo. Non vi si trova nessuna menzione dei milioni di profughi vietnamiti, dei due milioni di cambogiani massacrati, dei quattro milioni di persone che si trovano attualmente nei campi di lavoro forzato in Russia, e delle folle innumerevoli che soffrono dietro la cortina di ferro o in America Latina. Non vi è neppure fatta menzione del sottomarino sovietico con i suoi siluri a testata nucleare arenatosi sugli scogli presso un importante porto svedese.

Questa insufficiente preoccupazione per i diritti dell’uomo oggi violati rimette in causa l’insieme degli argomenti avanzati contro la minaccia di utilizzazione delle armi nucleari. Gli argomenti avanzati contro la minaccia di utilizzare un’arma nucleare si guardano bene dal menzionare nelle stesse proporzioni le aggressioni e la repressione dei rossi.

 

Il dovere di difendere l’Europa occidentale

Su tale questione, la lettera ricorre a una forma di ragionamento morale inaccettabile. Alla pagina 57 dichiara che la «corsa agli armamenti, di cui la dissuasione è l’elemento chiave», è «una situazione di peccato». In compenso, cita a giusto titolo le parole del Santo Padre nel suo messaggio: «Nelle condizioni attuali, una dissuasione fondata sull’equilibrio – non certo concepito come un fine in se stesso, ma come una tappa sulla via del disarmo progressivo – può ancora essere considerata come moralmente accettabile» (4).

Il Santo Padre riconosce, con prudenza e franchezza, di non avere le conoscenze tecniche e politiche sufficienti per risolvere tutti i problemi posti dal disarmo. Egli scrive: «Non voglio né posso entrare negli aspetti politici e tecnici del problema del disarmo quale si presenta oggi, ma mi si permetterà di attirare la vostra attenzione su qualche principio etico che è alla base di ogni discussione e decisione auspicabile in tale ambito» (5).

Al contrario, la lettera dedica pagine intere di discussione a soggetti politici, tecnici, morali e militari, e demanda poi ai vescovi di informare le coscienze nella linea della loro lettera: «Questi programmi dovranno essere sviluppati integralmente. A tale fine, la lettera pastorale, nella sua totalità – comprese le sue appendici – dovrà essere utilizzata come quadro per tali programmi» (p. 87). Ma la lettera non esige che i vescovi insegnino i documenti del Santo Padre sul disarmo e la pace.

La lettera non parla né della necessità di una uguaglianza qualitativa nell’armamento, né della necessità della ricerca per proteggere noi stessi e l’Europa occidentale. Il missile Exocet che ha affondato una nave da guerra inglese e la distruzione di due aerei militari libici che attaccavano due apparecchi della nostra marina mostrano l’assoluta necessità di una uguaglianza qualitativa. Se gli apparecchi libici avessero avuto la meglio, tutto il Mediterraneo sarebbe stato l’ostaggio della Libia. 

La lettera trascura completamente il fatto che abbiamo il dovere di difendere l’Europa occidentale e che ciascuna delle nazioni che la compongono auspica la presenza delle nostre armi nucleari in Europa per allontanare una aggressione sovietica. I vescovi tedeschi non hanno condannato il dispiegamento delle armi atomiche americane nella Germania occidentale. L’ex cancelliere Helmut Schmidt ha dichiarato: «Quale altra ragione di negoziare seriamente potrebbe avere l’Unione Sovietica? La esperienza della storia mostra che la debolezza di una sola parte non ha mai impedito l’aggressione da parte di una forza che possedesse il potere. Tale è l’esperienza dei vicini dell’Unione Sovietica» (6).

Ha anche dichiarato che una moratoria sullo spiegamento delle armi americane «distruggerebbe le conversazioni» (sull’armamento della forza nucleare internazionale a Ginevra) «e potrebbe accrescere la probabilità di una guerra su questa terra» (7). Il cancelliere tedesco Kohl ha detto a sua volta: «Non è l’Occidente, non sono gli americani che hanno cominciato la corsa agli armamenti. È l’Unione Sovietica che continua ad armarsi e a spiegare batterie di missili SS 20.

Noi siamo stati obbligati a rispondere a questa sfida per difendere la nostra pace e la nostra libertà. Per quanto spaventose possano essere in sé stesse, le armi nucleari hanno preservato la pace in Europa durante questi ultimi trentacinque anni per il semplice fatto di esistere» (8).

Winston Churchill ha stimato, dopo la seconda guerra mondiale, che, senza la potenza atomica degli Stati Uniti, tutta l’Europa occidentale sarebbe stata comunista.

Malgrado questa convergenza di opinioni, la lettera dichiara: «Si pretende spesso che la dissuasione impedisca il ricorso alle armi nucleari. Come abbiamo sopra segnalato, un tale argomento non può essere né provato né confutato in modo decisivo. Noi siamo scettici a questo riguardo» (p. 57).

Possiamo giudicare l’effetto dissuasivo della uguaglianza delle forze su una aggressione sovietica, quando vediamo i comunisti utilizzare la «pioggia gialla», un prodotto chimico mortale, contro popolazioni senza difesa nel Laos, in Cambogia e in Afghanistan. I comunisti non hanno mai osato fare uso di tali armi contro nazioni dotate di un potenziale bellico adeguato.

 

Il progetto di lettera pastorale e il pensiero dei responsabili della politica nordamericana

Nella loro lettera, i vescovi non fanno chiaramente cogliere la differenza esistente tra la opzione pacifistica di un individuo e il dovere dello Stato di difendere i suoi cittadini (pure osservando i principi di una guerra giusta). Ciò è pericoloso e tale da seminare la più grande confusione.

