Filippine, l’assalto dei “Moros”

Viaggio nella galassia fondamentalista islamica che stringe d’assedio il più grande Paese cattolico dell’Estremo Oriente mentre in Occidente praticamente nessuno se ne accorge
Valter Maccantelli 3 anni fa
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Approfondimento

 

di Valter Maccantelli

La presenza dell’islam nelle isole del Mare di Sulu e negli arcipelaghi che uniscono idealmente il Borneo e le isole filippine è molto antica. Risale circa al secolo XIII a opera di mercanti e di migranti venuti dalla Malesia da ovest e dall’Indonesia da Sud. L’esploratore portoghese Ferdinando Magellano (1480-1521) li incontra nel 1521, durante quella che viene considerata la prima circumnavigazione del mondo. Lo riferisce il celebre diario del geografo veneziano Antonio Pigafetta (1492 ca.-1531?), che lo seguiva come aiutante: «Questi Mori adorano Maometto e la sua legge». Magellano morì poche settimane dopo in battaglia su una delle isole dell’arcipelago centrale delle Filippine, dopo aver convertito al cristianesimo il re del luogo e la sua famiglia; Pigafetta invece sopravvisse e, ritornato in Europa con l’unica nave superstite, riportò una descrizione vivida di questo primo incontro.

 

Autonomismo e guerriglia

Oggi nelle Filippine vive la più grande comunità cattolica dell’Asia: il 90 % della popolazione è cristiana e la Chiesa Cattolica è la maggiore istituzione religiosa del Paese. I musulmani locali, chiamati comunemente “Moros”, sarebbero il 5%. Qualcuno ipotizza che il loro numero sia sottostimato e che in realtà la percentuale sia vicina al 10%, in prevalenza sunniti con piccole comunità sciite.

Le motivazioni per cui è così difficile contarli già dicono qualcosa del problema. La presenza islamica è concentrata nella parte meridionale, ma non nella sola Mindanao: molte comunità vivono nelle centinaia di isole degli arcipelaghi minori del Mare di Sulu, alcune delle quali praticamente impossibili da controllare e, quindi, santuari ideali di organizzazioni terroristiche. Queste isole, proprio perché fuori controllo, sono il luogo nel quale l’Indonesia, Paese islamico che però mal gradisce la presenza dei fondamentalisti sul proprio territorio, scarica regolarmente le “teste calde” che cattura entro i propri confini. La povertà media, molto più alta nella comunità islamica, genera una elevata mobilità migratoria interna, anch’essa priva di controllo, che porta musulmani di tutte le sfumature a inurbarsi nei grandi centri abitati.

La questione del fondamentalismo islamico nelle Filippine conosce due dimensioni che a volte s’incontrano, ma che nascono da motivazioni diverse e che perseguono fini, almeno in parte, differenti: l’autonomismo moros e il jihadismo. Senza un’adeguata comprensione di questa doppia dimensione non si possono capire le dinamiche complesse che hanno caratterizzato il rapporto fra minoranza islamica e governo centrale.

L’insorgenza autonomista dei Moros ha una lunga storia iniziata con le rivolte anti-spagnole del secolo XVII, prosegue con l’opposizione armata all’occupazione statunitense fino alla Seconda guerra mondiale (1939-1945) e sfocia nella guerriglia contro lo Stato filippino dopo l’indipendenza raggiunta nel 1946. Nel 1970 le varie fazioni in rivolta si uniscono nell’MNLF (Moro National Liberation Front) che conduce una guerriglia feroce contro l’esercito di Manila (AFP) allo scopo di creare uno Stato musulmano indipendente. Si calcola che negli anni 1970 questa guerriglia abbia causato circa 120mila morti.

Sin da subito si palesano però due correnti: una, maggioritaria nell’MNLF, si dimostra disponibile alla trattativa con il governo, l’altra, che nel 1980 si stacca e fonda il MILF (Moro Islamic Liberation Front), continua a chiedere uno Stato autonomo ispirato ai “princìpi del Corano”, senza compromessi. Dopo trattative decennali, nel 1996 il MNLF firma un accordo con il governo centrale nel quale, in cambio dell’abbandono della lotta e delle pretese autonomistiche, ottiene la creazione di una regione che si potrebbe definire “a statuto speciale”.

A partire dalla metà degli anni 1990, il testimone della lotta indipendentista armata passa dunque completamente al MILF, che arriva ad avere un “esercito” stimato fra i 35mila e i 45mila combattenti sparsi nelle sette province filippine a maggioranza musulmana. Nel 2001 anche il MILF raggiunge comunque un accordo per un cessate-il-fuoco con il governo dell’allora presidente Joseph Estrada. Da quel momento la tensione con questo fronte irredentista sembra raffreddarsi, ma lo scontro continua con fasi alterne e periodici picchi di scontri violenti.

La trattativa con il MILF ha però portato a una nuova rottura fra il governo centrale e il MNLF, che periodicamente torna a far sentire la propria presenza attiva. La sua figura di spicco, Nur Misuari, dopo essere stato governatore, in accordo con Manila, della Regione Autonoma nel Mindanao Musulmano dal 1996 al 2001, è stato ripetutamente arrestato con l’accusa di terrorismo; negli ultimi mesi si è più volte incontrato con il presidente Duterte, bloccando il processo di pace in un balletto di speranze e di delusioni.

