Due motivazioni sostanziali dell’accordo fra lo Stato d’Israele e l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina

Necessità, orizzonti e difficoltà di un’intesa di difficile applicazione e piena di incertezze per il Medio Oriente e per il mondo intero.
Pierre Faillant de Villemarest 27 anni fa
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Pierre Faillant de Villemarest, Cristianità n. 222 (1993)

 

A proposito di una «pace zoppicante»

Due motivazioni sostanziali dell’accordo fra lo Stato d’Israele e l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina

 

Sostanzialmente due motivazioni hanno portato lo Stato d’Israele e l’OLP, l’Organizzazione per la Li­­­­be­ra­zio­ne della Palestina, dopo otto mesi di negoziati segreti, a concludere un accordo che costituisce più un compromesso con scambio di lettere d’intenti che un trattato: anzitutto, da un punto di vista fi­nanziario, i due campi non potevano più sopporta­re ancora per molto tempo i rispettivi carichi; poi, die­tro le quinte della politica internazionale, nuove for­ze preparavano mezzi per collaborare a un’offen­si­va nello stesso tempo contro lo Stato d’Israele e, nel mondo, contro i suoi alleati, un’offensiva che avrebbe nello stesso tempo isolato, forse per sempre, Yasser Arafat.

I negoziati segreti in Norvegia

Dall’inizio del 1993, a sud di Oslo, si sono tenute quattordici riunioni segrete per iniziativa del norve­ge­­se Terge Road-Larsen — che, in passato, aveva soggiornato diverse volte da una parte nel territorio di Gaza e dall’altra in Israele per realizzare studi finanziati dal Centro Sindacale di Studi e di Ricerche Sociali —, a partire dal momento in cui Abu Ma­zin, cioè Abu Abbas, capo dell’ufficio politico dell’OLP e membro del suo esecutivo, e Yossi Beilin, attuale viceministro degli Affari Esteri di Israele, avevano accettato di incontarsi, con qualche esperto, in un paese neutrale.

Si trattava di un’accettazione reciproca, perché lo Stato d’Israele non poteva più impegnare la maggior parte del suo bilancio in una guerra senza fine, durata quarantacinque anni, se si risale ai primi scontri del 1948, o almeno ventotto, se si comincia a contare dal tempo in cui il terrorismo arabo-pa­lestinese si è esteso dalla Palestina a tutto il mondo, contro gli interessi israeliani. Il bilancio dello Stato d’Israele era sostenuto e dall’aiuto americano — più di tre miliardi di dollari all’anno, da quando l’esercito israeliano, Tsahal, acronimo di Tsva-Haganah-le-Israel, «l’esercito di difesa di Israe­le», occupa il Libano meridionale e territori arabi — e dalle sottoscrizioni della diaspora, che, soprattutto negli Stati Uniti d’America, è stanca di pagare continuamente e senza fine. Infatti, la produzione e le esportazioni dello Stato d’Israele non possono colmare un deficit di bilancio che in questi ultimi dieci anni è costantemente cresciuto.

Quanto alla parte palestinese che si identifica con l’OLP, le monarchie arabe avevano diminuito i loro versamenti nelle casse di Yasser Arafat, soprattutto dopo che questi si era schierato dalla parte di Sad­dam Hussein durante la guerra del Golfo. Si è trat­tato di un ricatto nei confronti dei donatori sau­­diti e degli emirati, ma di un ricatto assolutamente non riuscito. Infatti, invece dei trecento milioni di dollari all’anno di prima del 1991, nel 1992 ne sono stati versati soltanto centoquaranta milioni, all’inizio del 1993 solamente trenta milioni…

Yasser Arafat ha dovuto chiudere in una sola volta cinquanta delle sue novanta delegazioni, in altrettanti paesi, e mettere in vendita, nell’ultimo anno e mezzo, i suoi beni immobili in Francia, Inghilterra, Spagna, Austria e Libano.

