Dante il più grande

Ecco perché lo è davvero e la Divina Commedia il vertice dei vertici, la vetta delle vette
Leonardo Gallotta 4 settimane fa
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di Leonardo Gallotta

Quando nella Terra dove «il dolce suona» è citato il Poeta, con l’iniziale maiuscola, non c’è persona minimamente acculturata che non sappia a chi si fa riferimento: Dante, il più grande.

Un tempo, anche se oggi sempre meno, si utilizzava, riferendosi a Dante, l’appellativo di «padre». Il primo che lo utilizzò fu il poeta ferrarese Antonio Beccari (1315-1370 ca.), il quale, preso dal fascino fin da allora leggendario del poeta fiorentino, ne assorbì non solo lo stile, ma anche le convinzioni politiche e morali. In un sonetto, Maestro Antonio parla di un sodalizio di cui facevano parte altri poeti come il Mezzani, l’Anguissola e Fazio degli Uberti, manifestando il fermo proposito di seguire nella volgar poesia «il padre Dante, senza vizio». Da allora Dante è stato considerato «padre». Ma padre di che cosa?

Si pensi anzitutto alla lingua italiana. Come ha affermato il critico Carlo Dionisotti (1908-1998), «dopo Dante non ci può essere più questione di quale sia la lingua comune d’Italia». Ebbene il 15% del lessico italiano attuale è stato utilizzato per la prima volta da Dante e oltre la metà del nostro lessico complessivo si trova anche in Dante. Quindi Dante è «padre» della lingua italiana.

Ancora: con la Vita Nuova Dante scrive il primo romanzo (autobiografico) della nostra letteratura, con le Rime amorose (ma anche filosofiche e politiche) eleva la lirica italiana a un livello mai raggiunto prima e con il Convivio fornisce il primo grande modello di prosa filosofico-scientifica in lingua volgare.

Con il De vulgari eloquentia propone, inoltre, e difende l’uso della lingua nuova e stabilisce solidissimi canoni storico-letterari. Ma è soprattutto con la Commedia che raggiunge l’apice di una gloria imperitura. Dante non è infatti soltanto il massimo poeta del Medioevo comunale, ma anche il più importante riferimento per l’identità culturale dell’Italia, modello per la condotta retta dei singoli e delle società che ha attraversato i secoli ed è giunto fino a noi. Insomma Dante è il Poeta nazionale italiano.

Sarebbe tuttavia ancor poca cosa se la sua fama fosse solo italica. Non è invece così, anche se non dappertutto la sua Commedia è stata amata e diffusa. Si pensi per esempio che negli Stati Uniti la sua traduzione fu sempre osteggiata dalle autorità accademiche protestanti perché di autore “papista” e che solo nel 1867 lo scrittore e poeta Henry Wadsworth Longfellow (1807-1882), tra i fondatori del cosiddetto «Circolo Dante», un’associazione di letterati che aveva lo scopo di promuovere la conoscenza di Dante in quel Paese, ne pubblicò la prima traduzione.

Anche in Italia, comunque, la conoscenza del poema dantesco è quasi sempre stata affidata alla scuola, riservata agli studi accademici e ai cultori dell’opera. Recentemente, tuttavia, il poema è uscito dalle aule delle facoltà di Lettere e da quelle dei licei per offrirsi a un pubblico più vasto. Infatti a Ravenna, nella basilica di San Francesco, accanto alla tomba di Dante, tra il 1995 e il 1997 sono state effettuate le cento letture (100 infatti sono i canti) della Divina Commedia da parte di Vittorio Sermonti, con un’anteprima dell’ultimo canto del Paradiso esposto al cospetto di Papa san Giovanni Paolo II (1920-2005).

Ma già nel 1981 l’attore Carmelo Bene (1937-2002) aveva letto alcuni canti dalla Torre degli Asinelli in Bologna e così aveva fatto Vittorio Gassman (1922-2000) con una performance in RAI nel 1993. Infine non si può non citare Roberto Benigni con la sua “divulgazione allegra”, talora piuttosto discutibile, in diverse piazze d’Italia e le già citate letture di Sermonti da lui stesso definite un «divulgare conversando», rivolte a un pubblico ampio, ma di cultura media e medio-alta.

Si diceva di una fama non solo italica. Ebbene a tutto il 2016 si annoveravano traduzioni integrali della Divina Commedia in 58 lingue. Tanto per citarne alcune, oltre a quelle occidentali, il cinese, il turco, l’arabo, il persiano, il vietnamita, il nepalese, il giapponese, lo slovacco, l’armeno, il macedone e il kazako. Addirittura si ebbe una traduzione in esperanto nel 1963 e nel 1997 quella in gaelico irlandese.

Che dire infine del rapporto che con Dante nel Novecento hanno avuto numerosi e importanti letterati del mondo occidentale e non solo? Si pensi soprattutto a due giganti quali furono Thomas Stearn Eliot (1888-1965) ed Ezra Pound (1885-1972), che nei confronti di Dante ebbero non solo stima, ma addirittura riverenza e amore smisurato. Eliot ha detto che la Divina Commedia è una gamma completa di altezze e di abissi delle emozioni umane, e che il Purgatorio e il Paradiso si devono leggere come estensioni delle possibilità umane. Ancora ventenne, Pound scriveva alla madre che «preferiva studiare, invece degli insignificanti contemporanei, Dante e i profeti biblici». E a Dante Pound deve il titolo della sua grande opera, i Cantos, che è un viaggio nell’Inferno e nel Purgatorio del secolo XX, senza però il Paradiso, precluso all’uomo occidentale e moderno teso soltanto alla ricerca del profitto a tutti i costi.

Dante è il più grande poeta cristiano, non c’è dubbio. Ma in tempi di “decristianizzazione” è sempre meno amato e studiato proprio in quanto cristiano, se non addirittura accusato di antisemitismo, islamofobia e omofobia. Poiché tuttavia non bisogna disperare, in attesa delle celebrazioni a 700 anni dalla morte, si possono meditare le parole del poeta e letterato russo Osip Émil’evič Mandel’štam (1891-1938): «È inconcepibile leggere i canti di Dante senza riferirli anche al tempo presente. Essi sono proiettili lanciati per cogliere l’avvenire». E ancora da Conversazione su Dante: «Se le sale dell’Érmitage impazzissero all’improvviso, se i quadri di tutte le scuole e di tutti i maestri a un tratto si staccassero dai chiodi, si fondessero, e riempissero l’aria delle sale di un ruggito futuristico e di una frenetica, colorata eccitazione, si otterrebbe qualcosa di simile alla Commedia di Dante». Dette dal “primo violino” dell’acmeismo, ben si comprende che cosa volesse dire il poeta russo: la Divina Commedia è il vertice dei vertici, la vetta delle vette. Si può forse non concordare?

Sabato, 6 giugno 2020

 

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