Il terrorismo hihadista

La storia dello jihadismo filippino comincia formalmente nel 1990-1991 quando Abubakar Abdurajak Janjalani (1959?-2008) fonda un gruppo destinato a diventare tristemente noto: Abu Sayyaf. Non è ovviamente un caso. Janjalani, figlio di un pescatore dell’isola di Basilian, negli anni 1980 risultava legato a una organizzazione che con finanziamenti sauditi e pakistani faceva studiare giovani musulmani asiatici in Medioriente. Studia egli stesso in Arabia Saudita e in Libia, qui si radicalizza e, prima di ritornare in patria, riceve una formazione alla guerriglia nei campi di addestramento afghani combattendo contro l’occupazione sovietica nella Brigata Islamica Internazionale. Abu Sayyaf raccoglie quindi i dissidenti più estremisti dell’MNLF che rifiutano la strategia dei colloqui con il governo, avvalendosi della struttura logistica di organizzazioni criminali e piratesche che controllano i traffici nel Mare di Sulu.

I primi cinque anni vedono una crescita rapidissima delle capacità operative del gruppo che verosimilmente non supererà mai i mille membri. Gli analisti attribuiscono questo sprint al pesante supporto che Abu Sayyaf riceve al Qaeda. Il capo di quest’ultima, Osama bin Laden (1957-2011), manda per esempio numerosi combattenti esperti, tra i quali il cognato Muhammad Jamal Khalifa (1957-2007) e Ramzi Ahmad Yusef ‒ la mente del primo attentato alle Torri Gemelle di Washington, nel 1993 ‒, per addestrare i membri del gruppo filippino all’utilizzo di tecniche terroristiche sofisticate. Nel dicembre 1998, Janjalani viene ucciso durante uno scontro con la polizia e alla guida del gruppo gli succede il fratello allora ventitreenne, Khadaffy Abubakar Janjalani (1975-2006), a sua volta morto nel 2006 durante un’operazione dell’AFP. Secondo molti analisti è l’inizio di una progressiva crisi del movimento, che però gli avvenimenti di questi giorni sembrano invece smentire.

A partire dal 2014 un numero significativo di comandanti di Abu Sayyaf hanno reso noto il proprio giuramento di fedeltà all’ISIS/Daesh. Nel giugno del 2016 Dabiq, la rivista “ufficiale” dell’autoproclamato califfato, ha rivendicato numerose azioni condotte dai «[…] soldati del califfato» nelle Filippine (Islamic State Operations, in Dabiq n. 15, 1437 Shawwal, p. 40). È pero interessante notare che nella rubrica della rivista che riporta le operazioni dei soldati del califfo classificate per regioni, le Filippine, a differenza di tutte le altre aree, non vengono indicate come un Vilayah, l’unità territoriale ufficiale nell’organizzazione del sedicente califfato. Questo lascia intendere che un accordo formale e globale non è stato ancora raggiunto, anche se alcuni analisti si sono spinti a indicare i remoti arcipelaghi del Mare di Sulu come uno dei possibili rifugi sicuri del “califfo” dopo le sconfitte in Medioriente. Negli stessi giorni, fonti autorevoli hanno indicato Isnilon Hapilon (ovvero Abu Abdullah al-Filipini), considerato l’attuale leader di Abu Sayyaf, come «emiro» e «il mujahid autorizzato a guidare i soldati dello Stato islamico nelle Filippine».

Abu Sayyaf non è l’unico gruppo jihadista operante nelle Filippine. La vicinanza geografica favorisce l’attività dei jihadisti indonesiani di Jamaat Islamiyya. Attorno ai due movimenti principali è poi nata una galassia di piccoli gruppi locali composti da transfughi e rinforzati da militanti stranieri che fuggono dalla Siia o che, non potendo raggiungere le terre del “califfato”, ripiegano su jihad “periferici”. Non manca neppure un gruppo di guerriglia comunista, l’NPA (New People’s Army).

Daesh sembra non avere ancora scelto con precisione il referente locale e raccoglie il beneficio propagandistico che deriva dalla rivendicazione, che è impossibile smentire, di quasi tutte le violenze perpetrate nella regione. Buon ultimo è arrivato MAUTE, dal nome dei suoi due leader. Di questa formazione si è ampiamente parlato solo nelle scorse settimane, ma è stata fondata nel 2012 dai due fratelli Maute, Abdullah e Omarkhayam Romato (Omar), con un passato più criminale che jihadista. MAUTE recluta aderenti fra le giovani generazione radicalizzate dei villaggi musulmani e nella piccola criminalità locale, ricevendo supporto e finanziamenti dalla diaspora dell’ISIS/Daesh.

L’aumento esponenziale della violenza jihadista nella zona si spiega con la competizione fra questi gruppi per la leadership di un ipotetico nascente “califfato di Mindanao” e dalle voci di un possibile trasferimento nelle “isole di nessuno” del Mare di Sulu dello stesso quartier generale di Abu Bakr al-Baghdadi, leader dell’ISIS/Daesh.

Come dimostra la situazione attuale di Marawi, i primi bersagli sono le comunità cristiane, le poche e sparute sopravvissute nella regione ma anche quelle che lo jihadismo in crescita incontra espandendosi verso il centro dell’arcipelago filippino. Un bilancio è materialmente impossibile, ma tra rapimenti, uccisioni, attentati a chiese e villaggi, rappresaglie a seguito d’interventi dell’esercito si contano migliaia di vittime civili, decine di missionari uccisi, nonché centinaia di chiese e cappelle distrutte. Una scia di sangue che spesso l’opinione pubblica occidentale ignora completamente. Lo scorso 20 maggio ricorreva il 25° anniversario del martirio di padre Salvatore Carzedda (1943-1992), missionario del PIME, ucciso a Zamboanga nel sud delle Filippine il 20 maggio 1992; il prossimo 17 ottobre ricorreranno i cinque anni dall’uccisione di padre Fausto Tentorio (1952-2011), anch’egli missionario del PIME, colpito a morte nell’Arakan Valley: due italiani

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 Valter Maccantelli

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