La lettera trascura di presentare correttamente la posizione del presidente, del nostro segretario alla Difesa, del nostro ambasciatore incaricato di negoziare i colloqui START e del comandante in capo americano della NATO. Il presidente ha dichiarato l’anno scorso: «La politica di pace della NATO è fondata sul mantenimento dell’equilibrio. Nessuna arma della NATO, convenzionale o nucleare, sarà mai utilizzata in Europa, se non per rispondere a un attacco… Una guerra dissuasiva dipende dalla persuasione che le nostre forze militari possono dimostrare la loro efficacia» (9).

Il presidente ha di nuovo proposto un piano di «opzione zero» che prevedeva di rinunciare allo spiegamento dei missili se i sovietici avessero smantellato, da parte loro, certi missili (10). Ha ripetuto queste proposte a Peoria, a Berlino, al Bundestag e alle Nazioni Unite.

Il segretario alla Difesa non ha cessato di dichiarare che il nostro unico obiettivo è di disporre di una capacità di dissuasione (11).

II generale Bernard Rogers, comandante in capo della NATO, ha invitato gli eserciti europei a rafforzare i loro armamenti convenzionali e a confidare meno nelle armi nucleari. «Ciò condurrebbe l’alleanza verso una dottrina di “non utilizzazione all’inizio” delle armi nucleari che si avvicinerebbe alla posizione di “non utilizzazione per primi”». Egli considera anche la possibilità di allontanare dalla Europa una parte degli ordigni nucleari che vi sono attualmente dispiegati (12).

L’ambasciatore Rowny ha fatto questa dichiarazione: «Per ciò che riguarda i cittadini sovietici, la nostra politica non prevede di avere come bersaglio la popolazione dell’URSS. Infatti, uno dei fattori che ha contribuito alla evoluzione della politica strategica degli Stati Uniti è la convinzione che un attacco diretto contro le città e la popolazione non è né morale né credibile per impedire una guerra nucleare …  Quello che cerchiamo è la capacità di mantenere in stato di insicurezza ciò cui il governo sovietico attribuisce il maggiore valore: il controllo militare e politico, la forza militare, sia nucleare che convenzionale, e la capacità industriale di sostenere una guerra» (13).

Queste dichiarazioni sono in diretta contraddizione con la lettera pastorale, secondo la quale la nostra politica strategica include implicitamente l’attacco contro le popolazioni civili. La lettera non rende giustizia al presidente Truman, non indicando le circostanze nelle quali le armi atomiche e nucleari sono state impiegate in Giappone – e cioè che eravamo impegnati in una corsa agli armamenti con la Germania, che tentava di mettere a punto la bomba atomica, che il Giappone aveva torturato migliaia di nostri soldati e di civili indigeni e che, secondo alcuni studiosi, avremmo potuto perdere un milione di uomini in una operazione di sbarco in Giappone. Non sono stato d’accordo con la utilizzazione delle armi atomiche, ma, in tutta giustizia, abbiamo il dovere di riferire le circostanze che hanno spinto il presidente a prendere una tale decisione.

La pubblicazione, oggi, di questa lettera metterebbe in difficoltà i nostri attuali negoziati. Inoltre, al movimento in favore del congelamento nucleare si oppone non solo il nostro presidente, ma anche l’ambasciatore Gerard Smith: quest’ultimo che era stato partigiano del congelamento nucleare, dichiara oggi che i negoziati a tale fine non farebbero che complicare le cose, ora che sono iniziati i colloqui START (14).

La pubblicazione della lettera, nella data prevista l’anno prossimo, impegnerebbe direttamente la Conferenza nazionale dei vescovi cattolici nella campagna presidenziale, creando una profonda divisione tra i nostri fedeli. Non esiste una opinione unanime tra i vescovi, i teologi e i laici su questa questione cruciale. Il giudizio che danno padre Avery Dulles e J. Brian Benestad nel loro libro The pursuit of a just social order vale ugualmente per il progetto di lettera pastorale. Io condivido interamente il loro punto di vista. 

La lettera non dice che la libertà del nostro paese e della Europa occidentale è dovuta all’eroismo dei nostri soldati, uomini e donne. La libertà di cui gode ognuno di noi in questa sala è stata ottenuta con il loro sangue e i loro sforzi. Ringraziamo Dio per questi uomini e per queste donne, in particolare per quanti hanno versato il loro sangue per la nostra libertà, e preghiamolo di continuare a benedirli.

Philip Metthew Hannan
arcivescovo di New Orleans

 

Note:

(1) GIOVANNI PAOLO II, Messaggio all’assemblea plenaria dell’ONU riunita per la II sessione speciale per il disarmo, del 7-6-1982, n. 8, in L’Osservatore Romano, 13-6-1982.

(2) IDEM, Messaggio per la XV Giornata della Pace, dell’8-12-1981, in ibid., 21-12-1981.

(3) IDEM, Discorso all’Angelus domenicale, del 10-1-1982, in ibid., 11/12-1-1982.

(4) IDEM, Messaggio all’assemblea plenaria dell’ONU riunita per la II sessione speciale per il disarmo, cit., n. 8.

(5) Ibid., n. 1.

(6) Times-Picayune, 23-3-1982, p. 4.

(7) Ibidem.

(8) Times, 15-11-1982.

(9) Atlantic Community, inverno 1981- 1982, pp. 389-390.

(10) Cfr. NC News, 8-2-1982.

(11) Cfr. Louisville Courier, 19-2-1982; e Times-Picayune, 21-3-1982, p. 4.

(12) Cfr. Times-Picayune, 11-11-1982.

(13) Lettera del 28-5-1982.

(14) Cfr. Our Sunday Visitor, 14-11-1982, p. 3.

 

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