Adesso bisogna finanziare i Territori di Gaza e di Gerico, se vengono confermati gli accordi stipulati. Gli Stati occidentali pagheranno, anche le monarchie arabe pagheranno, secondo quote in corso di definizione. In proposito, il governo degli Stati Uniti d’America e quello della Federazione Russa si sono accordati per cauzionare e anche per garantire questo abbozzo di pace, fondato sulla stanchezza delle popolazioni in guerra.

I «nuovi» terroristi dietro le quinte

L’altro elemento, che ha affrettato i compromessi per­seguiti dietro le quinte, è stato il fatto che i servizi se­greti dello Stato di Israele, dell’OLP e degli Stati oc­cidentali seguivano il più possibile da vicino gli sfor­zi del governo della Repubblica Islamica dell’Iran per persuadere gli estremisti arabo-pa­le­sti­ne­si a ignorare ormai l’OLP e a costituire una sorta di Cen­trale di Coordinamento Rivoluzionario fra il grup­­po Hamas, i commando di Sabri El-Banna, det­­­to Abu Nidal, quelli di Ahmed Djibril, il Fron­te Popolare per la Liberazione della Palestina di George Hab­bash, e l’Hezbollah, «il partito di Dio», del Li­bano, i quali, durante il 1993 e il 1994, ri­lan­ce­reb­be­ro la guerra diretta e in­diretta contro lo Stato di Israele.

Tutto ha avuto inizio materialmente nell’autunno del 1992, quando delegati di Hamas, di stanza in Siria, si sono incontrati a Teheran con quelli dei gruppi prima indicati. Fino a questo momento i servizi segreti dell’OLP, nei loro rapporti, facevano dell’ironia su questo preteso nuovo Fronte Islamico. Ma, quando il governo israeliano guidato da Yitzhak Rabin ha improvvisamente mandato in esilio quasi trecento membri di Hamas e oltre un centinaio della Ja­maa Islamica, accusati di seminare terrorismo nella striscia di Gaza, si è avuta la prova che la Repubblica Islamica dell’Iran operava dietro le quinte. Infatti, i «poveri deportati» di Hamas hanno a poco a poco avuto tende moderne, antenne televisive, circuiti telefonici mobili, e tremila arabo-palestinesi selezionati da Hamas e dai suoi «fratelli» sono andati ad addestrarsi in campi sotto controllo iraniano. Poi, nell’agosto del 1993, lo sceicco Hussein Nasrallah, segretario generale del­l’Hez­bollah, è andato in Iran a fare il punto relativamente al Coordinamento avviato fra i suoi commando e gli altri. Dietro Hamas, gruppo nato nell’inverno del 1987, vi sono i Fratelli Musulmani, da lungo tempo all’opera in tutti i paesi arabi.

Yasser Arafat ha tutto da guadagnare a diventare il presidente di un territorio «liberato» dal momento che l’OLP non ha più il peso e la portata che aveva negli anni dal 1968 al 1988. L’alternativa che ha di fronte si può esprimere nella formula «lascia o raddoppia». Ne è a tal punto consapevole che, al­­l’inizio di settembre, ha sborsato un miliardo di dol­lari delle riserve sui conti dell’OLP distribuite in una decina di paesi, cioè — secondo una stima del CEI, il Centre Européen d’Information — circa la metà delle disponibilità in divise di tali riserve. Si tratta di miliardi destinati al finanziamento del­l’i­stal­lazione dell’OLP e di infrastrutture amministrative a Gaza… meno qualche decina di milioni finiti nelle tasche di quadri che doveva convincere a seguirlo.

Se questa pace zoppicante, costruita su un perso­nag­­gio che non è mai stato eletto dagli arabo-pa­lestinesi, e sulla speranza dei laburisti israeliani di ri­cuperare a proprio vantaggio l’aura acquisita da Me­nachem Begin quando aveva stretto la mano a Answar as-Sadat, dovesse fallire, Yasser Arafat non sarebbe più nessuno. E lo Stato di Israele dovrebbe aspettar­si di pagare cara la sua dominazione su territori che sono sempre stati arabi ed ebraici, mai israeliani.

Pierre Faillant de Villemarest

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