DANTE F.A.Q.

Ugo Capeto e la sua discendenza tra esempi di virtu’ esaltata e di vizio punito
Leonardo Gallotta 3 mesi fa
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di Leonardo Gallotta

Quinta cornice del Purgatorio. Ultimato, nel canto XIX, il colloquio con Papa Adriano V, Dante (Alighieri, 1265-1321) e Virgilio (Publio Virgilio Marone, 70 a.C.-19 d.C.) riprendono a camminare e, di fronte allo spettacolo degli spiriti che soffrono per lo stare nudi e bocconi per terra, Dante non può fare a meno di scagliare un’invettiva contro l’“antica lupa”, l’animale simboleggiante l’avidità già citato all’inizio della Divina commedia e caratterizzato da una fame insaziabile.

A un certo punto il Poeta sente salire dalle anime un’invocazione a Maria, ricordata per la sua povertà tanto da aver partorito Gesù in una stalla. Il secondo esempio di virtù è quello del console romano Fabrizio Luscinio che, per non tradire la patria, rifiutò i ricchi doni offertigli dal re Pirro, che era in guerra con Roma, e tale fu la sua povertà che dovette essere sepolto a spese dello Stato.

Terzo e ultimo esempio di virtù opposta al vizio è quello di san Nicola (270-337), che evitò a tre ragazze la prostituzione a cui sarebbero state destinate, fornendo loro il denaro sufficiente per costituire la dote di ciascuna di esse.

A questo punto Dante è spinto dal desiderio di conoscere l’identità dell’anima che aveva parlato. È Ugo Capeto (940-996), capostipite della dinastia francese che da lui prese il nome: i Capetingi. Le parole che Dante gli mette in bocca sono da prendere con le molle, dal momento che mescolano fatti veri con notizie leggendarie, smentite dalla storia. Il Poeta accoglie tutto senza preoccuparsi troppo della veridicità delle fonti, anche perché il suo intento era quello di mettere in cattiva luce tutta la dinastia francese, a parte, ma solo in parte, il capostipite, che è salvo nel Purgatorio. Non è comunque vero che fosse figlio di un beccaio, cioè di un mercante di bestiame. Il padre di Capeto, anche lui di nome Ugo, era invece conte di Parigi e duca di Francia, non dunque di famiglia borghese. Non è neppur vero, poi, che l’ultimo carolingio, Carlo di Lorena (953-993) si facesse frate, ma, per essersi opposto a Ugo Capeto, fu da questi imprigionato e lasciato morire in carcere. La degradazione della stirpe cominciò quando Carlo I d’Angiò (1226-1285), di un ramo collaterale dei Capetingi, sceso in Italia, a Benevento (1266) sconfisse Manfredi (1232 -1266), ultimo sovrano svevo e si impossessò così dell’Italia meridionale e della Sicilia. Poi, dopo aver vinto a Tagliacozzo Corradino (1232-1268), il sedicenne e ultimo pretendente svevo al regno meridionale, lo fece giustiziare. E per giunta fece risalire al Cielo, avvelenandolo, san Tommaso d’Aquino (1225-1274), perché ritenuto ostile alla sua politica in Italia.

