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La domenica, una questione antropologica

12 Settembre 2018 - Autore: Marco Invernizzi

di Marco Invernizzi

Sembra una parola troppo difficile, antropologia, ma in realtà significa una cosa molto semplice: per comprendere l’attuale dibattito sulla proposta di legge relativa alla chiusura dei negozi nelle domeniche e nei giorni festivi (tranne che nei luoghi turistici e artistici) bisogna interrogarsi su quale concezione dell’uomo abbiamo.
Chi è l’uomo:una macchina da lavoro, un consumatore, oppure una persona che lavora, che consuma, ma che fa tutto questo attraverso le relazioni che costruisce nel tempo, anzitutto con i suoi cari, familiari e amici, ai quali appunto dedica un “tempo”, la domenica, nel quale “fare festa”?

“… il riposo è cosa « sacra », essendo per l’uomo la condizione per sottrarsi al ciclo, talvolta eccessivamente assorbente, degli impegni terreni e riprendere coscienza che tutto è opera di Dio” (san Giovanni Paolo II, Dies Domini, 31 maggio 1998).

Non è necessario essere cristiani per capire l’importanza della domenica, o ebrei per il sabato celebrato con lo shabbat, il riposo assoluto, basta riconoscere che l’uomo ha naturalmente bisogno di questo tempo. Certamente il cristianesimo ha contribuito a rendere sacra la domenica, anzitutto attraverso il sangue dei martiri che hanno perso la vita per sostenere che “senza la cena del Signore non avrebbero potuto vivere” e poi, nel corso della Prima evangelizzazione, quando la domenica è stata accolta dalla legislazione civile come appunto il giorno della festa e del riposo, nel quale i credenti potevano partecipare alla celebrazione del sacrificio e della resurrezione del Signore.
Se i Paesi comunisti, in alcuni casi, hanno tentato di cancellare l’idea stessa della domenica per sradicare i popoli dalle tradizioni cristiane, oggi, nell’epoca postideologica, la scristianizzazione del costume ha ottenuto risultati simili senza nessuna imposizione violenta, semplicemente svuotando progressivamente il significato del “tempo”,del riposo, della domenica.
Certamente i primi responsabili siamo noi cristiani perché non abbiamo difeso la domenica e la festa dal laicismo che abbiamo lasciato penetrare dentro le nostre abitudini. Quindi non possiamo pensare che il rimedio possa venire soltanto da una legge dello Stato che limiti l’apertura domenicale dei negozi. Il rimedio consiste in una lunga e difficile azione culturale che penetri in profondità nel corpo sociale e riesca a modificarne le abitudini, mettendo al centro “la” domenica come il giorno del Signore per i credenti e il giorno della festa e del riposo per tutti.

Tuttavia non dobbiamo neanche disprezzare questo segnale. Se il governo italiano si appresta a varare una legge che decide la parziale chiusura domenicale dei negozi, credo che dobbiamo prendere l’iniziativa come una buona notizia. Ci saranno doverose eccezioni, ma saranno appunto eccezioni. Il Vangelo stesso ci mostra Gesù attento a non considerare il riposo del sabato come un impedimento a fare il bene: la pasticceria aperta la domenica per permettere alle famiglie di festeggiare con una torta è appunto un servizio, non una contraddizione. E così per altri esempi.

Mercoledi, 12 settembre 2018

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