Se quest’ultima notizia è totalmente priva di fondamento storico è invece vero che Dante considerasse Carlo d’Angiò un usurpatore, oltre che l’assassino del giovane Corradino. Si pensi d’altronde che Dante aveva posto Manfredi, nipote dell’imperatrice Costanza e figlio naturale di Federico II di Svevia (1194-1250) nell’Antipurgatorio tra le anime pentitesi all’estremo della vita, nonostante la scomunica e la persecuzione papale. Ma nell’elencazione di Capeto c’è un altro Carlo legato alle vicende biografiche di Dante: Carlo di Valois (1270-1325), fratello di Filippo il Bello (1268-1314). Bonifacio VIII (1230-1303) infatti aveva inviato costui a Firenze apparentemente col compito di paciere tra Bianchi e Neri, ma in realtà con l’incarico di far trionfare il partito dei Neri, ciò che fu causa di violenze, saccheggi e stragi; la casa di Dante che era Bianco fu devastata e il Poeta, con ingiuste accuse, fu condannato all’esilio, producendo così nel suo animo un’insanabile ferita. Seguono nella descrizione di Capeto le sciagurate imprese di Carlo II d’Angiò (1254 -1309), tra cui il matrimonio della figlia Beatrice con Azzo VIII d’Este (1263 -1308) in cambio di una grossa somma di denaro. E poi il famoso schiaffo di Anagni. Il 7 settembre 1303 Guglielmo di Nogaret (1260-1313) e Sciarra Colonna (1270-1329), emissari di Filippo IV il Bello re di Francia che in acerrimo contrasto con Bonifacio VIII si era addirittura arrogato il titolo di unico Vicario di Cristo in Francia, penetrarono nel palazzo di Papa Bonifacio VIII in Anagni per arrestarlo e condurlo in Francia. Lo schiaffo non si sa se sia stato dato effettivamente, ma potrebbe semplicemente avere avuto il significato di oltraggio. Il Papa comunque fu liberato a furor di popolo, ma non sopravvisse all’offesa ricevuta e morì il 12 ottobre dello stesso anno. Filippo il Bello non si dichiarò mai responsabile dell’affronto, ma altra sua grave colpa fu invece quella della rapina e della spoliazione del grande patrimonio dell’Ordine del Tempio sotto l’accusa di eresia nel 1307. E tutto ciò avvenne “sanza decreto”, cioè senza alcuna autorizzazione ecclesiastica. La realtà fu che il re non aveva nessuna intenzione di restituire le ingenti somme di denaro prestategli dal Tempio. Si chiudono così le lamentazioni di Ugo Capeto sulla sua discendenza, ma non l’esposizione degli esempi di vizio punito che vengono recitati dalle anime quando fa notte. Sette sono gli esempi, tratti dal mondo classico o dalla Sacra Scrittura. C’è ad esempio il mitico re Mida che aveva chiesto a Bacco di fargli tramutare in oro tutto quello che toccava, ma poiché anche i cibi si trasformavano in oro, fu costretto a chiedere al dio la revoca della grazia ottenuta per non morire di fame. E poi Acan che disobbedì all’ordine di Giosuè che avrebbe voluto offrire a Dio tutto il bottino derivante dalla conquista di Gerico. Egli ne trattenne una parte per sé e, scoperto, fu lapidato. Gli altri esempi di avidità punita sono qui ora solamente elencati: Pigmalione, Ananìa e Safira, Eliodoro, Polinestore e Crasso. Terminati gli esempi, tace Ugo Capeto e i due poeti sentono tremare la montagna del Purgatorio e levarsi un inno, il Gloria in excelsis Deo, da parte di tutte le anime. Il canto si chiude con Dante che cammina “timido e pensoso” per quello che è successo.

 

Qualche conclusione a mo’ di F.A.Q.

1) Si può definire bello il canto XX?
Certamente è un canto ben strutturato, ma bello no. Non si percepisce tensione poetica e il protagonista, Ugo Capeto, sembra quasi un prestanome per le acri invettive di Dante. D’altronde la Divina commedia è un poema didascalico e qui Dante vuol farci capire il suo pensiero politico ed esprimere i suoi giudizi storici.

2) Come mai Dante difende l’odiatissimo papa Bonifacio VIII contro gli emissari di Filippo il Bello ad Anagni?
Dante accusò sempre Bonifacio VIII di essere stato, tramite Carlo di Valois, la causa del suo esilio. Ma nella vicenda dello “schiaffo di Anagni” il Papa è da Dante considerato soprattutto nella sacralità della sua funzione di Vicario di Cristo e quindi immeritevole di ogni e qualsiasi affronto.

3) Perché Dante ha in odio i reali di Francia?
Perché la condotta della Casa francese, con la sua logica di potere oppose la propria sovranità nazionale all’universalismo di Papato e Impero, i due principali cardini della società medievale.

4) Non vi è contraddizione nella citazione del ricco Ordine del Tempio come vittima, proprio nel canto dove si inveisce contro l’avarizia?
Certamente l’Ordine templare era ricchissimo. Poteva ricevere beni, donazioni e rendite e svolgere qualsiasi operazione economico-finanziaria. Ma i singoli Pauperes commilitones Christi templique Salomonis non potevano disporre di nulla, neppure scegliere il proprio cavallo o le proprie armi. Ricchezza dell’Ordine, dunque, ma estrema povertà dei monaci-cavalieri, evidentemente molto apprezzata da Dante che porrà l’ispiratore della regola templare, san Bernardo, nella candida Rosa dei Beati in Paradiso.

Sabato, 25 aprile 2020

 

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